Demografia e natalità

Di Ginevra Leganza

17 novembre 2022

L’Italia fra cinquant’anni
L’Italia è il Paese delle culle vuote. Ma non da ieri. Se nel Novecento – nonostante due guerre mondiali – la crescita demografica galoppò sino agli anni Ottanta, a metà degli anni Novanta si registrò un primo abissale minimo storico. Eppure, a distanza di trent’anni, nel 2020, e addirittura dall’Unità d’Italia, le culle non furono mai tanto vacanti. 
La natalità è un tema che s’insinua in una piega ombrosa. In quella zona grigia fra volere e potere. E si muove su due livelli: quello della disposizione individuale da un lato e quello del costume sociale dall’altro. Un cono d’ombra, appunto, nel quale è tanto difficile quanto necessario fare luce. A maggior ragione oggi. E a maggior ragione in Italia, dove la questione – più che la natalità – è esattamente il suo contrario. 
Le nuove previsioni Istat annunciano un calo drastico della popolazione. Nel 2070 gli italiani si ridurrebbero di 12,1 milioni di unità rispetto al 2020. Fra poco meno di cinquant’anni, dunque, gli abitanti del nostro Paese sarebbero poco meno di cinquanta milioni: per la precisione, 47,6. Un’immagine ancor più raggelante se si pensa all’invecchiamento progressivo della popolazione. 
La condizione demografica ordinaria, che pretenderebbe un numero di nascite superiori alle morti, in Italia è stata ampiamente disattesa. Nel biennio 2018-2019, sulle 107 provincie del Paese, un numero di nascite superiori ai decessi si è registrato solo in provincia di Bolzano (caso virtuoso per quanto attiene ai diversi indicatori di qualità della vita). Nel resto della Penisola, ben 6 provincie su 10 hanno contato più di 150 morti ogni 100 nati. 


Gli ultimi italiani: fra preoccupazione economiche e mutamenti di costume
Si pongono oggi domande inaggirabili. Non solo alla politica ma anche agli individui. 
Quali sono gli orientamenti esistenziali dei più giovani? Quali le aspirazioni future? La spinta procreativa è infiacchita da un impoverimento di prospettive economiche o c’entra anche il mutamento dei desideri? Rispondere è oltremodo complesso.
Nel recente libro dello statistico Roberto Volpi, Gli ultimi italiani (Solferino, 2022), la causa prima della denatalità sembra incrociare due piani. La preoccupazione di un futuro lavorativo incerto incontra l’ingarbugliata sfera dei desideri. La ragione più impattante sarebbe infatti la progressiva riduzione dei matrimoni. In particolare di matrimoni religiosi, statisticamente più longevi e prolifici. 
L’incertezza – quale umore generale – non riguarda solo il mondo del lavoro, sempre più difficile da penetrare, ma anche i legami interumani. La possibilità del divorzio – rendendo più insicuro il perdurare delle unioni – disincentiva la scelta di vita coniugale. Le conquiste femminili, inoltre, portano – al di là della cornice dei rapporti – a un innalzamento dell’età media alla quale le donne hanno il primo figlio. E questo secondo tema apre a sua volta un interrogativo che – volendo estremizzare – assume i toni di un aut-aut: il percorso accademico di emancipazione individuale e sociale sembra confliggere con un la possibilità di crescere più di un figlio. 


La mancanza di fiducia nei giovanissimi
Testare lo stato d’animo di chi oggi si affaccia al mondo è un dovere fondamentale per dirottare una tendenza infausta. 
Al di là di cause, concause e ragioni che si incrociano, aumentare la fecondità richiede un sentimento di fiducia nei confronti dell’avvenire. E forse urge interrogarsi sull’umore di una generazione cui spetta l’onere di sostenere il futuro. 
I dati non rassicurano se all’instabilità nel lavoro e nelle relazioni si associano fenomeni scaturiti dal brusco impatto della pandemia. Il 2020 è stato l’annus horribilis per le nascite, con meno 15.000 unità rispetto al 2019. Ma considerando i giovani e giovanissimi si ravvisano tendenze che non lasciano ben sperare. È in aumento il fenomeno dell’hikikomori – spiega Marco Crepaldi, psicologo, presidente e fondatore di Hikikomori Italia – ossia di quella “pulsione all’isolamento fisico, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale”. Un fenomeno che si abbatte più sugli uomini (87% i maschi) e che si manifesta, di solito, intorno ai 15 anni. 
Certo resta l’urgenza di analizzare, comprendere e trovare una soluzione rispetto ai costumi e alle storture di un sistema che arranca nel favorire ingresso e stabilità nel mondo del lavoro. Eppure, oltre alle cause economiche e culturali strutturate, l’isolamento fisico di oggi ci dice molto della mancanza di fiducia. Ingrediente basilare per la crescita di un Paese. Intervenire alla radice di questo sentimento è forse un’esigenza impellente. Ed è fondamentale per individuare il punto da cui promana il sintomo delle culle vuote.