L'Italia e il Grande Gioco internazionale. Intervista a Maurizio Molinari

09 novembre 2021

Di Ginevra Leganza

Le ragioni per cui l’Italia del XXI secolo è l’epicentro di crisi e trasformazioni internazionali. Una messa a fuoco di questa trasformazione epocale attraverso l'intervista a Maurizio Molinari, direttore di Repubblica e autore del libro “Il campo di battaglia. Perché il grande gioco passa per l’Italia” (La nave di Teseo).

Il Grande Gioco e noi. Quali sono le battaglie volte a mantenere il benessere che passano per l’Italia? 
Sono tutte quelle che il virus ha accelerato. Il libro nasce per fotografare una situazione insolita: sui grandi temi geopolitici, l’Italia, per una serie di ragioni, diventa improvvisamente decisiva. 

Quali sono queste ragioni?
Noi siamo stati i primi in Occidente a fronteggiare il virus, e la nostra reazione è diventata un modello. Per quanto riguarda la ricostruzione europea, poi, Italia e Spagna sono i paesi che ricevono più fondi. Se noi falliamo, fallisce la ricostruzione. Bisogna considerare che siamo indietro sui diritti: sia sulla parità di genere, sia sui diritti digitali. Pensando ancora alla risposta alla jihad, l'Italia è la cerniera fra il nord e il sud del mondo. Là dove la jihad si rafforza, come è avvenuto in seguito alla vicenda afghana, la nostra collocazione geografica ci porta a essere una frontiera dell’assalto alla democrazia. La coincidenza dei vari fattori fa sì che queste crisi – che sono tutte crisi di trasformazione dell’Occidente – passino per l’Italia. Se non sapremo vincere queste battaglie, sarà l’Occidente a indebolirsi. 


L’Italia ha appunto un ruolo di primo piano anche per la sua collocazione geografica. Cosa rappresenta o cosa torna a rappresentare, oggi, il Mediterraneo agli occhi del mondo? 
Il Mediterraneo è il terreno di uno scontro. Un campo di battaglia dove Cina, Russia e Turchia tentano di guadagnare spazio a svantaggio della NATO. Noi siamo al centro di questo mare, e le nostre decisioni possono far pendere l’equilibrio o a favore delle potenze che si stanno estendendo nel Mediterraneo o a favore della NATO, che difende la situazione. Il duello avviene anche in Italia: da un lato abbiamo la Cina, determinata a diventare protagonista del nostro sistema economico, dall’altro gli USA, che vogliono impedirlo. In questa situazione, l’approccio di Biden – orientato a ricostruire le democrazie dall’interno contro il populismo – trova un interlocutore fondamentale nel nostro paese. Mario Draghi è l’unico vero leader occidentale che parla la stessa lingua di Biden. È un leader forte, che ci permette di fare la differenza. Con leader deboli o governi oscillanti, le nostre capacità sarebbero state molto ridotte. Oggi abbiamo un governo stabile, credibile al livello internazionale, con un premier rispettato e ascoltato. Le decisioni che l’Italia prenderà sui temi cruciali faranno la differenza. 

Il paese, sia nella società civile sia nella rappresentanza politica, è pienamente consapevole di potere e dover essere protagonista di questo “Grande Gioco”? 
No. Non lo è, perché quando avvengono le cose importanti i protagonisti sono sempre gli ultimi a saperlo. 

Come si guadagna questa consapevolezza mancante e come si raggiunge una buona sintonia tra politica e popolazione?
Per ottenere la consapevolezza sarebbe sufficiente la descrizione dei fatti, a patto che si accantoni l’ideologia. La descrizione dei fatti dice che l’Italia è un terreno di battaglia fra interessi diversi, i quali hanno in comune la sorte delle democrazie occidentali. Le scelte degli italiani possono essere determinanti. Il fatto che gli italiani partecipino alla campagna vaccinale, e che scelgano il green pass, fa sì che l’Italia diventi un modello per l’Europa e per la comunità delle democrazie. D’altro canto, i gruppi che si oppongono al green pass e alle vaccinazioni coincidono con gli interessi delle autocrazie, determinate a indebolire i sistemi democratici da fuori e a giocare sull’instabilità interna per indebolirli da dentro. Quando vediamo questi drappelli sempre più violenti ma ben organizzati di no-vax, sappiamo che in realtà la battaglia è molto più vasta del singolo fatto avvenuto a Roma, a Napoli o a Trieste. Quel gruppo no-vax è in realtà il tassello di un’offensiva più vasta: è la parte ultima e più aggressiva dell’assalto populista contro le democrazie rappresentative.


Due grandi temi affrontati nel libro sono il lavoro e la scuola, per molti aspetti convergenti verso un’ulteriore questione: la transizione digitale. Lei scrive che i cambiamenti dovuti al Coronavirus (penso allo smart working e alla didattica a distanza) sono destinati a restare e a ibridarsi coi modelli ante-Covid. Se la situazione è questa, sembra che sulla digitalizzazione si debba accelerare… 
Sì. E bisogna dire che l’agenzia della cybersicurezza per la protezione delle infrastrutture e la creazione del cloud nazionale per la pubblica amministrazione dimostrano che questo governo sta accelerando. Certo, l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri paesi europei come Olanda, Gran Bretagna e Francia. Ma penso anche a Norvegia e Germania. Tuttavia è una trasformazione appena iniziata e in pieno svolgimento. La cosa importante, anche in questo caso, è che ci sia la consapevolezza da parte dei singoli. L’Italia è riuscita a reagire bene alla pandemia proprio perché i cittadini hanno dimostrato senso di responsabilità personale. Allo stesso modo, anche sulla sfida del digitale, le persone devono essere consapevoli di vivere una stagione rivoluzionaria, di grandi cambiamenti. Pensando alla scuola, è evidente che quella dei nostri figli e nipoti sarà una scuola diversa. Bisogna comprenderlo, perché la società è cambiata: c’è il digitale come canale di comunicazione. In questo momento abbiamo la pandemia che può tornare ad aggredire, e domani ci può essere l’hacker che impedisce o blocca i trasporti pubblici. A quel punto, come si reagisce? Come si va a scuola? Servono delle reti di sicurezza che, attraverso la protezione dei diritti digitali, garantiscano la continuazione delle attività umane anche in situazioni di emergenza. Tutto questo vale tanto sul fronte dello smart working per il lavoro, tanto su quello della scuola ibrida per l’istruzione. 

I diritti digitali possono avvicinare il web a un maggior grado di civiltà, strappandolo alla percezione che ne abbiamo come di una terra franca?
Sì. E questa è la sfida più impellente per i sistemi democratici. L’urgenza è di trasferire le protezioni per i singoli, garantite nello stato di diritto, nella realtà digitale. Le protezioni sono leggi. Vero è che il web è globale, ma i cittadini che interagiscono su internet sono cittadini di singoli paesi. È giusto che i loro diritti siano garantiti. E quindi c’è un margine molto importante dell’intervento del legislatore, che deve però dimostrare maturità nell’affrontare una realtà nuova. Io credo che le leggi sul copyright approvate dal parlamento europeo siano le prime vere leggi ad andare in questa direzione: fanno capire come la protezione dei contenuti intellettuali sia il primo tassello. 

Un’altra macro-questione riguarda la transizione verde. A tal proposito, sembra ormai chiaro che il processo non possa essere rapido e indolore come si vorrebbe. Lei va esattamente al nodo più problematico, affrontando il conflitto fra il verde e la possibilità di benessere sociale. Come si legge il legame fra transizione ecologica e prosperità?
Questo legame è la genesi stessa della legge sulle infrastrutture che l’amministrazione Biden ha varato venerdì scorso. Il governo USA stanzia 1,2 trilioni di dollari nella costruzione di nuove infrastrutture, le quali non solo dovranno funzionare e migliorare la qualità dei servizi e della vita dei cittadini, ma dovranno altresì resistere ai cambiamenti climatici e agli attacchi cibernetici. Quando si costruisce un palazzo, un ponte o un’autostrada, bisogna pensare anche a questo. Si costruirà in maniera diversa, perché bisogna garantire protezione da un uragano se ci si trova in una zona a rischio, da un’inondazione se si è lungo un corso d’acqua, dagli sbalzi di calore se si rischia sul piano della temperatura… E inoltre bisogna garantire delle protezioni cibernetiche. Costruire delle infrastrutture differenti significa sviluppare la crescita, la scienza, l’innovazione, lo studio. Significa creare nuovi posti di lavoro e innovare la metodologia del costruire. Le società industriali progrediscono quando si ricostruiscono: è la ricostruzione che le rende floride e sempre in grado di garantire prosperità e sicurezza ai cittadini. Noi dobbiamo iniziare questo processo di ricostruzione delle società industriali adattandole a una realtà che nel Novecento non c’era. È una sfida emozionante, da far tremare i polsi sul piano concettuale: significa avere nuove idee di urbanizzazione, nuove idee di architettura e costruzione... E se gli USA sono riusciti – con l’amministrazione Biden – a varare un pacchetto di questo tipo, io credo che la strada sia segnata per tutti. 

Dunque anche il tema del verde, come il web, deve entrare in una fase adulta della sua vita. Dev’essere affrontato con meno superficialità ideologica?
Sì. Anche perché non siamo più negli anni Settanta. La discussione sui cambiamenti climatici è finita. I cambiamenti ci sono: ora il discorso è sulle soluzioni, che devono partire dalla protezione dei cittadini dai cambiamenti climatici stessi. Da questo punto di vista, è drammaticamente innovativo. In alcuni paesi i gruppi verdi lo comprendono meglio. In Germania, Austria e Olanda questi movimenti hanno un lessico e delle agende all’avanguardia, e sono appunto molto diversi dai verdi che abbiamo conosciuto negli anni Settanta, sostanzialmente ideologici e anti-industriali. 

Si può parlare di un connubio verde/industria? 
È il green and blue. La vera formula è questa: saper coniugare lo sviluppo dell’economia con la sostenibilità. 


Nel suo libro ritornano spesso echi risorgimentali: i diritti, i doveri, Mazzini e un paragrafo intitolato “Fratelli d’Italia”. 
Sì. La responsabilità dei cittadini non è solamente quella di rivendicare i propri sacrosanti diritti, ma anche di esercitare i propri doveri. Nel 1860 Mazzini scrisse “I Doveri dell’Uomo”, rivolgendosi a coloro i quali volevano diventare italiani. Per diventare italiani non era sufficiente volerlo. Bisognava sentirne il dovere, e dunque bisognava partecipare alla costruzione del nuovo stato. 

Come si riflette questo passato sul presente?
L’attualità del pensiero mazziniano è nel prendere consapevolezza che la cittadinanza è un dovere. Nella pratica vuol dire, per esempio, che devi fare il vaccino. Perché la tua salute è importante per la collettività. Vuol dire che se c’è un terrorista, devi avvertire la polizia. Se c’è un’esondazione o un fiume che straripa, tu, singolo cittadino, non puoi voltarti dall’altra parte. È il tema delle responsabilità personali, evocato spesso da Mattarella nel corso della pandemia. Lo stesso tema chiamato in causa nella lotta al terrorismo. Dopo l’11 settembre, Michael Bloomberg diceva: “If you see something, say something”. Il dovere civico è fondamentale per rinvigorire l’idea di stato-nazione e vincere le sfide del nuovo secolo.