Aukus, i Five Eyes e la Nato d’Oriente. L’Europa al bivio

Di Augusto Rubei

24 settembre 2021

Lo stretto di Malacca è un passaggio marino dell'oceano Indiano che separa l'isola indonesiana di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese. Mette in comunicazione il mare delle Andamane a nord con lo stretto di Singapore e il mar Cinese Meridionale a sud. E’ una delle più antiche e importanti vie marittime al mondo. La premessa è utile a comprendere l’impatto che può aver avuto il recente accordo sui sottomarini a propulsione nucleare, Aukus, annunciato da Australia, Regno Unito e Stati Uniti in barba alle aspettative francesi. Un’intesa strategica la cui analisi non può però limitarsi alla confusione diplomatica di questi giorni e che, per una serie di motivi, si inserisce in un rinnovato impegno statunitense sugli equilibri regionali nel teatro dell’Asia-Pacifico.

La regione oggi genera il 60% del PIL mondiale e i due terzi della crescita mondiale. È la seconda destinazione delle esportazioni dell'Ue e ospita quattro dei suoi dieci partner commerciali principali. Circa il 40% del commercio estero dell'Ue passa per il Mar cinese meridionale, quindi la sicurezza in Asia ha un impatto diretto sulla sicurezza e la prosperità europee.

Stretto di Malacca

Se Washington ha scelto di sacrificare il suo più vecchio alleato storico in Europa, la Francia, c’è però un motivo che va al di là dei dati economici e questo motivo ha un nome: Pechino. Proprio oggi si aprirà il primo summit del Quad (il quadrilatero delle democrazie dell’Indo-Pacifico), dunque Usa, Giappone, Australia e India, cioè i tasselli più importanti di un “cordone di contenimento” dell’espansione cinese.

Dal canto suo Pechino, questa volta, non ha nessuno da incolpare se non se stessa. Fino a poco tempo fa l'opinione pubblica australiana era ambivalente riguardo alle implicazioni dell'ascesa del Dragone. C’era chi mostrava preoccupazioni e chi curiosità, specie tra i leader aziendali che speravano di preservare legami commerciali. Ma la condotta sempre più aggressiva di Xi Jinping ha cambiato ogni prospettiva. In pochi forse ricordano che a novembre dello scorso anno il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, rilasciò una durissima dichiarazione contro i cosiddetti Five-Eyes (un'alleanza di intelligence che comprende Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda).

Poco dopo, Pechino diffuse persino una lista di 14 punti contro Canberra, accusando gli australiani di non fare abbastanza per migliorare la salute delle loro relazioni bilaterali. Inoltre, la decisione ingiustificata di imporre un embargo commerciale punitivo in risposta a una proposta australiana per un'inchiesta internazionale indipendente sulle origini del coronavirus, ha innescato un deterioramento irreversibile delle relazioni. Questo ha spinto le autorità australiane ad accelerare un percorso che a Washington davano già segnato.


A pensare il contrario erano rimasti solo i francesi. La scorsa estate Parigi aveva aggiornato la sua strategia regionale con l’obiettivo di far leva su territori d’Oltremare, incrementare l’interscambio economico e diventare, in questo modo, un terzo polo (dopo Stati Uniti e Cina). Un passo più che legittimo, del resto la Francia nel Pacifico ha presenza e interessi da tempo: un milione di abitanti, basi militari, l’unico Paese membro dell’Ue a far parte dello Iora (l’Associazione rivierasca dell’Oceano Indiano per la cooperazione regionale; Italia e Regno Unito vestono ancora i panni degli osservatori, tecnicamente “partner per il dialogo”). Allora, cosa è andato storto?

Nulla. Gli americani hanno fatto ciò che hanno sempre fatto nel corso della storia, dal secondo dopoguerra ad oggi. Hanno scelto di guidare la partita, complice anche la necessità di ripulire la propria immagine dopo la controversa e improvvisa fuga da Kabul. Biden poteva mai permettersi un’altra sconfitta? Avrebbe mai potuto cedere il passo a qualcun altro in una delle partite strategicamente più importanti per il futuro dell’Occidente? La risposta è banale.

Piuttosto, c’è da chiedersi quanto gli Usa abbiano deciso di puntare su quella che in molti hanno già ribattezzato la Nato d’Oriente. L’incastro tra il Quad e i Five Eyes sulla tratta indo-Pacifica è chiaro a tutti. L’India si muove alla luce del sole, mentre gli australiani hanno già garantito a Tokyo che buona parte dei sottomarini saranno realizzati in Giappone. Insomma, il dialogo interno tra questi nuovi attori strategici funziona eccome. Convince meno, invece, quello interno all’Unione Europea. Non è un caso che diversi Stati membri abbiano già sollevato riserve sul mettere a repentaglio le relazioni con gli Usa. Lituania e Svezia hanno detto che va salvaguardata l'unità transatlantica. La Polonia, presto, farà lo stesso. L’Ue è al bivio e mai come in questo momento dovrà saper pianificare ogni mossa. Fra poco si chiuderà anche l’era della Cancelliera tedesca Angela Merkel e la strada verso Pechino tornerà ad essere lunga e tortuosa.