Bianchina alla riscossa. Da auto fantozziana a gioiello per appassionati

Di Giovanni Vasso

14 luglio 2021

Gli Europei di calcio di quest’anno già appartengono alla storia sportiva. La finalissima, tra Italia e Inghilterra, disputatasi per giunta a Wembley, ha acceso la passione sportiva di tutti ma ha soprattutto riportato la mente e il cuore di tutti a una delle scene cult del cinema italiano. Un’autentica icona di una saga che, proprio in queste settimane, compie cinquant’anni: quella del mitico ragionier Ugo Fantozzi.

Senza dubbio, il personaggio più riuscito e amato di Paolo Villaggio. Protagonista di romanzi prima (il primo, appunto, uscì giusto cinquant’anni fa nel 1971 e fu un clamoroso best seller da un milione di copie che fruttò a Villaggio il riconoscimento sovietico del Premio Gogol’) e di fortunatissimi film poi. L’Italia, che adesso esulta per la vittoria dell’Europeo, ha atteso la finale del torneo rivedendo e condividendo sui social una celeberrima scena tratta dal secondo film della saga (Il secondo tragico Fantozzi, 1976). Quella in cui il povero ragioniere è costretto ad abbandonare plaid, birra gelata e frittatone di cipolle e a rinunciare alla telecronaca televisiva del grande Nando Martellini da Wembley per la sfida tra azzurri e Tre Leoni. A causa della protervia cinefila del mega direttore Guidobaldo Maria Riccardelli che, per la serata, ai suoi “inferiori” propone (o meglio, impone...) un film cecoslovacco, “ma con sottotitoli in tedesco”. E allora, di corsa verso il cineforum aziendale con la radiolina caricata in spalla; a un tratto, concitato dall’azione ascoltata alla radio, ferma la corsa della sua automobile, sfonda il vetro di una finestra al piano terra per chiedere al padrone di casa “Scusi, chi ha fatto palo?”.

C’è chi ha cercato l’angolo di Roma in cui è stata girata la scena. E c’è chi lo ha anche trovato. C’è chi ha condiviso e rivisto quel video compulsivamente. Qualcun altro ha spento il telefono dalla sera prima della finale, onde evitare convocazioni spiacevoli e moleste del ragionier Filini (l’indimenticabile Gigi Reder). Nessuno ha pensato alla coprotagonista. Non solo della scena in sé ma, probabilmente insieme al mitico “spagnolin” cioé il berretto simbolo del personaggio, dell’intera saga cinematografica: la Bianchina.

Prodotta dal 1962 e fino al 1969, a suo modo, quella vettura fu un colpo di genio. L’idea dell’Autobianchi era semplice: fare una versione elegante e raffinata della Fiat 500. E funzionò. Riprendeva la base tecnica dalla 500 D (poi della versione F nel restyling del 1965) ed era disponibile in due versioni, normale e Special. Quest’ultima con un motore leggermente più potente, da 21 cavalli anziché 17,5 (dopo il ’65, i motori saranno rispettivamente da 22 e 19 cavalli). Voleva essere la vettura di chi, pur non potendosi permettere una rombante Alfa Romeo o non essendo interessato a un’elegante Lancia, comunque avrebbe voluto distinguersi dalla “massa” motorizzata, appunto, dalla 500. Insomma, l’auto perfetta per il travet. Come, appunto, fu Fantozzi. Raccoglieva, la Bianchina, l’eredità di un progetto originale e abbastanza eccentrico, quello della piccola “Trasformabile”. Che però, poco spaziosa e troppo chic, non poteva essere certo commercializzata su grande scala. Oggi, quell’auto è una rarità. Al punto che una casa d’aste americana, nel febbraio scorso, ne ha venduto un esemplare a 18.500 dollari.

La Bianchina aveva dei pregi che furono subito colti dalla clientela medio-bassa. Era elegante e spaziosa, nella versione berlina a quattro posti: dunque perfetta per la famiglia. Le linee erano, come imponeva la moda dell’epoca, tagliate ed eleganti. Al punto che il tetto dell’auto, rialzato per consentire l’abitabilità anche ai passeggeri che viaggiassero sui sedili posteriori, era praticamente quadrato. E donò alla macchina il soprannome di “Televisore”. Condividendo la meccanica della 500, contava su consumi limitati e su una manutenzione tutto sommato accettabile. E, ovviamente, pativa gli stessi difetti. Di sicuro non era un’auto da corsa, ecco. E bisognerà aspettare almeno altri vent’anni perché la Fiat Uno desse alle “piccole” un’anima (almeno in potenza) sportiva.

Insomma, la Bianchina voleva essere un’automobile familiare ed elegante. Tranquilla e, a suo modo, di dignitoso prestigio. Poi arrivò Fantozzi. E dal momento che il ragioniere era il simbolo della mediocrità e della sfiga, divenne “sfigata” anche la Bianchina. Di cui, però, Fantozzi fece gli usi più impensabili, testimoniandone la versatilità. Ci andava in campeggio con Filini, accompagnato dall’immancabile “nuvola dell’impiegato” che svuotava la sua pioggia nella “barca” che aveva legato sul tetto (Fantozzi, 1975). Poi ci andò a Capri, per l’improvvida fuitina con la signorina Silvani che gli rinfacciò, al solito, il maggior gusto dell’eterno rivale, il ragionier Calboni, che per portarla nell’Isola Azzurra s’era premurato di procurarsi una velocissima e potente “Mersedes-spaider-duemila-e-otto” (cit.) mentre con quella borbottante Bianchina, da Roma a Napoli, secondo Fantozzi ci sarebbero volte “undici ore e quaranta al massimo” (Il secondo tragico Fantozzi, 1976). Tornò, di nuovo, al campeggio ma stavolta in discarica, attaccandole un carro da morto a uso camper (Fantozzi subisce ancora, 1983). E, ancora, ne fece un’auto blindata quando fu designato giudice popolare in un processo alla mafia (Fantozzi alla riscossa, 1990). Ancora, la imbandierò per la partita Italia-Scozia, partecipando nella finzione cinematografica agli scontri hooligan con i scozzesi (che invece, a Wembley, erano dalla nostra parte a sostenere gli azzurri), e la lasciò intraversata nel traffico congestionato di Roma verso lo stadio (SuperFantozzi, 1986). Infine, la utilizzò persino per una rapina-rivincita contro la megaditta che per anni lo aveva sfruttato e dopo il colpo se la ritrovò bloccata dalle ganasce per divieto di sosta (Fantozzi in Paradiso, 1993). In mezzo a tutto questo, attraversando otto libri e ben dieci film, la Bianchina finì più volte distrutta, fatta a pezzi, presa a martellata, smembrata. Specialmente gli sportelli ebbero vita brevissima per le gag di Villaggio.

Oggi, però, la Bianchina vive la sua, di riscossa. Dopo anni di pernacchie e sfottò condivise col suo “padrone”, la vetturetta è diventata una chicca per appassionati. Non solo del mondo fantozziano. Nei circuiti di appassionati di auto storiche, la Bianchina – con le sue forme eleganti – non appare più come un vecchio macinino sfigato. Ma riprende, con ironia, la sua eleganza originaria. E inizia a essere cercata e (molto) apprezzata. E la si torna a guardare con quella simpatia che, in fondo, ha sempre meritato.