I geni del mito che sfidarono gli dèi

14 settembre 2021

Di Giovanni Vasso

Ingegneri, architetti, scultori, inventori. In una parola, geni. Umani, forse troppo umani nel lanciare la sfida dell’intelligenza alla grandezza fissa e intangibile delle stelle. Anzi, degli dèi. Una sfida raccolta direttamente dalle mani ribelli di Prometeo.

Di loro parla il mito, specialmente quello greco a cui, nonostante tutto, ancora apparteniamo. E dalle strade dell’immaginario hanno conquistato un posto nella storia. Personaggi sempre complessi, irriducibili alla logica manichea che cerca di impadronirsi del nostro modo di pensare e di vivere. Come Dedalo, per esempio.

Genio assoluto, addirittura “ideatore” mitico del volo. S’inventò il Labirinto, l’invincibile enigma sotterraneo in cui re Minosse nascose l’orrido Minotauro. E Dedalo pur ebbe qualche responsabilità per la nascita di quel mostro sanguinario che esigeva il sacrificio di fanciulli e vergini ateniesi. Fu proprio lui, infatti, a far da pronubo alla regina Pasifae e al toro bianco.

Era accaduto a Creta che Minosse, desideroso di ottenere un’investitura divina che lo rendesse degno del trono, chiedesse al dio Poseidone di inviargli un toro come segno della sua benedizione. Poi, promise, glielo avrebbe sacrificato, gratissimo, a sua maggior gloria. Fu esaudito.

L’apparizione della bestia, però, lasciò di stucco il re. Che estasiato dalla sua ineffabile bellezza, tentò di beffare il dio, sacrificando un altro animale e tenendosi quello inviatogli. Poseidone, offeso a morte, la prese malissimo. E decise di fargliela pagare. Prima rese il toro furibondo che devastò Creta. Poi, dopo la prova di forza, lavorò di fino. Fece sì che la regina Pasifae, moglie di Minosse, impazzisse d’amore per quel meraviglioso bovino. Bramava, la regina, che il toro la possedesse. Ma questi ovviamente non aveva alcuna intenzione di accoppiarsi con lei, umana.

Dedalo incita il figlio al volo, dipinto dell'artista francese Charles Paul Landon, 1799, Alençon, Musée des Beaux-Arts et de la Dentelle.

Fu dunque Dedalo, che a Creta aveva trovato asilo dopo essere fuggito da Atene a causa dell’uccisione del nipote Taro la cui intelligenza temeva offuscasse la sua fama, a trovare l’escamotage adatto alla bisogna. Pregato di trovare una soluzione a quell’incresciosa situazione, s’inventò una mucca di legno. Sensuale e semovente. Entro cui Pasifae potè ottenere l’amore del toro e, con esso, il dono di quel figlio orripilante che passerà alla storia come il Minotauro.  Che solo l’intelligenza e il coraggio di Teseo riuscirono a domare.

A proposito di tori e di inventori. Facendo il percorso inverso, cioé andando dalla storia al mito, c’è stato un altro inventore che s’è cimentato tra bovini meccanici. Si tratta dell’episodio di Perillo la cui perizia tecnica, applicata a un progetto a dir poco perverso, finì per sdegnare persino Falaride, il più feroce tiranno che l’antica Akragas ricordi.

Perillo, secondo i racconti che arrivano da diverse (e contrastanti) fonti, intorno al 560 a.C. avrebbe allestito una macchina di morte perfetta nella sua estrema efficienza. In pratica un toro cavo, fatto in ferro. Che arroventato, ospitava al suo interno il “condannato”. Le grida della vittima straziata, tramite un sofisticato sistema di condotti, causavano una sorta di muggito del toro stesso. In pratica, il Toro di Falaride non solo uccideva in maniera atroce ma ma negava perfino dignità nella morte allo sfortunato che finiva dentro quella macchina infernale. La storia dice che il tiranno Falaride, che pure era crudele di suo, rimase così sconvolto da ritenere giusto far “provare” il Toro direttamente al suo spietato inventore.

Tornando al mito e a Creta. Come è noto, persisteva in quel tempo l’usanza di sacrificare al mostro i ragazzi e le ragazze che Atene mandava in macabro tributo nell’isola. Una consuetudine che ormai aveva fatto il suo tempo. E così durante quello che sarà l’ultimo viaggio, Teseo si imbarcò tra i ragazzi ateniesi destinati a saziare l’appetito del Minotauro. Fingendosi, lui già avvezzo alle imprese e sulla strada dell’eroismo, un tremulo efebo.

Teseo liberatore, Museo archeologico nazionale di Napoli, (inv. nr. 9043). Da Pompei, Casa di Gavius Rufus. Teseo ha appena ucciso il minotauro riverso a terra nell' ingresso del labirinto, e viene ringraziato dai giovinetti ateniesi destinati a finire in pasto al mostro, mentre sulla destra il popolo cretese assiste sorpreso all'evento.

Forse pentito, forse stanco, Dedalo rivelò alla bella Arianna l’unico modo per uscire dal Labirinto. Lo stratagemma del gomitolo salvò l’eroe Teseo e i ragazzi sacrificati. Minosse, però, scoprì il tradimento. Arianna, ormai, era già altrove. E coglierà in Teseo, a Nasso, la più tremenda delle delusioni. Dedalo, invece, era ancora lì. Minosse lo rinchiuse nel suo stesso Labirinto insieme al figlio Icaro. Senza possibilità di uscita? No, perché il genio dell’inventore, impossibilitato a terra, puntò al Cielo. E troppo in alto volò il povero Icaro, con quelle ali di cera. Dedalo, racconta la leggenda, fuggito da Minosse e pianto il giovane figlio, trovò ricetto in quell’occidente mitico e lontano che era la Sicilia.

Luogo magico per eccellenza, ripercorrendo di nuovo a ritroso il percorso tra mito e storia, fu davvero la Sicilia. Patria del più famoso, citato e ammirato degli inventori antichi, Archimede. Genio eclettico, capace di passare alla storia per gli specchi ustori e incapace di smettere di studiare e scoprire leggi fisiche anche mentre faceva il bagno, “Eureka!”. Il console romano Marcello dovette faticare moltissimo per espugnare Siracusa, la città dove il genio era nato nel 282 a. C., in cui viveva e che aveva deciso di difendere con l’unica (potentissima) arma che aveva: l’intelletto. Decine sono state le invenzioni attribuite ad Archimede, la più famosa fu sicuramente l’arma degli specchi che avrebbero incendiato le navi. Insieme quelle leve simili alle nostre “gru” che avrebbero agganciato, di peso, le stesse navi per lanciarle in acqua e distruggerle.

Fu ucciso da un soldato romano, quando, finalmente, l’esercito riuscì a forzare la resistenza accanita della città e del suo figlio più geniale. Era in spiaggia, Archimede, intento a meditare e a fare calcoli sulla sabbia. Una sola grazia chiese al suo assassino: “Noli turbare circulos meos”, non guastare il mio lavoro. Quando Marcello lo venne a sapere, si dolse molto dell’accaduto. E provvide a dargli una degna sepoltura.

Archimede è diventato, dunque, il “topos” dell’inventore. Non a caso, il personaggio Disney di Gyro Gearloose, inventore geniale e un po’ distratto, è diventato negli adattamenti italiani Archimede Pitagorico. 

Archimede in un dipinto di Domenico Fetti (1620)

Di nuovo nel mito. Meno famoso di Dedalo, e più di lui schiacciato dalla fama della sua opera. Argo fu il costruttore della nave omonima (alla Totò...) che trasportò Giasone e il suo contingente di cinquanta eroi dalla piccola e modesta Iolco addirittura nella dimensione fiabesca della mitologica Colchide. La nave, del resto, è un simbolo che unisce il mondo della realtà con l’al di là. Che sia inteso senso religioso, vedi Caronte. O nel senso umano della scoperta dell’altro da sé e l’incontro con terre e uomini fantastici, come, giusto per dirne una, nelle vicende dei viaggi di Ulisse nell’Odissea.

Forse Argo fu il primo “ingegnere navale” del mito greco. Ovviamente, non fu tutta farina del suo sacco. Pare che lo ispirasse direttamente Atena. Anzi, più che ispirato la dea forse lo avrebbe addirittura guidato. Passo dopo passo, gli avrebbe mostrato come costruire quella nave eccezionale, destinata a scrivere la storia di un’intera civiltà. E Atena si premurò persino di dotarla di un optional di non poco conto: il ramo di una delle querce profetiche del santuario di Dodona, una sorta di Gps ma divinatorio.  

L’avventura degli Argonauti è stato luogo ultrafrequentato dai poeti antichi. Che, spesso e volentieri, si soffermavano moltissimo proprio sulle qualità della nave Argo, sulla sua progettazione e relativa costruzione. Tanto era, evidentemente, ritenuta interessante la costruzione di quello “strumento” capace di unire gli uomini e di trasformare il mare da ostacolo a strada, da muro a ponte.

Se ne scrisse tanto al punto che Apollonio Rodio, nelle sue Argonautiche, si rifiuta categoricamente di ripercorrere luoghi letterari già triti e ritriti. Lo chiarisce fin dall’inizio: “Come Argo costruì la sua nave, con il consiglio di Atena\ cantano i poeti di un tempo: io invece voglio dire qui\ la stirpe degli eroi ed il nome, e i lunghi viaggi per mare \ e tutte quante le imprese che essi compirono”. [libro I, vv 18-21]. Non vuole parlarne proprio di progetti, scalpelli, legname e fasciame: eppure nonostante i propositi subito messi in chiaro, è pure costretto in più parti della sua opera, a “tornare” su un argomento che, evidentemente, riteneva trito e ritrito. È del tutto evidente il motivo: la nave ha un ruolo centrale ineludibile in quel racconto mitico. 

Lorenzo Costa. La nave Argo con l'equipaggio

Proprio questa circostanza, unita a quella dei “poeti antichi” che hanno frequentato il tema della costruzione di Argo fino a renderlo usurato, ha indotto non pochi studiosi a ritenere il mito degli Argonauti una sorta di canto fondativo dell’epopea della marineria greca. L’andar per mare è uno degli aspetti centrali della storia e dell’identità stessa degli abitanti dell’antica Ellade.

L’epopea degli Argonauti si sarebbe svolta, secondo il mito, nell’epoca immediatamente precedente alla guerra di Troia. Tanti, infatti, sono i padri eccellenti imbarcati sulla nave partita da Iolco. Da Peleo, padre di Achille, a Telamone genitore di Aiace.

Una generazione dopo Giasone e gli argonauti, dal punto di vista dei geni “inventori”, brillerà l’astro di Palamede. Che, però, patirà una sorta di esilio dai poemi omerici. Anche perché Ulisse, insieme a Diomede, s’inventerà il complotto per cui fu accusato (ingiustamente) di intelligenza col nemico Priamo. Con Palamede, figlio di Nauplio re dell’Eubea, il re di Itaca c’aveva il dente avvelenato. Perché, intelligentissimo, Palamede fu l’unico in grado di tenere testa alla sua astuzia. E, soprattutto, perché costrinse Ulisse a smascherarsi quando, tentando di sottrarsi alla chiamata alle armi per l’onore di Menelao, si finse pazzo arando la spiaggia. Palamede piazzò il figlio Telemaco sulla sua traiettoria e Ulisse fu costretto non solo a fermarsi ma anche a partire e dunque ad ammettere di aver tentato di ingannare tutti per sottrarsi alle promesse sacre di mutuo aiuto.

Palamede, la cui figura è tratteggiata – tra gli altri – da Apollodoro e prima ancora dai Canti Ciprii ormai perduti, è stato un grande inventore. A differenza degli altri, “meccanici”, le sue trovate sono “civilizzatrici”. Gli è attribuita l’invenzione dell’alfabeto e delle unità di peso e misura, senza cui nulla sarebbe possibile. O, quantomeno, tanto del lavoro degli scienziati è facilitato. Non abbastanza, evidentemente, per conservarsi un posto nella storia “ufficiale”. Almeno, in quella tramandataci da Omero. E allora, la vendetta di suo padre Nauplio ipotizzata dal tragediografo Euripide nell’ “Elena”, ha un duplice senso. Come loro spensero la vita e la memoria stessa del figlio, lui spense i fari del mare dell’Eubea mandando le navi achee, letteralmente, incontro allo stesso destino di Palamede. L’oblio tra gli abissi della memoria.