Grazie per quel lampo di giuliva felicità. Addio Sandra

31 gennaio 2024
Morta la Milo

Di Oscar Iarussi

«Ma che cos’è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita?». È l’incipit del breve monologo finale del regista Guido Anselmi interpretato da Marcello Mastroianni in 8 ½ di Federico Fellini (1963). Quando il tormentato Guido è sul punto di rinunciare al film che sta preparando, ecco la magia che dà vita a una sorta di «social catena» leopardiana, unico antidoto al mal di vivere. È il celebre girotondo in cui tutti i personaggi si prendono per mano, scandito dalla musica circense di Nino Rota. Fra loro c’è l’amante Carla (Sandra Milo) che, sorridendo, commenta: «Io l’ho capito, sai, che cosa vuoi dire. Vuoi dire che non puoi fare a meno di noi… A che ora mi telefoni domani?».
L’attrice scomparsa era nata a Tunisi l’11 marzo 1933 e all’anagrafe si chiamava Elena Salvatrice Greco. Una diva ironica all’apice nell’Italia del boom, fra la seconda metà dei Cinquanta e la prima dei Sessanta, di volta in volta premiata o stroncata, acclamata o detestata, anche per le sue scelte sentimentali anticonformistiche. Infine, saranno quattro i matrimoni e due gli amori extraconiugali da lei stessa rivendicati: con Fellini che la elesse a musa malandrina ribattezzandola “Sandrocchia”, e con il segretario del PSI, Bettino Craxi, i cui giorni si sarebbero conclusi proprio in Tunisia, a Hammamet.

Foto di Noom Peerapong su Unsplash

Dieci anni fa, all’anteprima torinese della versione restaurata di 8 ½, Milo rivelò svagatamente: «Federico sapeva parlare di tutto meno che di amore». Eppure, Fellini in quel capolavoro riesce a comporre la confusione in una summa catartica, in un ilare agnosticismo senza conversioni né pentimenti. Il modo stesso di girare e di narrare, l’episodieggiare fascinoso e pigro all’insegna dell’improvvisazione, dell’occhio di bue puntato sui capricci dell’arabesco, attestano il canone anti-sistemico di Fellini, una sofferta e feconda «esperienza della modernità», per dirla con il titolo italiano di un magnifico saggio di Marshall Berman (Il Mulino, 1985). Di quell’esperienza Sandrocchia è il «lampo di felicità», appunto, esuberante e giuliva sebbene fuori da ogni schema di perdizione. Anzi, è una trasgressione quasi «familiare», come confermano le pose che immortalano Fellini in compagnia della moglie Giulietta Masina e di Sandra Milo, tutti e tre scanzonati testimoni di un mondo meno moraleggiante del nostro, spesso ingabbiato nel politicamente coretto (corrotto sometimes). Mentre una fotografia poco nota e tenerissima, scattata dal «paparazzo» Elio Sorci nella villa di Fellini a Fregene, ritrae Federico e Sandra seduti su un divano uno accanto all’altra, intenti a giocare a dama come due coniugi di lunga data.


Altro che nostalgia della burrosa concubina, Milo è un simbolo del Novecento e della sua crisi, una tessera del mosaico comunitario che si va scomponendo. Non a caso, il grande regista l’avrebbe voluta, dopo Giulietta degli spiriti (1965), anche nel ruolo della Gradisca di Amarcord (1973). Si mise di traverso il terzo marito di Sandra, il medico Ottavio De Lollis che aveva da poco soppiantato il produttore Moris Ergas, e la parte della Gradisca fu poi affidata alla franco-turca Magali Noël. Quanto all’ebreo greco Ergas, originario di Salonicco, durante la guerra era stato internato nel campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, una sorta di involontario e grande «kibbutz» per israeliti di mezza Europa. Fra i suoi compagni di prigionia c’era lo psicoanalista Ernst Bernhard, già allievo e assistente di Carl Gustav Jung a Zurigo, fuggito dalla Berlino nazista per sottrarsi alle persecuzioni razziali. Bernhard diventerà l’analista di Fellini e dei suoi fantasmi dell’infanzia e della morte, l’unico o tra i pochi a capire che cosa voglia dire davvero. A volte nulla, come solo Sandrocchia sa.