Film, “The Challenge”: il primo ciak nello spazio è russo

26 ottobre 2021

Di Daniela Sessa

L’alfabeto pionieristico dello spazio è il cirillico: in cirillico si scrivono i primi esseri umani in orbita Jurij Gagarin e Valentina Tereškova, il primo equipaggio, Laika la prima cagnetta, la passeggiata spaziale, il primo satellite che nel giro di poco più di un decennio dal 1957 al 1965 testimoniano l’impegno sovietico nella conquista del cosmo. In quello spazio vuoto, nero e immenso anche il primo ciak è russo. Khlopushka (Хлопушка) avrà gridato Klim Šipenko sulla Soyuz  MS-19 quando, iniziando le riprese di alcune scene del film “The Challenge”- primo lungometraggio girato in assenza di gravità - ha dato il via a un’altra epopea nello spazio. La sfida, in russo Vyzov (Вызов), inaugura una nuova frontiera della competizione tra Russi e Americani e dà tutto il senso del volgere della Guerra Fredda in letteratura. Meglio così, per tante ragioni, alcune ovvie e altre messaggere di un futuro prossimo nel continuum della Big Science, il progetto che lega la ricerca scientifica al capitale umano e scientifico, ovvero il modello di Stalin e Truman. Il budget per la realizzazione del film (una coproduzione tra l’agenzia spaziale Roscosmos e l’emittente russa - con buona pace dell’alfabeto- Channel One) è un mistero, mentre si conosce quanto costerà la stessa impresa a Elon Musk: 200 milioni di dollari per il film del regista Doug Liman con Tom Cruise sulla Stazione Spaziale Internazionale e in collaborazione con la NASA.

L'attrice Yulia Peresild, il regista Klim Shipenko e il veterano cosmonauta russo Anton Shkaplerov sono partiti alla volta della Stazione Spaziale Internazionale a bordo di una navicella spaziale russa Soyuz, dove Shipenko e Pereslid hanno girato i segmenti di "The Challenge".

La troupe russa, partita da Bajkonur in Kazakistan il 5 ottobre e atterrata dopo dodici giorni, ha trasformato la ISS in un set. La trama del film è esile, quasi uno studio di caso: in una stazione spaziale un membro dell’equipaggio, interpretato dal cosmonauta russo Oleg Novitskiy, ha un malore, occorre un intervento d’urgenza che viene eseguito da un chirurgo (l’attrice Yulia Peresild) volato fino a lì. Non saranno Andrej e Natasha di “Guerra e pace”, non sarà Tolstoj ma quei 35 minuti girati in orbita – tanti saranno nel totale del film - sono già un capolavoro di narrazione. Sia essa cinema o scienza: si tratta di varcare le frontiere della cinematografia, di provare a umanizzare lo spaziotempo stesso, facendo coincidere presenza umana con umanesimo. Una sfida molto più accattivante del turismo spaziale, anche quando, sempre per restare nel campo cinematografico, il vacanziero è il capitano Kirk ovvero il novantenne William Shatner con il conseguente cortocircuito tra immaginario e reale, tra scienza e spettacolo. La “guerra e pace” tra le due superpotenze Usa e Russia, iniziata con muri e cortine e arrivata alla cyber war, segna con il film di Šipenko un altro punto a favore di Putin e del sogno russo dell’infinito.

Se, però, si sposta di un po’ la prospettiva, esperimenti come “The Challenge” gettano le basi per una nuova èra della cinematografia. Il pensiero va alle condizioni con cui i corpi degli attori si sono misurati all’interno della navicella, a quanto le tecniche di ripresa abbiano considerato la velocità imposta dalla fluttuazione, a quali tecnologie si sia fatto ricorso. Ma c’è di più. Un saggio di Mario Tirino, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università di Salerno, Postspettatorialità: L’esperienza del cinema nell’era digitale (2020) definisce il rapporto film-spettatore un mediashock (prendendo in prestito un concetto di Richard Grusin teorico dei nuovi media) in cui le tecniche della digitalizzazione, in particolare il 3D, realizzano l’identificazione tra la corporeità dell’immagine cinematografica e il corpo dello spettatore. Una simile identificazione avviene in Avatar di J. Cameron che con la motion capture sostituisce i corpi degli attori in carne e ossa con esistenze virtuali (il primo era stato Gollum in “Il Signore degli Anelli”).  I cosmonauti e l’attrice che hanno preso parte al film -oltre Novitskiy, col ruolo di comparse Pyotr Dubrov e Anton Shkaplerov- potrebbero, piuttosto, aver offerto dimostrato che lo spazio al di qua e al di là dell’atmosfera terreste è ancora faccenda molto umana, proprio mentre si profila su Facebook la realizzazione del metaverso di Neal Stephenson. Lo stesso Šipenko ha dichiarato che i film sullo spazio debbano essere girati nello spazio e pensa addirittura a montare set su Marte e sul lato nascosto della Luna.


Un set montato nello spazio sostituirà del tutto la motion capture? Quanto fascino conserveranno i film in animazione digitale o le serie alla Star Trek se lo spettatore potrà guardare lo spazio senza finzioni? Sarà la ricerca scientifica a rompere la quarta parete? Quando uscirà nelle sale “The Challenge”- l’uscita è previsa agli inizi del 2022- si potrà provare a rispondere a queste domande. Intanto, per tornare all’alfabeto del pionerismo spaziale come non pensare a Lenin, che al commissario del popolo Anatolij Lunacharskij disse entusiasta “Il cinema per noi è la più importante di tutte le arti”, commentando il manifesto avanguardista del regista Dziga Vertov, in cui si annunciava “L’uomo nuovo, liberato dalla pesantezza e dalla goffaggine, capace di movimenti leggeri e precisi come quelli delle macchine, sarà il soggetto della nostra macchina da presa”.