Facebook – l’inchiesta finale

Di Andrea Venanzoni

28 ottobre 2021

Sheera Frenkel e Cecilia Kang sono due coriacee editorialiste del New York Times specializzate in new media e tecnologia informatica: assieme ad altri giornalisti hanno fatto parte di una unità di giornalismo investigativo arrivato in finale al Premio Pulitzer nel 2019.

Dopo oltre quindici anni di ricostruzioni analitiche e puntuali basate su documenti interni, email, resoconti di whistleblower e di manager di Facebook che esponendosi in questo modo hanno posto fine alle loro carriere, Frenkel e Kang hanno redatto ‘Facebook: l’inchiesta finale’ (Einaudi).

Il titolo originale, An Ugly Truth, forse rende meglio la sostanza profonda delle oltre 350, documentatissime pagine che passano in rassegna la fenomenologia del social di Menlo Park e la sua ormai pervasiva e capillare diffusione a livello globale: la brutta verità che le due giornaliste ricostruiscono è quella del fallimento degli intenti iniziali della piattaforma social, ‘perso’ ormai dietro la sua irrefrenabile crescita sempre più monopolitistica e sempre più devoluta a orientare il dibattito pubblico e a incidere sulla formazione di una coscienza politica.

Che un libro rivesta un particolare interesse e una altrettanto evidente importanza lo si può evincere anche dalla sua storia editoriale: uscito in piena estate 2021 negli USA, il volume è stato poi a tempo di record tradotto e pubblicato anche in Italia, nel settembre 2021.


Intuitivo comprendere il perché sfogliando le prime pagine: il volume non ripercorre tutta la storia del social, che pure è brevemente ricostruita nel secondo capitolo, ‘un successo annunciato’, ma si focalizza sugli ultimi cinque, delicati e intensi anni; quelli delle interferenze russe, delle shock politics di Donald Trump, di Cambridge Analytica e della paura di ‘divenire la cassa di risonanza del nuovo Hitler’.

E non a caso l’apertura del libro è proprio dedicata al mai pacifico rapporto tra The Donald e Facebook: in una descrizione che sembra riecheggiare le pagine più dense dei primissimi romanzi cyberpunk di William Gibson e Bruce Sterling, facciamo la conoscenza di Joel Kaplan, vicepresidente della policy pubblica globale di Facebook, immerso nel lusso di un hotel indiano dove si trova per convincere autorità e dimostranti riottosi della bontà del progetto Free Basics, fino ad allora fortemente avversato.

Ma ora c’è una emergenza ben più significativa, e nonostante le tredici ore di fuso orario, lo cercano dalla California per una riunione digitale d’emergenza. Cosa accade? Donald Trump ha appena tenuto un infuocato discorso anti-migratorio, infarcito di retorica anti-musulmana: a rigore avrebbe violato la policy sui contenuti della piattaforma, e si deve discutere, al massimo livello, se cancellare quel contenuto o meno.

Kaplan espone le sue idee che possono essere rubricate come ‘non svegliare il cane che dorme’. Da questo breve ma efficace affresco evinciamo subito l’opportunismo de-ideologizzato di Facebook, la cui unica vera preoccupazione è la propria espansione monopolistica, senza turbare mai troppo il detentore del potere in un dato momento storico.


Tutto il volume è uno spaccato vivido, un panorama d’inferno in cui dati personali, convincimenti politici, logiche autenticamente concorrenziali di mercato sono piegati alla logica intrinseca della piattaforma social, sempre più bulicamente espansa e preoccupante nel suo modo di atteggiarsi.

Facebook, inutile negarlo, è ormai un attore-mondo capace di evocare rivolgimenti sociali e politici, come nel caso delle Primavere Arabe, uno spazio virtuale che antepone la società, in senso commerciale, alla nazione; lo scandalo Cambridge Analytica e le sue conseguenze hanno inferto un duro colpo al social di Menlo Park, seguito dall’offensiva anti-monopolistica tesa allo spacchettamento del gigante social.

Tutte le idee, i ‘valori di Facebook’ tesi alla affermazione di uno spazio di discussione libera, di interconnessioni, di conoscenza, pagina dopo pagina trascolororano fino a rendersi evanescenti e fantasmatici, sovrastati dalla tendenza sempre più marcata a trasformare la piattaforma in uno Stato autonomo, con propri codici espressivi, un proprio linguaggio e una propria autocoscienza del tutto fuori dalla evoluzione storica e sociale degli Stati liberal-democratici.