Il bardo e le stelle. Il racconto dell'aerospazio nella poetica di Franco Battiato

In occasione della partecipazione di Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine alla "Giornata Nazionale dello Spazio" del 16 dicembre, una serie di articoli per sottolineare il contributo dell'arte, della letteratura e della filosofia alla narrazione dello Spazio.

Di Alessandro Gnocchi

13 dicembre 2021

Mondi lontanissimi eppure vicinissimi. In partenza per lo spazio, tra le stelle. L’astronave di Franco Battiato (Ionia, 23 marzo 1945 – Milo, 18 maggio 2021) parte nel 1972 con l’album Fetus, dedicato all’Aldous Huxley del romanzo distopico Il mondo nuovo. Eugenetica al servizio del potere, divertimento “drogato” per accontentare la plebe programmata per essere tale. Ma… Battiato deve aver studiato 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Ricordate? Un astronauta arriva ai confini del cosmo e rinasce come superuomo dopo l’incontro con una razza aliena superiore. Anche il feto di Battiato sembra atteso da un analogo destino.


Mondi lontanissimi eppure vicinissimi. Qualcuno non li scoprirà mai pur avendoli avuti sempre con sé, sepolti nell’anima. Talvolta però c’è uno strappo nella rete, un anello che non tiene, il nostro sguardo diventa libero e può finalmente vedere l’infinito a portata di mano. A volte lo strappo nella rete ha un nome e cognome. Appunto, Franco Battiato. Basta aprire uno dei suoi album, appoggiare la puntina sul piatto, ascoltare, lasciarsi accompagnare in un viaggio nel tempo e nello spazio. Forse non torneremo migliori ma avremo una possibilità in più di liberarci dalle nostre “false personalità”, quei modi di essere imposti dal brusio del presente, che ci sommerge con le sue seducenti ma feroci armi. Sappiamo quali sono, purtroppo: il conformismo che addormenta le idee e il materialismo che toglie ogni speranza.
La fantascienza, dunque. Il viaggio nell’oscurità della galassia. La nostra, ad esempio, in Via lattea, brano del già citato album Mondi lontanissimi (1985).


Qualcosa però è cambiato sia nella musica sia nelle parole di Battiato. L’equipaggio in partenza per Sirio è pronto a perdersi, come il Major Tom di David Bowie in Space Oddity, per acquisire nuove (esoteriche) conoscenze lungo le rotte “in diagonale” che conducono a Sirio. Poco dopo, nel 1987, Battiato si prende il lusso della avanguardia pura, mette in scena una Genesi dove gli angeli creatori del mondo preparano un’arca spaziale per acquisire una coscienza superiore che possa salvare l’umanità dallo sfacelo. Ancora una volta pensiamo a David Bowie, questa volta però nei panni di attore cinematografico nel film L’uomo che cadde sulla Terra (1976), regia di Nicolas Roeg. 
Si parte per lo spazio allora, tra le stelle, si parte anche per il proprio spazio interiore, sperando di scoprirci non solo pronipoti di sua maestà il denaro ma anche figli delle stelle, come ironizza Battiato nel suo capolavoro pop, Bandiera Bianca, l’avanguardia per le masse, singolo di un album da un milione di copie vendute, primo disco italiano a tagliare il traguardo.
Nella Voce del padrone (1981), che conteneva appunto Bandiera bianca, ci sono altre due canzoni che spalancano le porte della percezione (e del sistema solare). La prima canzone è Segnali di vita dove il pensiero associativo conduce dalle finestre illuminate al cosmo:


“Le luci fanno ricordare / le meccaniche celesti / Rumori che fanno sottofondo per le stelle / lo spazio cosmico si sta ingrandendo / e le galassie si allontanano”. Si risveglia, e “risveglio” è una parola-chiave di Battiato, ancora il bisogno “di una propria evoluzione / sganciata dalle regole comuni”.
La seconda canzone si intitola Gli uccelli, spesso celebrata, a ragione, come una delle migliori composizioni di Battiato, aiutato dagli archi eccezionali arrangiati e diretti da Giusto Pio. Questo brano è la quintessenza di Franco. I movimenti degli uccelli hanno un legame misterioso con il nostro comportamento e insieme riflettono le regole “assegnate a questa parte di universo”.
I “voli imprevedibili” e le “ascese velocissime” ci spingono a capire i “segreti” di uno spazio ancora una volta duplice: il “sistema solare” ma anche “il codice” delle nostre “geometrie esistenziali”.


Leggenda vuole che Battiato ottenne il rumore del fruscio delle ali sventolando un quotidiano davanti a un microfono, eppure l’insieme è così perfetto che, improvvisamente, alla fine del primo saliscendi armonico, siamo noi ascoltatori a librarci nell’aria.
La follia del volo, prima della picchiata, è affidata a una sequenza al sintetizzatore, splendida nella sua giocosa spensieratezza. Battiato era un uomo che guardava alla saggezza e alla cultura tradizionale dell’Oriente. Nel Tai Chi, le braccia sono chiamate “ali” e le mani spesso salgono con spirali vertiginose. Forse Battiato non ne era al corrente ma i maestri ritengono la sua canzone una delle migliori descrizioni di questa nobile arte marziale. Battiato sapeva realmente andare in luoghi sconosciuti con la musica. 
Albert Einstein ha insegnato al mondo i rapporti complessi che uniscono lo spazio al tempo e alla velocità. Il sogno di Battiato è uscire dallo spazio e dal tempo, No Time No Space si intitola uno dei suoi successi, e La cura, forse la più commovente delle sue canzoni, riflette la volontà di fermare le leggi del mondo fisico, scendere dalla macchina, annullare il tempo, arrestare la vecchiaia e porre fine alle malattie delle persone amate.
Ed ecco la meno scontata e più semplice definizione di amore mai incisa da un cantante italiano: “Supererò le correnti gravitazionali / Lo spazio e la luce per non farti invecchiare / E guarirai da tutte le malattie / Perché sei un essere speciale / Ed io, avrò cura di te”.
Sì, lui, Franco Battiato, ha avuto cura di noi.