Critica della democrazia digitale

27 luglio 2021

Di Andrea Venanzoni

Non sarà forse il de profundis definitivo, ma la democrazia digitale, da tempo malcelata speranza che informa agende politiche di movimenti plasticamente nuovi, si sta avvitando in una evidente, palese crisi: una crisi, spesso, agevolata proprio dal modo assai poco meditato con cui gli stessi promotori l’hanno venduta e che tradisce, se mai ce ne fosse bisogno, una scarsa comprensione di insieme.

Prima presentata come tentativo da estrema lotta sul ponte di coperta della nave per rinvigorire le incanutite ed obsolete istituzioni rappresentative risalenti all’ottocento e poi come tabula rasa per sostituirle del tutto, la democrazia digitale a ben pensarci ha scontato il difetto genetico di qualunque democrazia: la comprensione piena di cosa essa sia e di cosa possa, o voglia, essere.

Nonostante l’abusata immagine dell’agorà digitale, lo spazio libero del confronto e il mercato istituzionale delle idee, come ci ricorda il Rodotà di ‘Tecnopolitica’ la democrazia digitale sembra più assonante con i meccanismi decisionali spartani che non quelli ateniesi: non discussione, ma rumorosa acclamazione.

E viene difficile dargli torto alla luce delle considerazioni empiriche sui vari tentativi di discussioni digitali prestate al processo deliberativo.

E se come sosteneva Luigi Einaudi prima di deliberare è necessario conoscere, la stortura più perniciosa della democrazia digitale è proprio la possibilità di riuscire a comprendere seriamente cosa si starebbe decidendo: la suggestione del corpo sociale totale, di una cittadinanza sdilinquita nei gangli di silicio della Rete, di una democrazia ciclica, a getto continuo, era criticata con forte ragione dal Bobbio de ‘Il futuro della democrazia’, il quale rilevava la autentica farsa, alla luce della mole torrenziale di provvedimenti legislativi, del poter immaginare anche solo vagamente che un cittadino riesca a capire cosa di volta in volta sta votando.

Vero è che la democrazia digitale è una manifestazione del tutto superficiale, esteriore e formale della istituzione democratica: postula una tendenziale disintermediazione, scardinando l’assetto della rappresentanza, ma così facendo ingenera una totalizzazione della cittadinanza. E come rilevava sempre Bobbio, il passo che separa cittadinanza totale e Stato totale è breve assai. Non siamo più dalle parti di un Rousseau 4.0 quanto di una Unione Sovietica digitalizzata, annegata sotto spesse coltri di burocrazia.

Paragone non casuale visto che il Kelsen de ‘La democrazia’ rilevava l’estrinseco formalismo della ‘democraticità’ sovietica dispersa tra mille organismi burocratici e al contempo la impossibilità di democratizzazioni dirette in Stati complessi e densamente popolati.
C’è un ulteriore tema: come sottolinea Cass R. Sunstein in ‘Infotopia’, molto spesso i processi comunicativi e deliberativi digitali sono inquinati dal paradosso della giuria, formulato da Condorcet. Ovvero, nessuno di noi esprimendo un giudizio lo esprime in maniera davvero indipendente da quello formulato da chi ci ha preceduto: fattori di conformismo, reputazionali, di logica da branco portano a una ripetizione strutturale dei giudizi di valore, come ad esempio spesso avviene su TripAdvisor dove ci facciamo suggestionare, nell’esprimere i nostri giudizi, da quanto leggiamo scritto da altri.

In questa prospettiva alle aggregazioni partitiche basate su comuni visioni complessive di un progetto di società si sostituisce la iper-polarizzazione connessa a interessi. Una privatizzazione delle formule di dibattito pubblico su cui, con straordinaria preveggenza, si era già espresso Carl Schmitt negli anni venti del XX secolo, nel suo ‘La dottrina della Costituzione’.

Quale mai dovrebbe essere la risultante davvero positiva di un processo di democratizzazione digitale? Non mi sembra che essa possa preludere a un rafforzamento del senso di partecipazione della cittadinanza alla vita politica: il ‘partito digitale’, per riprendere l’espressione di Paolo Gerbaudo, nei fatti è un ologramma che replica in maniera epidermica un insieme di logiche fintamente decentrate ma al servizio di decisioni verticistiche e direttoriali.

E tutti gli esperimenti oggi tentati, dal bilancio digitale partecipato alle varie forme di ‘selezione’ della classe dirigente partitica a mezzo di piattaforme (rigorosamente private) passando per le consultazioni pubbliche non fanno che confermare questo radicale scetticismo.