Homo Digitalis. Una sfida all’invisibile e il Big Bang del Metaverso

22 novembre 2022

Di Ginevra Leganza

Intervista a Simone Arcagni, professore all’Università di Palermo, specializzato in nuovi media e cultura digitale. Autore de L’occhio della macchina (Einaudi), saggio che analizza le tecnologie digitali promuovendo lo studio della cultura visiva e della filosofia digitale. 

Professore, nel suo libro L’occhio della macchina lei scrive che ogni periodo storico ha un proprio modo di vedere il mondo. Da quale modo di vedere veniamo? 
Possiamo certo dire “da dove veniamo”. È però importante tener presente quanto il mondo si sia ampliato rispetto al passato. Ogni società stimola un modo di vedere e di relazionarsi coi viventi, ma lo sguardo di ieri – eurocentrico, occidentalocentrico – non è lo stesso di oggi. Noi moderni siamo figli della prospettiva rinascimentale, della fotografia e del cinema. La prospettiva, coi suoi punti di fuga, si finge mimetica rispetto all’occhio: è l’artificio che sembra naturale. Ed è quella che intendiamo sin da subito, a scuola, imparando a disegnare. Lo stesso principio dell’artificio vale per la fotografia. Ma pure per il cinema, con tutti i suoi piani, le sue luci… Parliamo dei tre “occhi” fondamentali per la modernità a fronte dei quali la stessa pittura fu costretta a rimettersi in questione: l’impressionismo nasce per misurarsi con la fotografia e l’espressionismo astratto per opporsi con forza a questi nuovi mezzi. Mezzi di cui siamo figli: espedienti analogici che mantengono con la realtà un rapporto logico.

Questi sono gli “occhi” e le “macchine” da cui proveniamo. Quali sono quelli verso cui ci incamminiamo? 
È evidente che il digitale ha spezzato la rigida consequenzialità fra visione e realtà. E lo ha fatto attraverso la logica matematica, con un rapporto di codificazione del reale. Certo, le webcam e le virtual cam – basandosi sulla codifica digitale – continuano a riprodurre il reale coi modi della prospettiva, della fotografia e del cinema. Ma nel digitale succede che se qualcuno lancia una palla per aria, questa può librarsi in cielo secondo delle regole che sovrastano la realtà.   

Il digitale mette in crisi le precedenti forme di visione così come la fotografia metteva in crisi la prospettiva nell’ambito della pittura? 
Il digitale ha avuto un forte impatto industriale. Con l’avvento di nuove forme di partecipazione e fruizione dell’audiovisivo, si è parlato di crisi del cinema. Ma pensiamo anche ai cambiamenti radicali nell’industria musicale. La digital art e la new media art hanno sondato nuovi territori. Ma il punto vero è che se si adottano dei dispositivi diversi si assume una visione diversa. 

Il digitale sfida la visione attuale. 
Più che una sfida alla visione, quella del digitale è una sfida all’invisibile. Al livello scientifico la machine vision ci ha permesso di portare la visione a livelli impensabili. Nel 1895 nasce il cinema e – ironia della sorte – nascono anche i raggi x: nello stesso anno il visibile amplia i suoi confini coi fratelli Lumière e sfida l’invisibile del corpo umano. Adesso con una camera digitale mandiamo delle sonde ai limiti della galassia per vedere quello che avviene. E si badi bene: non si tratta di immagini fotografiche ma di dati condensati nell’idea di una visione. Pensiamo poi alle camere endoscopiche che possono mostrarci “film anatomici”, o alle camere che ci mostrano i micromondi… Col digitale stiamo sfidando l’invisibile. 


La rivoluzione digitale è già compiuta o siamo ancora a cavallo fra analogico e digitale? 
Direi che siamo in mezzo, ma la verità è che siamo sempre un po’ in mezzo. Quante definizioni abbiamo dato del contemporaneo? Tantissime. Forse la più fortunata fu “postmoderno”, ma nessuno riesce a stare dietro al tempo. Il digitale sta dando al mondo un’impronta diversa, eppure nulla sembra compiuto. Quando eravamo già pronti per storicizzare graphic computer e CGI, sono arrivate le realtà virtuali, le realtà miste, i software di computer vision e di intelligenza artificiale che attraverso dei prompt – delle indicazioni testuali – generano immagini assolutamente inedite. 

In questa sfida all’invisibile c’è una sfida all’intelligenza? 
Certo. Anzi, direi che è piuttosto una sfida all’umano. 

In che termini? 
Nei termini in cui si caratterizzano le macchine con attributi biologici. I padri fondatori del computer, Alan Touring e John Von Neumann, descrivevano il computer in maniera quasi biologica. Touring parlava di queste macchine come di cervelli, e poi come di bambini da educare. Neumann parlava di “automi cellulari”. Se le tecnologie precedenti si concepivano come strumenti, per cui la leva serve fintanto che rende il mio braccio più forte, quelli digitali svolgono funzioni in maniera sempre più autonoma. Noi stiamo donando alle macchine attributi biologici. 

Ci sono strumenti-simbolo di un certo periodo della storia dell’uomo. Qual è, secondo lei, lo strumento che parla della storia declinata al presente? 
Occorre distinguere tra hardware e software. Volendo restare nell’hardware sicuramente lo smartphone, sia per capacità di penetrazione (quasi tutti ne posseggono uno) sia per uso (ossia per il numero di ore di fruizione). Dico lo smartphone perché vi deleghiamo non solo dati personali ma anche molto della nostra vita: paghiamo, controlliamo la posta, ci muoviamo con lui. Se poi parliamo di un dispositivo non identificabile in un hardware, non possiamo prescindere dall’intelligenza artificiale. E dunque dagli algoritmi di Netflix, di Google o di Amazon. L’intelligenza artificiale è ovunque: nei pc, negli smartphone… 

E quale potrà essere lo strumento della storia declinata al futuro? Forse il visore? 
Difficile dirlo. Certo il visore, così com’è, non ha un grande futuro. È pesante, ingombrante, alienante. Però quando e se le sue funzioni potranno essere facilmente inseribili in occhiali agili, facili da indossare, allora il passaggio dallo smartphone all’occhiale sarà plausibile. Anche se restano aperte molte sfide dal punto di vista tecnologico e infrastrutturale: penso al 5g, al 6g… 


Evocare il visore porta dritti al Metaverso. In un recente report della società di consulenza McKinsey si dice che definire il Metaverso è “definire l’indefinibile”. Così non fosse, lei come lo definirebbe? 
Così non è. Il Metaverso è definibile perché è un ambiente con precise caratteristiche. Anzitutto è artificiale: sia esso elaborato in computer graphic, in CGI o in fotogrammetria 3D solida che può essere a 360 gradi o a schermo; è completamente immersivo: siamo cioè dentro l’immagine digitale e non più davanti a essa; è interattivo: è abitato da altre entità (persone, chatbot, intelligenze artificiali eccetera); è responsivo in quanto risponde ai miei passaggi; ed è condiviso per cui tutto quel che io immetto in questo mondo vi rimane anche per gli altri partecipanti. Tenendo a mente questa definizione, noi dei metaversi li abbiamo già. 

Quali sono i più significativi? 
Penso a Horizon di Meta, a Roblox, a Fortnite e a The Nemesis in Italia. Metaversi che com’è noto derivano dal mondo dei videogame. Tanto come artefatti tanto come strutturazioni logiche. Ed è interessante perché queste logiche del videogioco saranno imperanti quando si svilupperanno. 

Nel Metaverso si accede da gamer
Si accede come avatar, attraverso i nostri gemelli digitali. Questo non vuol dire che i metaversi siano dei videogame. Significa però che ci si ritrova in un 3D da esplorare: in uno spazio con dei trigger, delle challenge, dove si va alla ricerca di “oggetti” e dove ci sono gli NFT… Spesso sono ambienti disegnati da motori grafici per videogame. Oltretutto parliamo di piattaforme chiuse, ognuna con le sue regole, le sue pratiche, le sue iscrizioni… E poiché oggi ci sono tanti metaversi, più che di Metaverso parlerei di Multiverso. Per alcuni il Metaverso propriamente detto ci sarà solo quando queste piattaforme diventeranno interoperabili e cioè quando un avatar passerà da una piattaforma all’altra portando con sé le sue caratteristiche di design e i suoi dati. Ora questa condizione manca e non si sa se verrà raggiunta. 

Siamo ancora all’inizio? 
Siamo in una fase archeologica, sì. Anche se Metaverso è ormai una parola buona per tutte le occasioni. Ad ogni modo non sappiamo se sarà davvero l’Internet 3: solido, ambientale e spaziale. Non sappiamo quale sarà il ruolo delle criptovalute. In questo momento il Metaverso sollecita con forza molte emergenze che con altrettanta forza precipitano. Ci sono metaversi che sembrano declinare come Decentraland o Horizon e altri che vanno molto bene come The Nemesis. Diciamo che siamo ancora al Big Bang. 


Abbiamo parlato del gioco. Ma che rapporto s’instaura fra metaversi e mondo lavorativo? 
I metaversi già oggi sono sedi di uffici, laboratori virtuali, luoghi di incontro fra nazioni diverse. Già oggi le funzioni vanno dal mondo del lavoro a quello della comunicazione. Ci sono spazi deputati alle chat e alle conferenze. Altri, come Microsoft, puntano alla didattica. E altri ancora organizzano eventi: penso a VRrOOm che ha ospitato il concerto di Jean-Michel Jarre durante la pandemia. Quanto al futuro, è interessante riflettere sui tipi di personalità cui bisognerà attingere, perché si tratterà di designer in 3D che sanno ben usare motori grafici come Unity o Unreal Engine; figure che si occuperanno di strategie di engagement e comunicazione per l’Internet spaziale, ambientale, e non più “a video”. Se poi siamo dentro mondi in cui l’operato e i dati dell’utente permangono, avremo bisogno di professionisti che si occupino anche di questo. 

I metaversi sembrano promettere tanto. Ma qual è il loro lato oscuro? 
Purtroppo i lati oscuri esistono, e non son pochi. Innanzitutto ci sono dei problemi di copyright cui gli NFT hanno dato una prima risposta, non del tutto esaustiva. La possibilità che in questi mondi condivisi si possa entrare per rubare pone il tema della cyber-sicurezza a tutti i livelli. Per approfondire ci sono tre libri molto belli che mi permetto di consigliare. 

Prego. 
Il primo è Internet in ogni cosa di Laura Denardis dove si capisce che, essendo Internet davvero ovunque, si è incredibilmente esposti a cyber-attacchi. Poi Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff: perché viviamo in un sistema di sorveglianza totale, e noi stessi doniamo parte di questa sorveglianza. Ora, il tema è capire fin dove si potrà arrivare e soprattutto chi saranno gli attori di questo sistema: perché c’è una differenza fra gli stati – che alle spalle hanno comunque un suffragio e una costituzione – e le istituzioni private che si ergono a definire gli scambi politici, culturali ed economici delle nostre vite. E infine un terzo libro di Kate Crawfor, Atlas of AI, fondamentale per sapere che dietro i software sovrintendenti qualsiasi scambio di comunicazione si nascondono storie di sfruttamento del lavoro e schiavitù: sia per recuperare risorse come il silicio, sia per immagazzinare i dati. La questione della sostenibilità è un grande dark side. 

La rivoluzione digitale ha un prezzo?
Altroché. E noi non possiamo guardare dall’altra parte in nome di un facile entusiasmo tecnologico. Bisogna innovare, sì, ma con grande attenzione affinché non ci si preoccupi dei danni solo a posteriori. Tenere insieme progresso e sostenibilità è la sfida di una rivoluzione digitale improntata all’umanesimo.