Orientare il sistema: un nuovo ideale di bellezza per la città fisico-digitale del futuro

18 dicembre 2023

Di Mario Fois

«Il bello non è sempre l’opera di una causa intelligente. Il movimento spesso determina, sia in un essere considerato isolatamente, sia in vari esseri paragonati tra loro, una prodigiosa moltitudine di rapporti sorprendenti.»
Denis Diderot, Trattato sul Bello, 1772

Le città sono state affrontate come sistemi già da alcuni decenni, ma solo negli ultimi anni la loro teorizzazione è passata da una concezione sostanzialmente statica ad una che le vede in continua evoluzione, attraverso processi che, dal basso verso l'alto, ne modificano la struttura. Vedere la città come ‘sistema complesso’ e osservare l’impatto presente e futuro delle tecnologie digitali, offre la possibilità di pensare alla stessa come suddivisione in sottosistemi di componenti: alcuni costituiti da elementi materiali, altri da elementi immateriali o astratti.
Partendo da questo approccio ed analizzando la storia è possibile ipotizzare quali condizioni possano favorire l’emergere della ‘bellezza’ nella città fisico-digitale del futuro e riflettere su quali possano essere gli approcci di pianificazione e progettazione più adatti a favorire la sua crescita.


L'estetica urbana nella polis greca e nella città rinascimentale
Per comprendere meglio l'importanza del “fattore bellezza” nella città, possiamo rivolgere lo sguardo agli esempi storici delle polis greche e delle città rinascimentali. Le polis greche, e Atene in particolare, erano caratterizzate da una grande attenzione all’estetica e all'architettura: gli antichi greci credevano che la bellezza urbana contribuisse all'armonia sociale e alla realizzazione individuale. L'acropoli di Atene con il Partenone e gli eleganti ordini architettonici sono esempi iconici di come l'estetica urbana fosse parte integrante della vita cittadina.

Fonte: Wikipedia

Nell’Atene di Pericle, dopo la distruzione attuata dai persiani, artisti affermati come gli architetti Ictino e Callicrate e lo scultore Fidia diedero forma e concretezza ai principi pitagorici della proporzione matematica, come elemento di equilibrio e di ‘bellezza’. L’architetto Ictino, riuscì a stabilire per il Partenone delle proporzioni ideali in gran parte basate sul rapporto di 9:4, applicandoli ad ogni dettaglio dell’edifico. Ma contrariamente a quanto si è creduto per lungo tempo, in particolare nella scultura, piuttosto che perseguire la rigida adesione ad un canone, l’artista greco cercava un equilibrio con la rappresentazione realistica, ricercando una bellezza psicofisica che armonizzasse anima e corpo. Per quanto poi riguarda la cura delle abitazioni private, va notato che per gli ellenici, così come per i romani, lo sforzo di arricchimento e abbellimento era rivolto al loro interno mentre l’esterno degli edifici aveva essenzialmente una funzione di chiusura e protezione.

Nella concezione rinascimentale i temi della “città ideale” e della “prospettiva” occupano un ruolo di grande importanza. La città ideale rappresenta un’utopia architettonica e urbana, un luogo immaginario che incarna i valori e gli ideali dell'epoca rinascimentale. L’ordine e l'armonia sono princìpi fondamentali, le strade e gli edifici sono disposti secondo una griglia regolare creando un senso di equilibrio e simmetria. I monumenti e gli edifici pubblici occupano posizioni centrali e sono progettati in modo monumentale, enfatizzando il potere e la grandezza della città.
L'uso della prospettiva lineare viene applicata anche all'architettura, sia nella pianificazione urbana che nella progettazione degli edifici per dare un senso di profondità e armonia visiva.
«…la bellezza nell'ambito urbano dipende in gran parte da forme e ordini che difficilmente possono essere progettati in modo completo, ma piuttosto emergono come risultato della libertà concessa a più agenti urbani di esprimersi nello spazio».

Questa visione ideale va però integrata dall’osservazione di come si sono sviluppate organicamente le città europee. Se infatti la costruzione dei ‘temi collettivi’ dell’urbs, come piazze, cattedrali, municipi, accompagnate da un’impostazione urbanistica di fondo, risponde a logiche razionali e ‘calate dall’alto’, già dal medioevo il contributo delle famiglie benestanti arricchisce l’estetica dei centri urbani, attraverso l’abbellimento delle facciate di edifici che si affacciano sulle vie principali e ha il compito di rappresentare il loro ruolo nella società. È un tipo di crescita organica delle città che spinge ad abbellire spazi pubblici ed edifici privati, migliorando la fattura architettonica complessiva, nell’inseguimento continuo che passa attraverso il desiderio di emergere nella comunità, che genera bellezza.

In generale, nella concezione classica, ordine e armonia rappresentano l’essenza della bellezza e sono spesso concepite come il frutto di una precisa pianificazione, ma nel concreto la “bellezza” delle città (europee in particolare) è realmente frutto di una specifica volontà di pianificazione progettuale o è piuttosto il frutto dell’emergere di fenomeni sociali e culturali, sostanzialmente spontanei e generativi? 

«… il rigore del purismo moderno è diventato la distesa di case anonime e insignificanti dei quartieri contemporanei

Negli anni ‘50 in Europa e nel mondo, comincia a prevalere per le architetture di tipo pubblico e privato, una tendenza vicina allo stile lineare e puro delle forme di tipo razionalista. Tale scelta formale è agevolata dalle necessità di ricostruzione post-bellica e di ampliamento delle città, attraverso la creazione di nuovi quartieri che necessitano di pianificazione, funzionalità e rapidità realizzativa. Il singolo edificio è visto come ‘modulo’ integrato nel progetto urbano e la sua ‘facciata’ tende a perdere quella capacità di comunicare la volontà individuale di rappresentarsi nella società. Ma un’eccessiva banalizzazione dei principi del razionalismo, veicolati attraverso l’International Style, con la condanna di qualsiasi forma di decorazione e di contributo individuale, provocherà spesso risultati ‘anonimi’ e una reazione confusa ad un movimento che, in origine, doveva consentire di superare l’accademismo stilistico e individuare le nuove forme della modernità. Una ‘rivoluzione’ sfociata spesso, soprattutto nelle periferie delle grandi città, nella spersonalizzazione dell’individuo, considerato nel sistema produttivo al pari di un numero.


La città multilivello
La visione di R. Fistola e R. A. La Rocca può darci degli spunti per immaginare la città del futuro. La città è vista come un sistema complesso e dinamico, con capacità di auto-organizzazione, composto da cinque sottosistemi che interagiscono tra loro con caratteristiche antropiche, funzionali e fisiche, di cui non è possibile progettare compiutamente lo stato futuro, ma solo gestirne, e possibilmente orientarne, l’evoluzione verso uno stato sostenibile.

Il piano fisico dei sottosistemi, che sono subalterni e dipendenti rispetto al sistema complessivo della città e senza il quale non possono funzionare autonomamente, è stratificato e inclusivo di persone, famiglie, quartieri, strade, comunità e distretti e sono un elemento fondamentale del loro sviluppo. È attraverso l’interazione dei sottosistemi che avvengono le trasformazioni degli elementi tangibili e materiali della città, come l'ambiente naturale, le aree territoriali, gli spazi edificati, le infrastrutture e le reti di comunicazione.

Fonte: Freepik

Tuttavia, nel contesto della città del futuro, al piano fisico si va sovrapponendo un piano virtuale, dando vita ad un sistema fisico-virtuale. Una sovrapposizione che, grazie all'uso delle tecnologie digitali, messe in atto attraverso sensori e sempre più attraverso il supporto dell’intelligenza artificiale, sta avvenendo gradualmente, ridefinendo la percezione che abbiamo dell’ambiente e provocando un mutamento nella relazione tra cittadino e territorio urbano. In questa convergenza tra il mondo fisico e quello virtuale, i confini architettonici percepiti diventano rimodulabili e, attraverso i filtri digitali, possono dare vita ad una nuova forma di esperienza dello spazio urbano.

Le caratteristiche fisico-virtuali presenti nel sistema urbano possono consentire infatti una forte spazializzazione dei contenuti digitali e contribuire non solo all'attuazione di una pianificazione urbana bottom-up, basata su una maggior partecipazione dei cittadini, ma offrendo anche una visione ‘aumentata’ e personalizzata della realtà, per descrivere la quale, oltre a riferirsi alle immagini che ci ripropongono cinema e letteratura, fatte di visioni immaginifiche sia utopiche che distopiche, può essere di spunto riprendere l’immagine di Steven Johnson4, che paragona gran parte degli ambienti creativi della città alle barriere coralline, brulicanti di colonie di creatori che interagiscono e si influenzano tra di loro. Basti pensare alla Factory di Warhol, al MIT o ai laboratori di Los Alamos, o alla Roma in età classica e alla Firenze nel Rinascimento e, su un piano digitale (almeno in potenza) al web e ai social network. Secondo una visione ottimistica la nuova realtà ibrida favorisce contemporaneamente la crescita di questa ‘barriera corallina’ di interazioni creative e, a sua volta, rende possibile la costruzione di ambienti urbani rispondenti alle esigenze e alle aspettative degli abitanti, ma è già evidente come in alcune parti del mondo le stesse potenzialità create dallo sviluppo tecnologico si stiano configurando in un sistema di controllo pervasivo.

Queste interazioni dovrebbero avvenire attraverso combinazioni dinamiche e solo in parte condizionate da regole specifiche (ad esempio i piani regolatori delle città) che, rispetto ad una visione utopica proiettata nel futuro, saranno scritte secondo una logica sistemica, con l’obiettivo di orientare dall’interno la crescita del sistema-città, senza ingabbiarlo secondo logiche top-down calate dall’alto.

Nella città del futuro quindi, il piano virtuale può svolgere un ruolo sempre più importante nella creazione di esperienze fortemente immersive, che influiscono nella comunicazione e nell'interazione tra le persone e tra esse e l’ambiente. Attraverso dispositivi mobili e indossabili e alla realtà virtuale, sarà possibile accedere non solo a servizi digitali, informazioni e connessioni sociali che arricchiscono la loro esperienza urbana, ma anche fare esperienza di un nuovo tipo di esperienza estetica della città: la visione di una nuova forma-città dove gli aspetti fisici e quelli virtuali, fusi in un insieme mai sperimentato prima consentono di percepire il legame con l’ambiente con una sensibilità ‘aumentata’.

Orientare il sistema: un nuovo ideale di bellezza per la città del futuro
La città del futuro organizzata secondo un piano fisico-virtuale, può essere quindi immaginata come un sistema multilivello in cui la bellezza architettonica, ambientale e digitale, svolge sinergicamente un ruolo significativo nell’influenzare positivamente l'esperienza urbana.
Senza voler entrare nel dibattito filosofico su cosa sia la “bellezza”, ci accontentiamo di considerarla la manifestazione della volontà collettiva della civitas, di migliorare l’aspetto della città in quanto espressione della propria comunità. Una qualità estetica e armonica dell'ambiente urbano che, una volta generata, ha la capacità di influenzare positivamente il contesto sociale.

Fonte: Unsplash

In continuità con quanto è sempre avvenuto, nell’ambiente fisico della città, la bellezza si manifesta attraverso gli elementi architettonici e quelli naturali che compongono lo spazio. Questo include edifici, parchi, piazze, monumenti, strade, altre infrastrutture, e la natura presente nell’area urbana. La progettazione attenta e la cura degli spazi pubblici, l'integrazione di elementi naturali come parchi e giardini, l'uso di materiali e forme esteticamente piacevoli continuano ad essere elementi che contribuiscono a creare un ambiente urbano attraente e armonioso.

Sul piano fisico-virtuale, con l’introduzione di uno spazio non tangibile composto da dati e informazioni, la bellezza architettonica può esprimersi attraverso la creazione di ambienti immersivi, coinvolgenti e stimolanti arricchiti dalla dimensione digitale, mediante installazioni artistiche virtuali accessibili attraverso la realtà aumentata. Se da un lato questo piano offre la possibilità di progettare e sperimentare soluzioni architettoniche e funzionali in modo virtuale attraverso le tecnologie digital twin, consentendo agli utenti, attraverso un ‘gemello digitale’, di interagire e partecipare attivamente alla costruzione del mondo ‘ibrido’ o eventualmente di sperimentare quello fisico che verrà, dall’altro offre la possibilità di progettare la città come un insieme di aspetti fisici e percettivi complessi e mutevoli. Questo perché un cyberspace, uno spazio virtuale nel quale utenti e programmi interagiscono, svincolato dalla configurazione tangibile dell'ambiente urbano e organizzato in un cloud composto esclusivamente da bit digitali, tramite appositi dispositivi, consentirà di creare ‘nuove visioni’ da sovrapporre alla realtà fisica, migliorando l'esperienza sensoriale e cognitiva della città.

«In futuro ci potrebbe essere una realtà virtuale in gran parte indistinguibile dalla realtà fisica ordinaria, e a lungo termine la realtà virtuale potrebbe essere di qualità molto più alta sotto vari aspetti.» «A breve termine, naturalmente, le realtà virtuali possono essere inferiori alle realtà fisiche sotto ogni sorta di aspetto… Ma anche a breve termine, la realtà virtuale può essere reale, non illusoria e avere valore. A lungo termine, e in linea di principio, la realtà virtuale potrebbe essere pari alla realtà fisica».

È importante notare che la percezione della bellezza può essere soggettiva e variare da persona a persona e da cultura a cultura. L'integrazione del fattore “bellezza” all'interno del sistema complesso multiplo di una realtà urbana attraverso le tecnologie digitali, richiede una progettazione attenta e inclusiva che tenga conto delle diverse prospettive e aspettative degli utenti della città. Inoltre va evitato che il controllo del cyberspace, attraverso la potenza crescente dell’A.I., finisca nelle mani di entità che hanno interesse a manipolare l’esperienza collettiva anche perché, quando queste tecnologie avranno raggiunto un elevato livello di maturità, l’esperienza di ambienti ibridi ‘fisico-virtuali’ potrebbe non essere più realmente distinguibile da quella sperimentata in luoghi ‘reali’. Ciò potrebbe comportare l’eventualità che nello stesso ambiente urbano le persone vivano esperienze diverse e personalizzate, ma con il rischio che non conoscano esattamente quale sia l’origine della realtà in cui sono immersi.

Come precedentemente accennato se consideriamo ordine e armonia elementi fondamentali per la genesi della bellezza urbana, dobbiamo valutare il fatto che essi possono essere generati all’interno dei sistemi socio-spaziali, in due modi diversi: per mezzo della progettazione o in un modo involontario e spontaneo. È importante sottolineare che queste due forme opposte sono ideali e non si manifestano in termini assoluti. Più correttamente si potrebbe sostenere che un sistema urbano può essere più o meno spontaneo o progettato e per questi motivi andrebbe ripensato il modo stesso di concepire l’attività progettuale. La bellezza realizzata in città storiche come Venezia, Napoli, Firenze, Roma, solo per citare alcune delle città italiane più conosciute, non è, se non in piccola parte, il frutto di un disegno dall’alto verso il basso, ma «… il prodotto spontaneo di molteplici azioni e interazioni senza un coordinamento centrale» (Moroni 2020). In futuro però, l’esperienza di città ‘ibride’ fisico-virtuali potrebbe essere condizionato da molti fattori: ad esempio un potere politico centrale o anche semplicemente un monopolio ‘tecnologico’ potrebbe essere in grado di suggerire od orientare una specifica visione della realtà, anche attraverso la profilazione del singolo individuo. È quindi necessaria una riflessione approfondita rispetto ad una ‘cultura digitale’ realmente democratica e condivisa, per individuare soluzioni che minimizzino i rischi e valorizzino le opportunità, guidando non solo l’evoluzione delle metodologie progettuali ma anche l’evoluzione generalizzata dei sistemi formativi e che promuovano lo sviluppo di una società in grado di affrontare nuove sfide e necessità.

Una bussola apre nuove prospettive
Con la New European Bauhaus, l’Unione Europea propone oggi una ‘bussola’ utile per valutare la progettazione architettonica ed urbanistica, strutturata combinando valori (processo partecipativo - approccio transdisciplinare - coinvolgimento multilivello) e principi fondamentali (condivisione - sostenibilità – bellezza) che si rafforzano a vicenda. Ma probabilmente per poter avviare realmente la trasformazione delle nostre città è necessario far emergere un nuovo modo di pensare, in grado di affrontare insieme gli aspetti della contemporaneità, urbanistici, sociali e ambientali, con quelli tecnologici, favorendo l’affermazione di un nuovo paradigma progettuale che comprenda la cultura digitale. Una nuova visione ‘aperta’ del progetto che deve integrarsi con modelli economici, forme di governo e mentalità delle persone, all’interno della quale l’agente-progettista è visto come soggetto in grado di produrre relazioni e interazioni, modificando il proprio ruolo in quello di mediatore dei diversi interessi all’interno del sistema-città.

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Uno dei compiti principali degli agenti che concretamente possono essere amministratori, architetti, urbanisti, designer, cittadini, esperti di tecnologie digitali e altri attori coinvolti nella pianificazione e nella gestione urbana, sarà quello di rendere attuabile una logica relazionale che consenta l’aggregazione e la comunicazione di elementi altrimenti estranei tra loro: materiali e immateriali, culturali, economici e sociali, in modo generare un sistema più armonico. Se tutta la città è un macrosistema tutto comunica e si parla e il compito principale degli agenti che si muovono al suo interno è quello di orientarne lo sviluppo verso uno stato più sostenibile, armonico, secondo una logica generativa e non lineare, e in definitiva più ‘bello’ in quanto frutto dell’azione di molti fattori che agiscono sinergicamente.

Le città, infatti, offrono «un terreno fertile per i progetti di migliaia di persone» e «Quando abbiamo a che fare con le città abbiamo a che fare con la vita nella sua forma più complessa e intensa. Perché è così, c'è un limite estetico di fondo a ciò che si può fare con le città: una città non può essere un'opera d'arte».

Già oggi i ‘realisti virtuali’ sostengono che la vita nella realtà virtuale può avere, in linea di principio, lo stesso valore della vita non virtuale (quella reale) e quando lo sviluppo tecnologico consentirà di raggiungere un livello di esperienza sufficientemente completo e soddisfacente, i soggetti che si muovono in ambienti virtuali o fisico-virtuali, potranno percepire la loro esperienza come un tutt’uno, frutto della sovrapposizione di più realtà tra loro fuse. Non parliamo quindi di esperienze virtuali come il metaverso o second life, che tentano di replicare un ambiente reale parallelo ma comunque separato dalla nostra vita principale-reale, ma immaginiamo un possibile nuovo scenario che diventerà sempre più coinvolgente e rilevante nell’esperienza collettiva.

Gli esperti di tecnologie digitali avranno il ruolo di predisporre questo tipo di esperienza, anche estetica, della nuova città (una città cyborg secondo alcuni) nella consapevolezza che le stesse possibilità tecnologiche potrebbero dar vita a libere esperienze frutto della condivisione e di scelte personali piuttosto che a scenari distopici caratterizzati da livelli differenti di potenziamento tecnologico degli individui e da un controllo invisibile ma pervasivo della società.
Già oggi la rivoluzione digitale ha generato una trasformazione antropologica dei comportamenti e delle relazioni sociali, che incide profondamente sul concetto di bellezza e sul ruolo di architetti e artisti e la creazione di ‘entità native digitali’ caratterizzate da processi, metodi e tecniche utilizzabili da comunità per la co-creazione, fanno nascere la possibilità di generare una sintesi tra innovazione e memoria, da conservare e sviluppare nel tempo come fonte di conoscenza per le attuali e future generazioni. 

Alla stregua degli antichi greci per i quali ciò che è bello non può che essere buono e viceversa ciò che è buono è bello, oggi è necessario immaginare le caratteristiche della città futura in modo che rappresentino un modello sostenibile dal punto di vista ambientale, digitale e in definitiva democratico. L’evoluzione di una nuova ‘cultura digitale’ autonoma e non meramente strumentale deve diventare l’elemento fondante di un nuovo ‘umanesimo digitale’ in grado di promuovere un uso responsabile, consapevole e creativo delle tecnologie, che mantenga aperta la possibilità di contribuire a tutti coloro che sono in grado di fornire un apporto innovativo.

L’idea di fondo è che il progetto ideale per la città del futuro debba essere innanzitutto sistetico, neologismo che indica la sintesi tra sistemica, estetica e etica, in grado cioè di far rilevare le proprietà emergenti generate dall’interazione dei suoi elementi costitutivi con caratteristiche inscindibili di bello e buono, senza però che ciò comporti la volontà di imporre un modello rigidamente precostituito.

Le attività di pianificazione e progettazione della città fisica-virtuale del futuro, grazie anche ad un modello di rete condivisa delle conosce, dovrebbero quindi ispirarsi a questo concetto e svolgere un ruolo importante nel favorire l’emergere spontaneo di città praticabili e piacevoli, migliorando il benessere dei cittadini, stimolando la creatività, promuovendo l'interazione sociale e l’attività economica. Tutto ciò modificando o introducendo determinate condizioni spaziali e virtuali che ‘orientino’ lo sviluppo senza ostacolare la libera iniziativa, attraverso l’adozione di principi, piuttosto che di regole, che lo guidino mantenendo il giusto spazio alla diversità.

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La rivoluzione digitale ha generato una trasformazione antropologica dei comportamenti e delle relazioni sociali, che incide profondamente sul concetto di bellezza e sul ruolo di architetti e artisti. 
Ma se consideriamo la città un’opera incompiuta e un processo aperto, la ricerca di una creazione condivisa anziché individuale può svolgere una funzione simbolica e pratica di antidoto alle patologie dell'età post-tecnologica, lontana dalla centralità dell’architetto-artista “genio” che ancora domina la nostra cultura.
In una società con molti conflitti interni si rivela ancor più necessario sviluppare un pensiero complesso e connesso che metta in relazione pratiche e saperi diversi e trasformi la città in un laboratorio ‘ibrido’ fisico-virtuale. Perciò il mito del creatore-genio che riassume in sé tutte le capacità e le competenze è ormai improponibile, e per far emergere nelle città una nuova forma di bellezza sostenibile, anche i progettisti e gli artisti dovranno condividere le loro esperienze all'interno di uno spazio urbano virtuale, non semplicemente riflesso della realtà fisica, ma layer interdipendente in grado di generare nuovi spazi e idee.

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Fonte: CULTURA DIGITALE, RELAZIONE, EMPATIA - Paradigmi della terza rivoluzione industriale
A cura di Maddalena Casalino e Carmine Marinucci
Editore Stamen, serie Pais