Come si filosofa col martello, nucleare va da sé

15 settembre 2021

Di Ginevra Leganza

Come si filosofa col martello, nucleare va da sé. Questo lo spunto da porgere a Sossio Giametta (Frattamaggiore, 1929), tra i massimi studiosi del pensiero di Friedrich Nietzsche che dal 1965 è stato funzionario presso il Consiglio dei ministri della Comunità europea a Bruxelles, un punto di vista di certo privilegiato per un filosofo per seguire lo svolgimento di eventi e posizioni politiche sul tema dell’energia. 

 

Qual è stata la sua posizione da filosofo? È cambiata nel corso degli anni? 

No. Non è mai veramente cambiata. E ammetto di essere rimasto impressionato dalle dichiarazioni di Angela Merkel e dall’intenzione di smantellare tutti i centri nucleari entro un breve periodo. Gli incidenti hanno spaventato il mondo, e si può intendere: non sono drammi limitati al luogo in cui avvengono, hanno una capacità di diffusione potentissima. Molti paesi hanno preso la decisione di chiudere questi impianti anche per il grave problema dello stoccaggio delle scorie che nessuno vuole sul proprio territorio. Ma nonostante i gravi rischi che ci sono, pur a favore della più grande prudenza, io sostengo convintamente l’uso del nucleare. Hanno bisogno di energia tutti gli stati industrializzati: la Germania è uno degli stati più industrializzati al mondo. Purtroppo c’è un diffuso stato d’animo pregno di paura. Il paragone non è del tutto appropriato, me ne rendo conto, l’energia nucleare fa paventare pericoli ben più gravi, ma se cascano degli aerei non è che si possa eliminare il servizio aereo. Cambia l’entità del danno, ma il principio è lo stesso: c’è un senso di paura che non sa scendere a patti con la razionalità.

 Il tema dell’energia atomica è cruciale visto l’esaurimento delle altre risorse. 

Questo è un fatto di enorme portata. Il caso dell’Italia è quello di una nazione che compra energia nucleare a carissimo prezzo. Siamo un paese industrializzato e ne abbiamo evidente bisogno. È chiaro che converrebbe possedere il nucleare e non comprarlo. Ci sono nazioni che non hanno la bomba atomica e comunque cercano a tutti i costi di procurarsi l’energia nucleare. Come si fa ad accettare una tale disparità? Bisognerebbe riflettere e capire fin dalla radice l’utilità del nucleare. Penso alla formula di Einstein per cui la massa è energia: il mondo è energia, un’energia immensa. Basta un grammo di materia per produrre, attraverso la fissione dell’atomo, 32.000 chili di esplosivo. A partire da quella formula, la scienza ha fatto scoperte importanti. Esistono sommergibili atomici. Persino in guerra, nonostante la mostruosità dell’immenso numero di vittime, quella stessa preziosa energia ha forse permesso di risparmiare milioni di altri morti. Einstein ha avvertito Roosevelt del fatto che i tedeschi stessero approntando la bomba atomica. Forse il messaggio di muoversi non è mai arrivato. Fatto sta che lo scienziato, le cui posizioni pacifiste sono ben note, al momento del pericolo è stato a favore della bomba. È un dato storico su cui riflettere.  

Sossio Giametta

La sua attività è legata al pensiero nietzschiano. Il filosofo muore pochi decenni prima della scoperta dell’energia atomica. Cosa avrebbe pensato Nietzsche del nucleare? Cosa penserebbe oggi, secondo lei? 

È una domanda a cui nessuno può rispondere con un certo fondamento ma, tirando a indovinare, Nietzsche, nonostante il rapporto di fratellanza profonda con Spinoza, ne criticava il conatus suum esse servandi dell’individuo e la conservazione della sostanza in genere. Nietzsche diceva che la vita è fatta di spreco e volontà di potenza, che trascura anche la volontà di conservazione. Ciò che vive vuole esplodere a dispetto del pericolo di non conservarsi. Io penso che lui sarebbe per una soluzione audace, non prudente.  

Quello che si coglie a più livelli è ritenere l’argomento demoniaco. L’abbiamo visto dopo le ultime dichiarazioni del ministro Roberto Cingolani circa l’opportunità di considerare i reattori di quarta generazione. I contraccolpi sono stati immediati: in Italia la chiusura è netta. Rispetto alle questioni scientifiche, l’opinione pubblica – covid docet – si arrocca sempre di più in posizioni manichee. Il nucleare è un tabù. La nostra è una società superstiziosa, dai tratti neoprimitivi?

La nostra società non ha il migliore dei rapporti con la scienza. Ma la mancanza di razionalità del dibattito dipende dalla vecchiaia del nostro popolo. I popoli sono organismi: sono giovani, raggiungono la maturità e poi la decadenza. All’inizio c’è un senso di collettività. Questo si perde man mano con la disintegrazione individuale. Luciano De Crescenzo, in una famosa battuta, diceva al capo della Lega di una volta: “quando i vostri stavano sugli alberi, i nostri erano già froci”. Per dire che la civiltà era già individualizzata al massimo. È chiaro che la vecchiaia di cui parlo non è una questione anagrafica, è una questione di secoli e millenni. La chiesa è stata l’erede dell’impero romano, e ha portato alla più grande epoca della civiltà italiana (che non è la luce del mondo del Rinascimento, con la sua rotazione dalla sfera morale a quella estetica). Politicamente e moralmente il momento più alto è stato quello di Dante e Giotto, San Domenico e San Francesco. Oggi manca un senso di collettività. Non dico che sia in assoluto meglio il senso collettivo (pensiamo ai talebani). Dico che il vecchio non può tornare giovane. 

Per avvalorare l’opposizione in Italia si evocano i due referendum, il primo ultratrentennale, il secondo dopo Fukushima. Intanto il mondo cambia e si lavora da un lato per incrementare la sicurezza dei reattori a fissione, dall’altro per riuscire a gestire la fusione. Sul tema nucleare non si considera il progresso. Ma il progresso non pretende di avere un peso nella nostra parte di mondo? 

Ma il popolo italiano va a umore. È viscerale. Bisognerebbe essere razionali, e la razionalità richiede energie. L’energia nucleare chiama energia morale. Un popolo vecchio non ha energie per affrontare la questione con raziocinio. Manca la materia prima: l’individuo ha perduto il senso della collettività, della moralità, perciò ha paura. Si è come tante formiche autonome. Non abbiamo la razionalità di cui possono vantarsi l’Inghilterra, la Francia, la Germania… 


A tal proposito, lei ha lavorato a lungo a Bruxelles. Come giudica il comportamento eterogeneo dei paesi europei in questo campo?

Per me non proprio la salvezza, ma perlomeno la resistenza può essere costituita solo dall’unione politica. Isolare il paese significa mandarlo allo sbaraglio. Neanche con l’unione politica dell’Europa possiamo avere troppa voce in capitolo visto il peso delle altre potenze: Cina, Stati Uniti (anche se meno di prima). E poi i paesi emergenti: India, Brasile, Pakistan. Neanche la Germania può più salvarsi da sola. È un’interdipendenza oggettiva. Eppure siamo diversi: in Francia ci sono decine di centrali perché ci si muove meno per impressioni; in Italia non si razionalizza. Ma, come ho detto, per razionalizzare ci vuole energia. 

Ricorda Umberto Minopoli (presidente dell’Associazione Italiana Nucleare) che l’Italia è impegnata in prima linea nella ricerca, anche per quanto riguarda la fusione. All’impegno scientifico non sembra corrispondere il riconoscimento politico. Al di là dell’opinione pubblica, come si muove la politica italiana?  

La politica subisce la pressione dell’opinione pubblica, e questo non aiuta la ricerca. Quanti scienziati sono all’estero, negli Stati Uniti che non lesinano fondi? Io sono amico di uno scienziato tedesco che vive a Heidelberg. Lui mi ha portato sulla collina in cima alla quale ci sono tutti i centri industriali. Se la Germania trova che un’impresa è seria e ha un programma buono, non esita a finanziarla. Ma lo stato italiano non è così slanciato. In Italia non si pagano neppure i professori per le conferenze. È una questione di moralità. La corruzione di cui tanto si è parlato, per dire, non è causa ma effetto di un popolo vecchissimo e quindi disintegrato. E non c’entra l’età. Io sono vecchio, e più son vecchio più mi sembra che lo spirito ringiovanisca. Pubblico libri a tutta forza: a ottobre dovrebbero uscire due miei libri, uno di 600 pagine.  

Come fa?

Mi limito a cercare le cose della vita. Non sono della razza dei filosofi concettuali. Seguo Pitagora, che ha inventato il termine “filosofia”: quindi amante, non sapiente. Il filosofo è colui che studia la natura – non i concetti – senza cedere alle facili impressioni.