"Se non facessi il professore non potrei suonare". Conversazione con Galoni, insegnante di italiano e cantautore

04 luglio 2022

Di Camilla Povia

Al mattino insegna italiano, storia e geografia in una scuola media di Velletri e di sera con le sue camicie a quadri messe alla rinfusa nei jeans neri racconta con voce e chitarra le contraddizioni della società moderna alle prese con le guerre, le pandemie e la quotidianità.

Si chiama Emanuele Galoni, viene da Giulianello in provincia di Latina e sorprende con una forza e una leggerezza che la musica indipendente italiana alla quale eravamo abituati prima di lui aveva diluito in ritornelli che avevano la fortuna di durare tutt’al più una estate. Galoni invece, con i suoi occhi celesti spalancati sul mondo e portando in processione la fragilità e la bellezza della vita di tutti, resta attaccato addosso come la carta delle caramelle alle dita. Se fosse un ciclista, di lui si direbbe che taglia il vento e apre l’aria.

“Diciamo la verità, ad oggi non potrei suonare se non facessi l’insegnante. Credo sia uno dei pochi mestieri che si possono coniugare con l’attività artistica, non solo per il tempo che lascia a disposizione. Nella scrittura delle mie canzoni vado a pescare tantissimo dalle discipline che insegno. Il mondo della scuola che vivo al mattino alimenta costantemente quello musicale e artistico che vivo dal pomeriggio. Gli antichi greci dicevano che dal lavoro bisogna guadagnare il tempo libero, è quel che provo a fare”.


Emanuele Galoni

Sei diventato docente di ruolo da qualche giorno, avendo vinto il concorso due anni fa. Alle spalle dieci anni di precariato sbirciando le graduatorie per capire in quale scuola media saresti finito a insegnare.

“C’era della bellezza anche in questo. Ero molto legato al mondo del precariato che mi permetteva un certo spazio di libertà. Tuttavia oggi fare musica significa, almeno nel mio caso, investimento economico autonomo e continuo. Non potrei suonare se non avessi questo lavoro. Che tra l’altro nascondo al pubblico. Ho timore che mi diano dell’intellettuale.”

Il mondo dell’educazione vive un momento di grande difficoltà, tra la didattica a distanza, le nuove tecnologie e un diffuso impoverimento culturale.

“Negli ultimi anni la scuola è cambiata totalmente. Ce ne sarebbero di cose da dire. Mi viene sempre in mente una cosa. Abbiamo tolto (silenziosamente) la parola ‘educazione’ dalle discipline. Prima c’era ‘educazione artistica’ ora si chiama ‘arte e immagine’, prima c’era ‘educazione musicale’ ora c’è ‘musica’, c’era educazione tecnica ora si chiama ‘tecnologia’. E’ rientrata ‘Educazione Civica’ ma fino a qualche anno fa si chiamava ‘Cittadinanza e costituzione’. Il termine educazione è stato abolito ed è un messaggio sbagliato perché occorre far capire da subito che all’arte, alla musica e a tutte quante le discipline bisogna essere educati”.

Nei testi delle tue canzoni, che sono ricchi di parole che accendono suggestioni, ricordi e rimandi a tempi passati o futuri, ci sono tanti riferimenti letterari. Come è cambiato il mondo della letteratura oggi?

“Occorre concepire la disciplina in rapporto alla realtà vissuta, al nostro tempo, rimodularla in base al mondo che i ragazzi vivono al di fuori delle mura scolastiche. La letteratura si deve confrontare con la contemporaneità. Un testo di letteratura di terza media contiene moltissime pagine su Manzoni e solo una o due pagine di Fenoglio, Sciascia, Pasolini, Levi, Morante che invece per l’attualità delle loro parole continuano a sedurre chiunque senza distinzione di età, tempo e spazio. Al contrario un sacco di poeti che hanno avuto importanza nei secoli scorsi, oggi non riescono a sfondare i confini della modernità. Bisogna trovare il modo di invertire la rotta. Quest’anno nella mia classe di terza media ho fatto leggere e studiare “La strada” di Cormac McCarthy ed “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, si sono tutti appassionati come non capitava da molto: serve solo qualcuno che mostri loro cose che non conoscono”.


Tu hai la faccia di chi non potrebbe fare altrimenti. Eppure i ragazzi oggi con qualsiasi Smartphone accedono a Google e hanno a disposizione una prateria.

“Sì ma a loro manca il concetto di ricerca che avevamo noi. Noi andavamo a casa di un amico e sfogliavamo enciclopedie, i libri dei fratelli maggiori e dei genitori, chiedevamo informazioni a chi ne sapeva di più, era una esperienza di vita e un intreccio di rapporti umani. Ora con un click, accedendo a qualsiasi cosa, hanno ridotto al minimo quella esperienza. Purtroppo questo metodo viene declinato in qualsiasi campo della loro vita. Anche nell’ascolto musicale. Non attuano un sistema di ricerca spinto dai propri gusti, ma accedono alla produzione musicale che gli viene fornita dalle playlist e dagli algoritmi”.

Come sono allora i quattordicenni di oggi, in loro vedi più un’indole
umanistica o scientifica?

“I ragazzi oggi sono tutti in gamba, svegli, molto delicati e impauriti dal mondo che c’è fuori. Spesso vedo in loro una sensibilità più marcata di quella che avevamo noi, che alle volte cadiamo anche nella solita trappola generazionale di dire che chi viene prima è sempre meglio di chi viene dopo. Non è così. L’area tecnico-scientifica in loro è più dominante rispetto a quanto lo era per noi, perché è legata al mondo delle nuove tecnologie, delle piattaforme, della PlayStation, tra l’altro uno strumento che influisce moltissimo sulla vita dei ragazzi e degli adulti. Il mondo scientifico arriva a loro di default. La letteratura e la dimensione umanistica la devi scoprire, studiare, approfondire, possedere, farla tua. E’ un percorso lungo e difficile, meno immediato. Ma penso sia uno dei compiti dell’insegnante di oggi”.

Qual è l’impatto della rivoluzione digitale nella società dal tuo punto di vista?

“Ma sai, è qualcosa che ha aperto un mondo. Ricordo bene come era bello ai primi anni del ventesimo secolo avere il mondo digitale in tasca, che ti aiutava in mille modi. Mondo reale e mondo digitale si integravano a vicenda, uno supportava l’altro. Poi nel corso degli anni sono diventate due rette parallele e oggi i ragazzi devono scegliere da che parte stare. Si sentono spaesati. Loro hanno una idea del mondo reale alternativo al digitale ed è pericolosissimo perché si troveranno sempre più in difficoltà a vivere i rapporti umani. Per non parlare di tematiche fondamentali come il sesso e la morte, che sono state svuotate completamente di valore e significato dal digitale, e a cui loro accedono alla visione da piccoli e in qualsiasi momento”.


Come si fa a restare se stessi in un mondo veloce, tecnologico e nel quale tutti possono dire e fare tutto?

“Intorno a me vedo sempre tutti alla ricerca di qualcosa di nuovo, di nuovi contenuti da mettere sul mercato. Il pubblico stesso dopo due o tre settimane che è uscito un tuo brano vuole subito il disco intero, è una fame, una voracità che non sazia. Resto me stesso perché mi accorgo che ho un pubblico non generalista, i miei post non prendono più di 400 mi piace. Siamo abituati a numeri ben più enormi e distorti: alle volte basta un passaggio televisivo, una mandrakata, una furbizia per restare a galla. Non inseguo niente di tutto questo”.

I cantautori italiani, di cui Francesco De Gregori è stato certamente il capofila, hanno portato la canzone a essere cultura e dunque un mezzo espressivo che può veicolare contenuti importanti senza perdere il valore della leggerezza. Tu fai la stessa cosa. Ma a differenza di allora, quando c’erano direttori artistici particolarmente illuminati, che prendevano a cuore la carriera di un artista e lo aiutavano ad emergere, oggi siamo negli anni dei social, dei tweet, del chiasso, di chi fotografa i cibi, di chi si fa i selfie nel bagno, dei reality, di Spotify.

“Ognuno è cantautore nel suo tempo. Il problema è che oggi, con le nuove tecnologie tutti possono fare musica, anche chi non non capisce che dovrebbe fare altro, e si fa una fatica enorme a scoprire e rintracciare progetti di qualità, che pure ce ne sono. Una volta i cantautori avevano una scrittura importante, voci riconoscibili e una identità fortissima, c’era moltissimo lavoro attorno a loro. Bisognava fare un provino soltanto per accedere alle stanze della casa discografica. Ora la contemporaneità è tutta costruita in modo orizzontale, la verticalità non esiste più e se esiste asseconda un mercato che non guarda più al concetto di eterno. La notorietà è immediata ed è cosa ben diversa dal successo. Il successo implica studio, sacrificio, bellezza, il fatto che tu sia stato lì a lavorare tutti i giorni su un progetto. La notorietà si costruisce sui social, con tanta pubblicità. Oggi si è creato uno spazio enorme, una prateria dove ci sono progetti che nascono tutti i giorni. Così tra l’altro feci io con Greenwich (ndr: il primo album di Emanuele Galoni, bellissimo nella sua autenticità, uscito nel 2011) registrato in casa a Giulianello e buttato in pasto al web. Nessuna pubblicità, nessun post, nessuna sponsorizzazione. Alla fine mi è andata abbastanza bene. Ma la verità è che forse non c’è più spazio per il cantautorato”.


Non so se non c’è davvero più spazio ma so che rispetto al ‘sintetizzatore vocale’ a cui il mainstream ci ha abituati, la tua chitarra acustica e l’armonica che ogni tanto usi in stile De Gregori/Dylan ci riportano in una dimensione di cantautorato sobrio, onesto, che non cede ad alcuna forma di artificiosità.

“L’armonica la uso solo in qualche canzone in realtà, se dipendesse solo da me farei dischi interi ma è chiaro che non si può fare e bisogna trovare lo spazio per altre sonorità. Poi nei concerti live è più facile cedere a uno spettacolo un po’ più ‘bandistico’ che tenga conto di tutte le anime sonore che compongono una canzone. L’armonica però rimane nella mia interiorità, diciamo. Ma poi oggi non c’è più quell’idea molto romantica di far nascere le canzoni con la chitarra in mano e l’armonica al collo durante una cena all’osteria. Oggi una canzone nasce al computer e cominci a comporre in digitale, ho l’impressione che accada questo, ecco”.

Le tue canzoni come nascono allora?

“La maggior parte delle volte prendo la chitarra e di notte mi metto lì a provare, a casa mia. Purtroppo non posso suonare a volume alto e dunque vengono fuori sempre tutte ‘ballate’ se abitassi in campagna forse potrei fare pezzi un po’ più rock. Sono dell’idea che alcune canzoni esistano già dentro di noi, vanno solo scoperte e tirate fuori. Qualche altra canzone invece non ne vuole sapere di completarsi ed è lì ferma da anni perché non si riescono a chiudere versi. Bisogna assecondarla”.

Il primo luglio intanto è uscita “In mezzo alla fretta” che insieme a “L’esercizio fisico di piangere” e “Buoni propositi del nuovo anno” comporranno il prossimo album in uscita questo inverno.

“Sì, In mezzo alla fretta è una canzone nata guardando le fotografie attaccate al mio frigorifero, contiene l’idea che in questa velocità a cui il mondo ci ha abituato, spesso non abbiamo neanche il tempo di trascorrere momenti conviviali con le persone a cui teniamo. Sono molto legato all’immagine di copertina che ritrae questa nuova canzone (ndr. fatta per GALONI da Chiara Lanzieri, un’illustratrice romana freelance che collabora anche con riviste americane) perché assomiglia alla copertina di ‘America Oggi’ di Raymond Carver, uno scrittore che ho molto amato, i suoi racconti sono semplicemente le cose che ti accadono, come se qualcuno le avesse immaginate per te e le avesse raccontate.