29 maggio 1921, cent’anni fa la prima volta del mitico Circuito del Lario

Di Massimo Falcioni

28 maggio 2021

Cent’anni fa, il 29 maggio 1921, si svolgeva la prima edizione del Circuito del Lario, la corsa motociclistica tricolore storicamente più importante, denominata il Tourist Trophy italiano perché emulava le caratteristiche tecniche ed agonistiche del mitico tracciato britannico dell’Isola di Man. All’indomani della Grande Guerra – appassionati, Case, corridori - volevano che anche l’Italia avesse la sua “corsa simbolo” com’era per l’Inghilterra quella del Mountain Circuit. Il TT inglese, nato nel 1907, era il circuito stradale “number one” nel mondo: 60,720 chilometri al giro, spettacolari quanto infidi, teatro di duelli epici pur se caratterizzato in oltre cent’anni di corse da oltre 2.000 incidenti con 250 morti e più di 1000 feriti fra corridori, addetti ai servizi e spettatori. Vincere allo Snaefel Mountain Course, per un pilota valeva una carriera e, dal 1949 in avanti, valeva di per sé un titolo mondiale: per una Casa significava conquistare i mercati internazionali. Il TT è la gara principale fino alla Seconda Guerra mondiale, poi diventa la perla del Motomondiale dal 1949 al 1976 quando viene cancellato per l’eccessiva pericolosità diventando quindi il principale round del campionato mondiale Formula TT. Il pluri vittorioso di tutti i tempi è Joey Dunlop con i sui 26 centri nella Formula TT ma il “Re dei Re” iridati è Mike Hailwood con i suoi 14 trionfi, seguito da Giacomo Agostini e Stanley Woods (10 vittorie); Phil Read e Chaz Mortimer (8); Mick Grant (7); Geoff Duke, Jimmy Guthrie, Jim Redman, John Surtees (6); Carlo Ubbiali (5); Tarquinio Provini (4); Ray Amm, Bob McIntyre, Luigi Taveri (3); Hugh Andersson, Fergus Anderson, Kel Carruthers, Joh Hartle, Gary Hocking, Bill Ivy, Alistair King, Bill Lomas, Cecil Sandford (2); Leslie Graham, Dario Ambrosini, Peter Williams, Ken Kavanagh, Jack Findlay, Erns Degner, Mitsuo Itoh, Stuart Graham, Ralph Bryans, Ron Haslam, Omobono Tenni (1). Il primo italiano a partecipare al TT fu Giosuè Giuppone che si iscrisse all’edizione del 1909 con licenza francese. Achille Varzi, l’anti Nuvolari, fu il primo a terminare la corsa nel 1924. Omobono Tenni è stato il primo vincitore italiano nel 1937 in sella alla Guzzi 250. Dal 1907 al 1976 (ma anche oggi è sostanzialmente così) durante le due settimane di prove e di gare, solitamente agli inizi di giugno, l’Isola diventava “la meta” per appassionati provenienti da ogni parte del mondo alimentando, anche attraverso il tam-tam mediatico, il business del turismo, volano per l’artigianato, l’agricoltura e il commercio dei prodotti dell’isola. E’ per emulare quanto stava avvenendo con il TT dell’Isola di Man che un manipolo di appassionati lariani e lombardi vara il progetto di una corsa di velocità sulle strade del Lago di Como. Così, con il supporto delle istituzioni e delle varie organizzazioni di categoria locali e non, il 29 maggio 1921, si svolge la prima edizione del “Circuito del Lario” : un circuito di 36,5 chilometri che attraversava Asso, Valbrona, Onno, Vassena, Limonta, Bellagio, Guello, Civenna, Magreglio, Barni, Lasnigo, da percorrere sei volte per un totale di oltre 220 Km, più di 1000 curve e 550 metri di dislivello, con la punta dei 754 metri della Madonna del Ghisallo. Quattro le categorie di motociclette al via divise per cilindrate: fino a 350 cc, fino a 500, fino a 750, fino a 1000 cc.

Più in generale, il “Circuito del Lario” inizia e si sviluppa in un contesto particolare, nel fiorire dell’industria motociclistica italiana e dei nostri corridori e nel moltiplicarsi di gare e garette per lo più disputate su improvvisati circuiti cittadini, nei velodromi e negli ippodromi. La motocicletta era nata verso il 1880 e la prima vera corsa si era svolta il 10 maggio 1891 a Parigi su un dedalo di strade sterrate attorno a Longchamps. Le cronache riportano anche di una gara ancora precedente a quella di Longchamps, sempre a Parigi, presso Neuilly, il 28 aprile 1887: non omologata perché alla partenza c’era solo un concorrente, mentre in quella di quattro anni dopo i corridori allo start erano … due. Tutt’altra musica nel 1904, sempre a Parigi al Parco dei Principi dove 15 centauri si sfidano con moto da 250 che raggiungevano i 70 Kmh e già nella seconda edizione “internazionale” del 1905, 22 corridori con le 350 da 10 CV toccavano (in discesa) i fatidici 100 Kmh.

Anche in Italia inizia e si sviluppa l’era del “biciclo a motore”, con Case, moto, piloti e corse che diventeranno famose e vincenti, ovunque. L’8 ottobre 1911 solo sette corridori, novelli D’Artagnan, tagliano il traguardo nella prima massacrante edizione del Campionato italiano di motociclismo. Nel 1912 ecco la grande cavalcata della Roma-Napoli-Roma: 500 Km in una sola tappa, antesignana dal 1914 del Giro d’Italia con i suoi 2300 Km, le sue straordinarie vicende tecniche e agonistiche durate oltre 40 anni. E dal 1937 al 1956 la Milano-Taranto, fiore all’occhiello di tutte le “gran fondo”. Restando ai primordi, nel luglio 1912 si svolge con gran successo di folla e più di cento corridori, il “Circuito del Po”, così descritto dalla rivista Motociclismo: “Ivi convennero per cimentarsi in creante battaglie i massimi esponenti dell’industria e dello sport di tutto il mondo, ivi si cimentarono i piloti più forti e le macchine più gagliarde. Ricordiamo: nel mattino del 7 luglio 1912 un manipolo di pionieri ingaggiò qui una delle prime grandi battaglie motociclistiche”. La prima volta del Circuito del Lario, in quello storico 29 maggio 1921, chiude l’epopea dei pionieri aprendo quella del motociclismo degli eroi. Due anni e mezzo dopo la fine della Grande Guerra e fino alla vigilia della seconda Guerra Mondiale, dal 1921 al 1939, quella del Lario diventa la più importante e prestigiosa corsa motociclistica d’Italia (davanti anche al GP delle Nazioni di Monza e al GP Reale di Roma), la seconda al mondo, entrata a pieno titolo nella leggenda grazie anche a uno scenario unico, connubio tra lago e montagna, e grazie alle gesta dei suoi grandi protagonisti in sella ai bolidi delle Marche più famose. Il Circuito del Lario, emozionante quanto indecifrabile saliscendi di sterrato e pavè, ha portato sugli altari tanti campioni facendo precipitare altri nella polvere: ha comunque segnato un’epopea conquistandosi un posto sotto i riflettori del mondo. La corsa è “solo” l’occasione per fare del Lario, almeno per una settimana, il “centro di tutto”: una girandola multicolore in un posto da favola, una festa di popolo, una parata di Vip e di star, un grande evento sportivo e mondano, con premiazioni, esposizioni, fiere, balli, concorsi di miss, musiche, di giorno e di notte. “Vieni al Lario, recita una pubblicità, qui c’è il paradiso. Anzi di più”. In quel fine maggio del 1921, centomila spettatori provenienti con ogni mezzo da tutta Italia e dai Paesi d’Oltralpe invadevano i punti strategici del Lago appassionandosi alle gesta dei grandi corridori dell’epoca, i “giganti della polvere” in sella alle loro moto rombanti.

In quella prima edizione, in particolare, c’era grande attesa per vedere all’opera le potenti e mastodontiche bicilindriche 4 tempi Harley-Davidson 1000 cc. Made in Usa (la HD nel 1920 aveva prodotto 30.000 moto) che proprio un mese prima, il 28 aprile 1921,avevano toccato la velocità record di 160 Kmh (100 mph!), raggiungendo così una pietra miliare nella storia del motociclismo. Sarà, infatti, una Harley Davidson 1000 a trionfare a 52,2 Kmh di media (nell’ultima edizione del 1939 la media del vincitore Nello Pagani su Guzzi Condor 500 salirà a 84,101 Kmh) con il 32enne Amedeo Ruggeri in quella prima edizione caratterizzata da strade infangate per la pioggia battente provocando gran confusione e oltre cinquanta incidenti. Il “leone bolognese”, stavolta sulla Guzzi 500 4V (leggendario monocilindrico con albero in testa a coppia conica a 4 valvole, oltre 22 CV a 5500 giri, moto da 140 Kg da 160 Kmh) farà il bis al Lario nel 1925 ma, passato all’automobilismo, perirà il 7 dicembre 1932 durante un tentativo di record di velocità a Montlhéry dopo un’uscita di pista con la Maserati V5 16 cilindri 5000 cc da 350 CV. Le medie “basse” del Lario non devono trarre in inganno perché erano il frutto delle difficoltà di quel tormentato circuito e non delle modeste velocità e scarse potenza dei mezzi. Basti pensare, ad esempio, che nel 1924 lo stesso Ruggeri sul circuito “tricolore” di Tortona in lotta con Tazio Nuvolari sulla Norton 500 si aggiudica la corsa con la Indian 1000 cc. percorrendo i 270 Km del tracciato sterrato alla media di 114,248 Kmh. Le medie relativamente basse derivavano dalle caratteristiche del tracciato (senza asfalto, terra sabbia fango buche e nell’attraversamento dei paesi con i lastricati da saponetta), dagli stop al box per il rifornimento (per lo più eseguito dal solo pilota), dal cambiare camere d’aria (avvolte a serpentina sul manubrio) perché bucare le gomme ogni giro era la norma, dal cambio candele e dai continui stop per problemi a motori e telai. In quella prima gara del 29 maggio 1921 vengono subito esaltate le caratteristiche di selezione di quello splendido quanto terribile triangolo lariano: un saliscendi durissimo, all’interno tra i due rami del lago di Como, partendo da Asso, salendo verso la Valbrona per poi piombare a Onno, lungo i tornanti ciechi sino alla punta di diamante di Bellagio, quindi Civenna e Magreglio per poi affrontare la lunga rampa e superare i 754 metri del picco del Ghisallo seguito dal discesone a picco e tornare sulla zona traguardo, lanciati per il giro successivo. Una serpentina di 36,5 Km attraversando i paesi fra un mare di gente a bordo strada, fra muretti, rocce e piante, con tante curve da perdere il conto, senza alcuna via di fuga, una danza ad alto rischio dove tagliare comunque il traguardo, in qualsiasi posizione, era già una vittoria. Ecco perché il primo classificato diventava un mito. La conferma viene dall’albo d’oro con i vincitori assoluti passati alla storia del motociclismo degli eroi: 1921 Amedeo Ruggeri su Harley Davidson; 1922 Ernesto Vailati su Sumbeam; 1923 Valentino Gatti su Guzzi; 1924 Pietro Ghersi su Guzzi; 1925 Amedeo Ruggeri su Guzzi; 1926 Pietro Ghersi su Guzzi; 1927 Luigi Arcangeli su Sumbeam; 1928 Achille Varzi su Bianchi; 1929 e 1930 Tazio Nuvolari su Bianchi; 1931 Terzo Bandini su Rudge; 1934 Carlo Fumagalli su Bianchi; 1935 e 1938 Dorino Serafini su Gilera; 1939 Nello Pagani su Guzzi. E come non ricordare Tonino Benelli (dal 1924 al 1932 trentaquattro vittorie, quattro titoli italiani consecutivi dal 1928 al 1931 quando il tricolore valeva un mondiale , quattro vittorie al Nazioni di Monza) uno dei mitici assi di quella “compagnia della morte”, il “Girardengo della moto” che con la 175 monoalbero costruita a Pesaro dai suoi fratelli trionfa al Lario nel 1927, nel 1928, nel 1930? Con la Harley-Davidson di Ruggeri, le Guzzi di Ghersi e poi di Pagani, le Bianchi di Varzi e di Nuvolari, le Gilera di Serafini, la Benelli 175 è stata una moto da corsa di gran livello, uno dei capolavori della Casa del Leone.

Qui, sul Circuito del Lario, Nuvolari è diventato “Nivola”, secondo Ferdinand Porsche: “ il più grande corridore del passato, del presente, del futuro”. Qui, con la vittoria del 1928 di Achille Varzi iniziano i burrascosi duelli in pista e fuori con Nuvolari al cui confronto le bagarre di 75 anni dopo fra Valentino Rossi e Max Biaggi sembrano… diatribe fra educande!

Qui Dorino Serafini, prima della partenza della corsa del 1938 sulla Gilera Rondine 500 4 cilindri (un bestione da 180 Kg a secco, 80 CV a 8.500 giri, velocità 230 Kmh) dice secco al DS della Casa di Arcore Piero Taruffi (in seguito trionfatore su Ferrari dell’ultima 1000 Miglia del 1957 funestata dalla tragedia di Guidizzolo): “Oggi, o vinco come ho vinto nel ’35 con la Bianchi o mi vieni a prendere dentro una sporta”. E vince. Con Taruffi che nella sporta ha dentro bottiglie di Sangiovese e un assegno … in bianco. Qui nel 1930 la concorrenza delle Case tedesche, inglesi, francesi (e italiane) fa smontare la trionfatrice 175 Benelli perché “certi del motore maggiorato a 250” restando poi con le pive nel sacco perché nella moto di Tonino era tutto regolare. Qui, negli anni ’60, i grandi Gary Hocking, Geoff Duke, John Surtees, Mike Hailwood e poi lo stesso Giacomo Agostini, girando in moto sul Lario da … turisti non finivano mai di lodare quel tracciato, rammaricandosi di non averci mai corso.

Flash di una storia in parte ancora da scoprire. Circuiti come quello del Lario, le 15 grandi corse che lì si sono disputate dal 1921 al 1939 (le edizioni del 1932-1933 saltarono per difficoltà di budget e quelle del 1936 e 1937 non si disputarono causa la guerra in Abissinia e le conseguenti sanzioni internazionali) vanno al di là del microcosmo del motociclismo e più in generale anche oltre l’ambito dello sport, per diventare sintesi ed emblema di un’epoca, in questo caso quella di grandi tensioni fra la prima e la seconda Guerra mondiale, anni di passaggio fra la civiltà agricola e quella industriale, anni di grandi trasformazioni con l’affermazione e lo sviluppo del mezzo di trasporto a motore, l’auto e la moto, con le corse e i corridori espressione più alta di quella epopea. Il circuito del Lario è stato in quel periodo quasi ventennale culminato con la tragedia del secondo conflitto mondiale, l’emblema del motociclismo degli eroi rappresentati dal mito dei miti, Tazio Nuvolari trionfatore nel biennio 19329-1930 in sella alla Bianchi “Freccia Celeste”. Sull’Isola di Man così come sul Lago di Como, il TT inglese e il Lario italiano sono stati vissuti come riti, fra cerimonie e leggende, fra lampi di gloria e schegge di dolore. Del Circuito del Lario è rimasto “solo” il ricordo del tempo che fu e ancora oggi, un secolo dopo il suo debutto, si sente il vuoto della sua mancanza perché è entrato nella leggenda, perché quel Lario non era “solo” una corsa di centauri svitati e di motociclette rombanti. Il Tourist Trophy, pur messo fuori dal Motomondiale dal 1976, resiste con il suo fascino immutato e il suo carico di vittime nella infinita danza delle polemiche, dei legittimi “pro” e degli altrettanto legittimi “contro”. Anche questi ricordi sparsi in occasione del centenario del Circuito del Lario servono per tenere viva la memoria che non muore. Chissà se il motociclismo show-business ipertecnologico e postmoderno di oggi può uscire dal suo tempo, solo per un attimo, riappropiandosi delle proprie radici.