Intelligenza artificiale nel lavoro, una doppia faccia, due risultati opposti

01 febbraio 2024

Di Massimo Falcioni

Sull’intelligenza artificiale ci si continua a dividere, pro e contro. E’ sempre stato così ad ogni grande innovazione. Quando nei primi anni del Novecento l’automobile cominciò a circolare nelle città, oltre a nuvoloni di polvere, sollevò curiosità e polemiche, seminando panico tra uomini e animali. La vittima principale dell’automobile è stato il cavallo. Da millenni, col cavallo, si erano fatte le guerre, i trasporti, le semine. Ed ecco ora il gran tradimento: l’uomo cominciava a preferirgli una “vettura automobile”, una carrozza senza cavalli. Cambiano i tempi e gli strumenti usati dall’uomo per migliorare la propria esistenza, ma la sostanza non cambia. Il progresso non si ferma. Va avanti anche quando il “nuovo” porta grandi rischi, come con l’energia atomica.

Elon Musk ribadisce che l’AI consentirà al genere umano di liberarsi della necessità di lavorare. Chissà. Di sicuro l’AI, con il tempo, cambierà modo di lavorare e di vivere. Serve arrivarci per gradi, facendo in modo che gli svantaggi, che comunque ci saranno, non siano superiori ai vantaggi, sicuramente maggiori. Ha fatto bene la UE che lo scorso dicembre ha raggiunto un accordo politico epocale per regolamentare l’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale. Poco? Meglio di niente. Accordo che certamente andrà costantemente aggiornato sulla base di quel che accadrà. Anche rispetto all’AI, non è tutto oro quel che luccica. Il numero di persone che si dicono più timorosi che entusiasti rispetto all’intelligenza artificiale è in crescita. La conferma viene da un recente sondaggio del Pew Serearch Center con i contrari passati dal 37% del 2021 al 52% di fine 2023. I timori maggiori riguardano la sicurezza, come evidenziato dai risultati relativi alla domanda sull’impatto della tecnologia sulla privacy delle proprie informazioni personali. C’è anche preoccupazione che l’AI incida negativamente sull’occupazione, facendo perdere quantità enormi di posti di lavoro.

Sul rapporto AI-occupazione interviene uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che sottolinea come l’intelligenza artificiale attualmente non sia in grado di sostituire la maggioranza dei lavori in modo economicamente vantaggioso. In uno degli studi più approfonditi mirati a valutare la fattibilità dell’automazione da parte dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, i ricercatori del MIT hanno analizzato attentamente il rapporto costo-efficienza dell’automazione di varie attività negli Stati Uniti. Il rapporto del MIT ha rilevato che solo il 3% dei compiti assistiti visivamente può oggi essere automatizzato in modo economicamente vantaggioso. Tuttavia questa percentuale potrebbe salire di molto, fino al 40% entro il 2030 se i costi dei dati diminuiscono e la precisione migliora. Goldman Sachs stima che l’intelligenza artificiale potrebbe automatizzare entro un decennio poco più, almeno il 25% dell’intero mercato del lavoro. Secondo McKinsey quasi il 50% di tutto il lavoro sarà guidato dall’intelligenza artificiale entro il 2055. 

Foto di Igor Omilaev su Unsplash

Tuttavia, il nuovo studio condotto dal Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory (CSAIL) del MIT porta a conclusioni più “morbide”: la maggior parte dei lavori, precedentemente identificati come a rischio di automazione dell’intelligenza artificiale, non è attualmente “economicamente vantaggiosa” da automatizzare. Per cui l’impatto imminente dell’intelligenza artificiale potrebbe – anzi dovrebbe – verificarsi più lentamente e in modo meno drammatico di quanto già anticipato da alcune previsioni. 
Il team del MIT ha concentrato la sua analisi su lavori che richiedono analisi visiva, come l’ispezione della qualità dei prodotti alla fine di una linea di produzione. Alcuni esempi di lavori considerati sono quelli di un fornaio, dove una parte significativa del tempo è dedicata al controllo della qualità del cibo. Nonostante alcune attività siano automatizzabili, i ricercatori hanno scoperto che solo il 23% dei salari pagati agli esseri umani per svolgere compiti di visione sarebbe economicamente vantaggioso automatizzare con l’intelligenza artificiale. Questo dimostra che, almeno al momento, gli esseri umani rimangono la scelta economica migliore per svolgere certe mansioni. Anche perché, rileva la ricerca del MIT CSAIL, il costo di implementazione e manutenzione di un sistema di intelligenza artificiale specializzato è risultato essere molto elevato rispetto ai potenziali risparmi sui salari. In conclusione, il MIT sottolinea che, sebbene l’intelligenza artificiale abbia un enorme potenziale per l’automazione di molte attività, la transizione potrebbe richiedere anni o addirittura decenni per svilupparsi completamente. Questo offre tempo per implementare iniziative politiche e per ridurre i costi delle implementazioni di intelligenza artificiale, rendendole più accessibili ed economicamente vantaggiose per le aziende.


Insomma, l’IA è già fra di noi e si sta espandendo. Tuttavia sarà un’onda lunga, significativa e sempre più in espansione ma graduale, non distruttiva. Spetta a chi tira le file delle istituzioni e delle politiche, agli imprenditori e anche ai lavoratori e a chi li rappresenta comprendere in tempo la “rivoluzione” già in atto e adattarsi adeguatamente a questi cambiamenti. Al recente Forum di Davos in Svizzera, il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che l’IA cambierà il 40% dei posti di lavoro in tutto il mondo con vari rischi, fra cui l’approfondimento delle disuguaglianze esistenti. Servono quindi reti di sicurezza sociale e programmi di riqualificazione professionale per contrastare gli impatti dell’interferenza dell’IA.