Digitalizzazione del processo penale. Conversazione con Eugenio Albamonte

30 luglio 2021

Di Serena Ricci

Il pubblico ministero ed ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati ha risposto ad alcune domande in merito l'orientamento verso la digitalizzazione dei processi e la necessità delle garanzie di sicurezza di tale investimento di efficienza processuale nella Riforma Cartabia

Il disegno di legge di riforma del processo penale all’esame della commissione giustizia della Camera dei deputati si presenta come una riforma urgente anche per quanto concerne la sua condivisione. Le modifiche che verranno accolte, a detta del Presidente del Consiglio Draghi, dovranno essere di carattere tecnico non frutto di un puntiglio ideologico. Il testo condiviso nell’ultimo Consiglio dei ministri non può essere stravolto e dovrà andare rapidamente in Aula per essere sottoposto alla questione di fiducia in quanto riforma urgente e fondamentale. E’ necessario, perché venga portata a termine la riforma, un aiuto da parte della maggioranza per evitare una “distrazione collettiva” che non favorisce la funzionalità della giustizia né l’avvicinamento all’efficienza di altri paesi dal punto di vista della giustizia. Questione fondamentale è la farraginosità dei processi: ritardo enorme che comporta un ritardo di investimenti. La digitalizzazione richiede risorse che ancora non si sono trovate ma che forse, per quanto riguarda quelle disposte nel PNRR, possono essere orientate sulla stessa. Il pubblico ministero Eugenio Albamonte, specializzato in indagini sui crimini informatici e cyberterrorismo, ha risposto ad alcune domande in merito alla riforma Cartabia, in particolare sull’orientamento verso la digitalizzazione dei processi e la necessità delle garanzie di sicurezza di tale investimento di efficienza processuale.

Tra gli emendamenti presentati dal Governo è previsto un piano per la transizione digitale dell’amministrazione della giustizia che deve avere durata triennale, coordinare e programmare la gestione unitaria degli interventi necessari sul piano delle risorse tecnologiche, delle dotazioni infrastrutturali e delle esigenze formative, al fine di realizzare gli interventi innovativi di natura tecnologica connessi alla digitalizzazione del processo.

Reputa che possano rappresentare buone risposte per garantire un processo in futuro più snello ed efficiente o una soluzione d’emergenza  per sbloccare un intasamento dei processi che rischia di essere limitata nel tempo?

“Sicuramente l’investimento in infrastrutture informatiche è una delle risposte più serie della riforma Cartabia al tema della tempistica dei processi. Per lungo tempo abbiamo avuto un sovraccarico di impegni soprattutto nel penale senza che ci fossero adeguate risorse e conseguentemente un sovraffollamento di affari e una scarsità di mezzi e risorse per affrontarli, anche tecnologici.

Quindi per garantire l’efficienza dei processi è necessario incentivare investimenti nella digitalizzazione?

A differenza del processo civile, che ha avuto una svolta telematica, per il penale  ancora non si è provveduto in tal senso. E’ dunque fondamentale che parte delle risorse previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza  siano investite in infrastrutture telematiche disponendo un’integrazione delle previsioni del Piano con un’evoluzione tecnologica a regime dell’informatizzazione del processo penale. Un’immissione di risorse che consentiranno l’avvio di un progetto di digitalizzazione del processo penale che duri nel tempo, auspicando che, successivamente alle risorse europee, arrivino anche risorse di tipo permanente per far si che questa implementazione tecnologica possa proseguire.”

Per quanto concerne il processo penale telematico la riforma Cartabia presta particolare attenzione nel prevedere che atti e documenti processuali possano essere formati e conservati in formato digitale, in modo che ne sia garantita l’autenticità, integrità, leggibilità e reperibilità e che nei procedimenti penali di ogni stato e grado il deposito di atti e documenti, le comunicazioni e le notificazioni siano effettuate con modalità telematiche. La sicurezza cibernetica costituisce uno degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), trasmesso dal Governo alla Commissione europea il 30 aprile 2021 (e oggetto del decreto-legge n.82/2021 approvato dalla Camera dei deputati in questi giorni) che destina 241 milioni di euro per la creazione di un’infrastruttura nazionale per la cybersicurezza.

Crede che la sicurezza della digitalizzazione del processo penale abbia bisogno di essere garantita nell’ambito delle politiche di sicurezza cibernetica nazionale?

“Il tema della digitalizzazione, soprattutto del processo penale, richiede un’attenzione specifica al piano delle garanzie della sicurezza cibernetica perché il processo penale, già attivo attraverso la digitalizzazione della fase delle indagini, è destinato a raccogliere soprattutto in questa fase una serie di notizie anche riservate. L’acquisizione in un data base delle informative di notizie di reato con i loro aggiornamenti, i provvedimenti dell’autorità giudiziaria, del pm, del gip anche relative ad atti a sorpresa o ad attività di indagine riservata quali i provvedimenti che dispongono le intercettazioni telefoniche, costituisce materiale prezioso per chi volesse acquisire informazioni riservate o sabotare il contenuto delle indagini . E’ quindi necessario che questo tipo di implementazione tecnologica del processo venga garantito adeguatamente attraverso piani di sicurezza.

Reputa che il sistema pubblico italiano di infrastrutture cibernetiche possa garantire la dovuta sicurezza al processo digitale?

“Purtroppo nel nostro Paese, parlo dalla mia esperienza di magistrato che si occupa di cybersecurity, si riscontra una fragilità delle infrastrutture pubbliche cibernetiche e telematiche di fronte ad attacchi informatici da parte di privati e da parte di agenzie di soggetti stranieri. E’ quindi importante che, differentemente da quella che è stata la nostra esperienza di digitalizzazione in altri settori della pubblica amministrazione, caratterizzata da forti ritardi sul piano della sicurezza, la digitalizzazione del sistema giudiziario penale non incorra in queste negligenze diventando un elemento di fragilità anziché un elemento di forza del sistema.”

Per quanto concerne il processo in assenza, gli emendamenti governativi oggetto della riforma prevedono che vengano adottati uno o più decreti legislativi recanti disposizioni dirette a rendere il procedimento penale più celere ed efficiente prevedendo che il processo possa svolgersi in assenza dell’imputato solo quando esistono elementi idonei a dare certezza del fatto che egli è a conoscenza della pendenza del processo; tuttavia si prevede una disciplina derogatoria nei confronti dell’imputato latitante, consentendo di procedere in sua assenza anche quando non si abbia certezza della effettiva conoscenza della citazione a giudizio come pure si dispone che sia consentito che la partecipazione all’atto del procedimento o all’udienza possa avvenire a distanza.

Eugenio Albamonte

Crede che il processo in assenza possa rappresentare una garanzia di maggior velocità ed efficienza del processo?

“Una disciplina più attenta al tema del processo nei confronti dei soggetti latitanti è senza dubbio un elemento di forza della riforma perché disciplina due esigenze confliggenti: la conoscenza del procedimento da parte della persona che  vi è sottoposta, perché si possano esercitare determinate garanzie e la possibilità di una definizione delle situazioni in cui lo Stato può continuare a procedere senza che l’assenza diventi un elemento di interruzione del procedimento, di sospensione  o di denegata giustizia. L’intervento previsto nella riforma Cartabia è chiaro e molto condivisibile nei contenuti e rappresenta un punto di forza delle norme che si stanno per introdurre.”

Di fronte ai tempi stretti per approvare la riforma del processo penale che ha comportato la fissazione della discussione del provvedimento in Aula parlamentare il 30 luglio, ricorrendo al voto di fiducia, il Governo non si è tuttavia dichiarato chiuso a modifiche ragionevoli.

Forse sarebbe auspicabile un impegno tra tutti gli addetti alla giustizia ad una discussione collettiva delle soluzioni proposte dall’Esecutivo e dal Parlamento, magari promuovendo una garanzia di competenza anche per consentire una digitalizzazione del processo in sicurezza?

“Purtroppo il tema della digitalizzazione del processo al pari della digitalizzazione in sicurezza,  soprattutto nel processo penale, sono rimasti un po' sullo sfondo della riforma Cartabia nonostante il loro carattere profondamente moderno e direi rivoluzionario per il processo penale italiano, sia nel dibattito tra gli organi di informazione, sia tra gli operatori oltre che nel dibattito parlamentare. L’attenzione si è focalizzata su altri temi che hanno colto di più l’attenzione dei partiti politici e di rimando, anche per le soluzioni adottate, la dialettica tra il mondo della cultura giuridica, gli avvocati, e la magistratura.

Un’occasione mancata o si può sperare in un recupero successivo da parte delle istituzioni?

 “Non è detto che il tema non possa essere recuperato in una fase successiva  perché mentre le disposizioni più discusse, quali quelle relative all’improcedibilità, sono destinate ad essere immediatamente esecutive, altri interventi potranno essere oggetto di decreti delegati che costituirebbero l’occasione per un approfondimento tecnico di questi aspetti attribuendo loro il dovuto rilievo. “

Per una digitalizzazione del processo è necessario uno “svecchiamento” dei programmi o delle reti utilizzati attualmente?

“A mio parere la digitalizzazione del processo penale, oltre a richiedere attenzione al piano della sicurezza, necessita di analizzare anche l’idoneità dei programmi e della rete per la predisposizione di un sistema efficiente. Durante la digitalizzazione del processo civile ci siamo trovati per un lungo periodo a dover utilizzare dei programmi che non erano stati sufficientemente sperimentati e che operavano oltretutto su alcune reti che erano troppo deboli per garantire il transito della massa dei dati che il nuovo processo civile telematico richiedeva. Dunque è molto importante che il processo penale telematico si possa avvalere di infrastrutture di rete adeguate e di software sufficientemente sperimentati prima della loro utilizzazione. Di conseguenza, è imprescindibile che, nella predisposizione degli investimenti, vengano individuate e stanziate risorse necessarie alla manutenzione dei software e delle reti e dirette ad un loro aggiornamento in relazione all’evolversi delle esigenze degli utenti. Ci auguriamo che nella fase della predisposizione dei decreti attuativi sia rivolta un’attenzione complessiva anche alla sicurezza informatica, al potenziamento delle infrastrutture, all’adeguato settaggio dei software e, per tutto il periodo in cui il processo sarà destinato a funzionare, agli stanziamenti di somme per la manutenzione e l’aggiornamento della rete e dei sistemi informatici.”