Anthrobot, un novello Adamo?

Di Daniela Sessa

18 dicembre 2023

E’ possibile che la mano di Dio sia quella di Michael Levin, membro del Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering dell'Università di Harvard e professore di biologia presso la Tufts University del Massachusetts. Levin e il suo team hanno creato Anthrobot, biorobot con cellule umane adulte, prelevate dai tessuti tracheali. Un sistema di assemblaggio cellulare che può creare autonomamente nuove strutture multicellulari e muoversi libero su una superficie di neuroni umani. Dallo studio, pubblicato nei giorni scorsi su Neuroscience, si spera arrivino nuovi contributi per la cura di malattie delle cellule, soprattutto per la sperimentazione di nuovo farmaci tumorali o addirittura in grado di monitorare lo stato di salute del corpo umano. 


Affascinante è la presentazione della scoperta. Nel video un Anthrobot attraversa una fessura nei neuroni coltivati in un piatto di laboratorio: qui è ingrandito ma in natura le sue dimensioni vanno dalla larghezza di un capello a una punta di matita. Affascinante e anche sorprendente -come afferma Levin- “che le normali cellule tracheali dei pazienti, senza modificare il loro DNA, possano muoversi da sole e incoraggiare la crescita dei neuroni attraverso una regione danneggiata”. In pratica funzionano come una struttura architettonica tanto che una degli scienziati del team Gizem Gumuskaya, architetto e dottorando in biologia, descrive questi organismi multicellulari come mattoni animati in grado, dunque, di muoversi, stratificarsi, fondersi e assumere forme diverse. Le cellule, grazie anche all’Intelligenza Artificiale, possono essere programmate, oltre che per muoversi, per la secrezione di molecole o il rilevamento di segnali. Insomma, per Gumuskaya il prossimo step è capire se questi organismi possano creare funzioni biologiche diverse da quelle già presenti in natura.  I “superbot” di Levin fanno parte di una catena evolutiva. I progenitori sono gli Xenobot. Fu lo stesso Levin nel gennaio 2020, insieme ad altri tre ricercatori S. Kriegman, D. Blackiston e J. Bongard, ad annunciarne la nascita. Il primo robot sintetico prende il nome da una rana acquatica, lo xenopono liscio endemico dell’Africa meridionale, dai cui embrioni erano state prelevate cellule staminali di due tipi: ectodermiche che danno allo xenobot la rigidità quasi scheletrica e miocarditi per il movimento. La forma e le dimensioni sono frutto di un algoritmo che sfrutta la tecnologia in 3D. L’anno dopo uno xenobot si è riprodotto autonomamente, imitando i processi delle molecole. 

Foto di National Cancer Institute su Unsplash

Senza addentrarsi nei meccanismi della biologia sintetica, ancora una volta scienza ed etica si trovano l’una di fronte all’altra alla ricerca di una auspicabile sintesi. Perché l’aspetto più rilevante della creazione dell’Anthrobot riguarda la risposta neuronale. Ricoperti da una peluria ciliare (si fermi la fantasia sulla somiglianza al primate umanoide), gli Anthrobot muovono le ciglia con un movimento simile ai remi – e alle ciglia tracheali che permettono di tossire-  e potrebbero viaggiare dentro il corpo umano: come visto nei test di laboratorio, formano ponti di neuroni utili, per esempio, a curare le ferite. Come usare questa scoperta? L’assemblaggio cellulare può aiutare a ripristinare tessuti e organi e può aiutare a costruire robot. Robot sempre più umani? E’ l’eterna domanda. Ma in questo caso la risposta non dovrebbe generare polemiche o diffidenze.


Dio creò l’umo a sua immagine” si legge della Genesi e quel dito della mano di Dio proteso verso Adamo nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina è la rappresentazione del soffio divino della vita, della scintilla tra il Creatore e il creato. Dell’Adamo, creatura prediletta perché razionale, resta oggi un copernicanesimo alla Le Meittre ossia oscillante tra metafisica dell’anima e meccanicismo del corpo, dove anima sta per algoritmo e corpo sta per macchina. E’ del filosofo francese in “L’uomo macchina” (1747) questa immagine “il corpo umano è un orologio, ma immenso e costruito con tanto artificio ed abilità che se la ruota adibita a indicare i secondi si ferma quella dei minuti continua a girare e a compiere il suo corso, ed anche la ruota dei quarti d’ora continua a muoversi come pure le altre, anche quando le prime, arrugginite o disturbate da una causa qualsiasi, hanno interrotto il loro cammino”. Che è come dire a Marc Levin, a Gizem Gumuskaya e colleghi che le ciglia dell’Anthrobot sono altre sorprendenti lancette del corpo umano. Sono cellule che creano una simbiosi tra uomo e macchina. Un sistema robotico che apre ad applicazioni che curano l’uomo e non lo distruggono, come teme chi vede nella biorobotica l’anticamera dell’apocalisse umana. Ovviamente, ogni passo fatto in direzione della creazione artificiale di reti neuronali pone interrogativi sul tempo che manca alla creazione di macchine senzienti e pensanti.

Nonostante la linea di demarcazione tra natura e artificio si faccia sempre più labile, gli Anthrobot possono considerarsi creature pronte a salvare l’uomo da cui sono nate piuttosto che attaccarlo. D’altronde  dall’uomo sono nate, si potrebbe obiettare. O piuttosto precisare che anche la perdita di controllo della creatura artificiale dipenderebbe comunque da un calcolo umano. E si torna alla mano di Dio, alla causa finale. Rispetto alla quale due immagini possono servire. La prima è la risposta di Franz Kafka a chi lo interrogava su Gesù “Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare” (Colloqui con Kafka, Janouk Gustav). La seconda risale a circa tre giorni fa. La rivista Nature ha aggiunto ChatGpt ai dieci protagonisti della Scienza del 2023. L’immagine è già eloquente, e le ciglia di Anthrobot hanno cominciato ad accelerare.