Auto e moto elettriche? Chi spinge, chi frena. Il 90% dei motociclisti rifiuta la svolta “green”

Di Massimo Falcioni

24 settembre 2021

Dopo la recente proposta della Commissione Europea di vietare entro il 2035 i motori a combustione interna si moltiplicano le prese di posizione nel settore “automotive”, pro e contro. Spetterà poi al Parlamento europeo discutere, modificare e approvare o no tale proposta nell’ambito del Green Deal europeo (obiettivo: Europa primo continente a impatto climatico zero entro il 2050) attraverso un confronto di merito in ogni Nazione della Ue fra le forze politiche e sociali coinvolgendo in vario modo i cittadini. Un tema complesso, una matassa non facile da sbrogliare, per cui serve realismo e senso delle proporzioni a cominciare dal “peso” dell’Europa nel mondo che con i suoi 27 paesi conta 446 milioni di abitanti (gli italiani sono 60 milioni)  rispetto a quasi un miliardo e mezzo della Cina, a un miliardo e 400 milioni dell’India, ai 329 milioni degli USA, ai 146 milioni della Russia, ai 127 milioni del Giappone. Va anche ricordato che oggi 25 megalopoli producono da sole oltre la metà dei gas serra. E’ davvero possibile in meno di un quindicennio cancellare  “per decreto” i motori termici  che dalla fine del 1800 hanno rivoluzionato il trasporto cambiando come mai prima la vita sulla Terra? Il rischio è che questo modo di procedere “ideologico” rischia di essere velleitario, quindi inutile rispetto all’obiettivo di ridurre l’anidride carbonica e di fermare il riscaldamento globale del pianeta di cui è principalmente responsabile l’attività umana. In altre parole, il motore elettrico è davvero la soluzione del futuro, l’unica strada per salvare il pianeta? Ci sono, innanzi tutto questioni tecniche da risolvere che solo apparentemente sembrano semplici ma che invece sono complesse. A cominciare dall’installazione di una infinità di terminali di ricarica lungo le strade partendo dal fatto che attualmente i veicoli elettrici più efficienti hanno una autonomia di poco superiore ai 500 km, non considerando l’uso di fari, tergicristalli, riscaldamento, aria condizionata,  computer. Poi c’è la progettazione e la realizzazione di nuove batterie capaci di immagazzinare e trasmettere l’energia necessaria, batterie attualmente pesanti (oltre 15 Kg per una auto medio-piccola), realizzate con metalli rari e costosi come il nichel (che va estratto e lavorato producendo enormi residui da smaltire -nel mare?-) o il litio (oltre 10 kg grezzi per batteria, da estrarre prevalentemente sotto i laghi salati prosciugati delle Ande con conseguenti migrazioni dall’acqua dolce verso gli abissi, cioè una catastrofe ecologica per gli indigeni; infine il cobalto (almeno 10 Kg grezzi per batteria) da estrarre e acquistare in alcuni paesi dell’Africa (Congo) e soprattutto in Cina, con quel che può significare anche in termini geo-politici.


Anche l’auto va riprogettata, alleggerendo il tutto: carrozzerie in alluminio e componenti pregiati “da F1”  quali mercurio, arsenico, titanio, silicio i cui rifiuti vanno smaltiti creando un nuovo circolo vizioso come il gatto che si morde la coda e ponendo, così, nuovi interrogativi su questo tipo di sviluppo “sostenibile”. Resta il fatto che le principali Case automobilistiche e motociclistiche  hanno già tracciato la rotta da seguire da subito e nei prossimi trent’anni. Ad esempio Honda presenterà entro tre anni quattro inediti veicoli a due ruote elettrici, con batterie standardizzate sviluppate insieme ad altre Case giapponesi e alle europee Piaggio e Ktm. “Entro il 2050 – ha annunciato Toshihiro Mibe, President and Representative Director della Casa dell’Ala dorata – Honda si impegna a raggiungere la carbon neutrality per tutte le nostre attività e tutti i nostri prodotti” auspicando che entro il 2030 Honda auto raggiunga il 40% delle vendite globali, nel 2035 l’80% e la totalità entro il 2040. Sulla stessa strada è avviata la Mercedes: “L’elettrico è l’unica strada – ha detto giorni fa al Salone dell’auto di Monaco il Ceo Ola Kallenius – il futuro di Mercedes Benz sarà esclusivamente elettrico. La decisione è presa e noi andiamo avanti. Vogliamo accelerare nell’elettrificazione: per farlo servono tre elementi: nuovi modelli, energia di fonti rinnovabili e infrastrutture per la ricerca che devono arrivare a essere ovunque in Europa. Inoltre Mercedes deve diventare anche una “software company” affinchè le auto siano sensori su ruote che raccolgono dati nelle città diventando parte integrante dell’infrastruttura nelle smart city e perché, infine, saranno autonome ”.  Chiaro? Messa così pare di sì, anche se, ad esempio non si parla mai dei costi complessivi necessari per far partire la rivoluzione e come affrontare i contraccolpi, non solo economici, tutt’altro che secondari. Come non ricordare le forti critiche all’auto elettrica, vero e proprio monito, espresse di recente dal numero uno del colosso Toyota, Akio Toyoda? “I veicoli elettrici sono sopravvalutati – ha chiosato il capo supremo di uno dei principali costruttori mondiali – e godono di un eccessivo clamore, non giustificato né a livello ambientale né a livello economico. Questa scelta delle auto a batterie, se non realizzata gradualmente, non ha per nulla impatto zero sull’ambiente e così farà collassare l’industria. Più veicoli elettrici produrremo, più saliranno le emissioni di anidrite carbonica: ciò è legato principalmente alle batterie che, in fase di produzione, fanno quasi raddoppiare le emissioni totali di C02 di un’auto elettrica rispetto a quelle generate per la fabbricazione di un’auto termica o ibrida ”. Insomma, l’esigenza di realismo, procedendo per gradi rendendo green la produzione di elettricità e adeguando le infrastrutture prima di imporre agli utenti di comprare auto a emissioni zero, altrimenti la troppa foga nella transizione non produce la necessaria svolta green e stravolge l’economia, con la perdita di milioni di posti di lavoro. Ciò vale anche per la motocicletta, la sua industria, i suoi utenti. Visto che secondo la Commissione Europea (sostenuta da gran parte dell’industria automobilistica) dal 2035 la riduzione delle emissioni dovrà essere del 100% c’è da chiedersi se per quella data si potranno acquistare esclusivamente moto e scooter elettrici, non producendosi più motori a scoppio. Fa riflettere, una vera e propria secchiata d’acqua gelata sull’elettrico “tutto e subito”, il recente sondaggio della FEMA (Federation of European Motorcyclist’s Associations) realizzato fra luglio e agosto 2021 coinvolgendo 23.768 persone: oltre il 90% dei motociclisti è contrario a un possibile futuro con il divieto di vendita per le moto con motore a benzina.


Ancora più allarmante il fatto che il 53,38% degli intervistati abbia dichiarato che non acquisteranno né guideranno più una moto in caso di proibizione della due ruote con motore a benzina. Solo il 7,67% acquisterebbe già una moto a zero emissioni con moto a benzina ancora disponibili sul mercato. Insomma, c’è di che riflettere per procedere senza commettere passi falsi.  In questo contesto, rispetto alle ultime scelte della Commissione Ue e più in generale al “Green deal” dell’Ue si stanno levando anche in Italia sempre più voci critiche e anche stroncature, in particolare fra le forze imprenditoriali, sociali e politiche,  all’interno dello stesso governo Draghi perché così, con questo modo e con questi tempi, ci sono “alti rischi” per raggiungere l’obiettivo “green” e per l’occupazione e per le aziende, un duro colpo per tutta l’economia” del Made in Italy. Insomma, serve tempo e bisogna sciogliere tutti i nodi che un tale provvedimento comporta, altrimenti il conto da pagare, specie per l’Italia, sarà molto salato. Si tratta di un comparto, quello dell’auto Made in Italy, da oltre 350 miliardi, di una filiera che vale il 20 per cento del Pil e occupa quasi 1,3 milioni di persone. In particolare, la componentistica, che da sola occupa quasi 300 mila addetti, sarebbe travolta, fino al ko totale di tutte le nostre aziende, dato che i nuovi mezzi elettrici hanno propulsori e sistemi frenanti semplificati, meno complessi. Per l’Italia, uno tsunami, dato che da oltre 20 anni la nostra componentistica fa registrare un saldo attivo della bilancia commerciale di oltre 5 miliardi di euro. Insomma, così come è stata presentata dalla Commissione europea si tratta di una proposta da rivedere totalmente per non penalizzare le nostre aziende più competitive e avanzate a livello mondiale  sull’altare dell’ideologia green. A pagare il conto, salatissimo, sarebbe tutta l’Italia, con conseguenze imprenditoriali, economiche e sociali devastanti. La realtà del mercato motociclistico è, in proporzione, altrettanto importante. Spetta soprattutto al governo Draghi dire “No” a questo modo di procedere chiedendo alla Ue proposte realizzabili, realistiche, non punitive per un settore che può evolversi solo rimanendo competitivo, restando in vita, un settore che rischia di crollare con danni enormi per l’intero Paese.