Cesarismo e task force, i timori di studiosi e giuristi

Di Dario Di Vico

Rassegna Stampa | L'analisi della Fondazione Leonardo. Pajno: forte esposizione di premier e presidenti di Regione

20 dicembre 2020

Realizzare la più ampia indagine interdisciplinare sulle trasformazioni che il virus ha causato nel funzionamento delle istituzioni, nell'esercizio delle libertà, nelle cure mediche, nell'uso della Rete. È questo il compito che si è prefissa Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine presieduta da Luciano Violante di cui anticipiamo i primi risultati. Una ricerca, in corso di pubblicazione con il Mulino, alla quale hanno collaborato 60 studiosi. «L'indagine contiene importanti apporti di medici e di tecnologi, mi soffermo qui solo sui profili di carattere costituzionale: la pandemia si è rivelata uno stress test per la democrazia in tutti i Paesi. La risposta data dall'Italia ha conseguito risultati positivi ma ha generato anche interrogativi giuridici e politici che vanno affrontati», spiega il coordinatore della ricerca, Alessandro Pajno, presidente emerito del Consiglio di Stato. Cominciamo dalla Protezione civile: ha assunto centralità anche nella pandemia perché l'unica capace di procedure rapide di intervento, tuttavia i suoi strumenti non sono apparsi adeguati, di fronte alla necessità di limitare alcune libertà fondamentali. «Si è quindi proceduto faticosamente, e non senza errori, ad affiancare ai vecchi standard un nuovo regime di governo della pandemia, fondato sulla centralità del presidente del Consiglio». Ma come si è coordinato il nuovo con il ruolo «storico» della Protezione civile e con le norme del Servizio sanitario nazionale, nel quale hanno un rilevante peso il ministro della Salute, i presidenti di Regione e i sindaci? «Si sono creati dei problemi per la presenza di troppi soggetti in campo, non ultimo il commissario», sostiene Pajno.

Il secondo punto riguarda la decretazione d'urgenza. Per il giurista, il primo decreto legge presentava profili dubbi sul piano costituzionale perché mancava un elenco preciso dei casi di limitazione delle libertà personali, con la conseguenza di una sorta di autorizzazione in bianco all'adozione di ulteriori misure di contenimento. Il governo è saggiamente intervenuto con un secondo decreto che ha «categorizzato» e delimitato le restrizioni. Ma il punto chiave dell'analisi di Pajno riguarda il rapporto politica/amministrazione e centro/periferia: la necessità di dare risposte immediate ha portato a una moltiplicazione degli organismi tecnici che hanno affiancato il Comitato tecnico scientifico e il commissario straordinario. Per non parlare delle numerose task force. «Alla proliferazione degli organismi tecnici si è aggiunta una forte esposizione del presidente del Consiglio e dei presidenti delle Regioni. Tutti i vertici sono stati indotti a presentarsi come tutori della salute nel proprio ambito territoriale. Sono così emersi rischi di una sorta di cesarismo mediatico», annota Pajno. I sistemi regionali si sono spesso presentati ai propri elettori come antagonisti rispetto al centro. «Si è mostrato plasticamente un difetto congenito del nostro federalismo portato a enfatizzare il peso dei cosiddetti governatori, eletti a suffragio diretto ma non sempre disponibili a varare misure di contenimento». La diversità politica dei vari livelli di governo si è poi proiettata sulle proposte e sulle misure, diventate occasioni per sostenere visioni politiche differenti. Nel mirino delle analisi della Fondazione Leonardo è entrato anche lo strumento dei Dpcm. «Utili se limitati, altrimenti finiscono per produrre un'esondazione normativa», commenta Pajno. Tra i saggi che comporranno l'indagine merita segnalazione quello del professor Simone Penasa sul Cts. Secondo il giurista dovrebbe avere - come in Francia - una legittimazione legislativa per assicurare «alla relazione tra scienza e decisione maggiore trasparenza».

Articolo pubblicato sul "Corriere della Sera" del 20 dicembre 2020