Il canto di potenza della Valkyrie si fa bellezza

11 novembre 2021

Di Giovanni Vasso

Aston Martin cambia musica. Se la colonna sonora “naturale”, pensando alla casa inglese, è il motivetto avventuroso e guascone del mitico James Bond, a Gaydon adesso hanno deciso di cambiare disco. E sono passati alle note potenti ed evocative di Richard Wagner. L’Aston Martin suona La Cavalcata delle Valchirie, anzi della Valkyrie: la prima hypercar di sempre del marchio inglese. 

È una primizia di novembre: a distanza di cinque anni da quando fu presentata come concept con l’idea di vederla trionfare alla mitica 24 Ore di Le Mans, il primo esemplare della Valkyrie è pronta a lasciare lo stabilimento di Gaydon, nel Regno Unito. Raggiungerà presto il suo proprietario, il primo cliente a poterla guidare, ammirare nell’intimità del suo garage. Ammirare, certo. Con un po’ di timore reverenziale. La Valkyrie è un’auto che fa paura. 

Il motore è ibrido. A quello elettrico, capace di sviluppare una potenza di circa 160 cavalli e 280 Nm di coppia, si affianca il motore termico V12 Cosworth da 6,5 litri che – da solo – sviluppa poco più di mille cavalli e 740 Nm e riesce a lavorare fino a 11mila giri al minuto. In pratica, la Valkyrie conta su un propulsore che, sommati i valori, presenta numeri impressionanti che dipingono immagini selvagge. Chi la guida deve domare una mandria sterminata da circa 1.160 cavalli. Un’immagine potente e archetipale che evocarla fa paura. E riguarda – fin troppo da vicino – proprio le valchirie del mito. Un quadro che il pittore romantico norvegese Peter Nicolai Arbo ha saputo mettere su tela. Una sterminata cavalleria solca i cieli, in prima linea, seminude, nell’estasi del wut guerriero, le valchirie si battono inesorabili al fianco dell’Allfodr Odino, nella caccia selvaggia dipinta nell’Asgardsreien (1872). 


Dal mito alla tecnica. Rispetto al propulsore da cui è derivato, cioè il V12 della Vanquish, il motore è stato alleggerito fino a fargli raggiungere il peso di appena 206 kg (grazie all’utilizzo di metalli e materiali nobili). Il propulsore e il telaio di chiara impostazione corsaiola nasce dalla collaborazione intessuta da Aston Martin con il reparto corse della Red Bull Advanced Techologies; Rimac e Integral Powetrain Ltd per quanto riguarda il motore elettrico. 

L’obiettivo della Valkyrie è una vettura ambiziosa che punta a “cambiare le regole del gioco” e a segnare, ovviamente, il passaggio di Aston Martin nell’Iperuranio ultratecnologico del segmento delle hypercar. Senza dimenticare, però, le esigenze della contemporaneità. Grazie al sistema del 3 in 1, (cioè tre cilindri per uno scarico, quindi quattro in totale per il V12) le emissioni della vettura rientrano nei parametri imposti dalla legge per il rispetto dell’ambiente. Per farlo, Aston Martin ha rinunciato anche all’iniezione diretta. Infine, nonostante sia una macchina a prestazioni tanto alte da indurre i progettisti a rinunciare alla cinghia di trasmissione per virare su tecnologie motociclistiche, la Casa promette che il motore sarà in grado di fare almeno 100mila chilometri senza dover ricorrere alle cure meccaniche. In pratica, promette di essere estrema in pista e docile dal meccanico. Un sogno, tanta generosità.

Inutile girarci attorno: il cuore della Valchiria è tutto nel motore, attorno a cui si è formato tutto il resto. Così come la filosofia contemporanea della hypercar impone. Il risultato è un’auto per pochi, e non solo per questioni economiche. Innanzitutto perché ne saranno prodotti appena 150 esemplari (che sarebbero stati tutti già venduti) per la coupè, a cui si affiancheranno 85 spider, versione presentata ad agosto scorso a Pebble Beach. Saranno disponibili 40 auto prettamente da pista, che non potranno contare sull’assetto ibrido ma solo ed esclusivamente sul propulsore termico. 


Ogni vettura è stata (e sarà) interamente costruita nello stabilimento di Gaydon da una squadra specializzata nella Valkyrie. Aston Martin assicura che ogni esemplare ha richiesto oltre 2mila ore di lavoro manuale. All’uscita dalla fabbrica, ogni vettura è testata sul “principe” dei circuiti europei: Silverstone. La corsa, come la battaglia per quella del mito, è nell’anima della Valchiria che si è fatta automobile. 

Lì, la Valkyrie, ha lanciato l’urlo che la caratterizza. Svelandola fedelissima al nome che le è stata imposto. Il V12 grida potente e acuto: sembra di udire il canto di guerra delle Amazzoni valorisissime. O meglio ancora, l’urlo terrificante delle Valchire che scendono dal cielo. 

Le hypercar rappresentano un concetto di automobile particolare. O si ama oppure, come accade a tanti, si odia. Chi il fascino di questo genere di auto lo subisce, non potrà che restare affascinato da come la nuova nata a Gaydon presenti importanti e interessanti novità tecniche e riscriva il “concetto” stesso di Valchiria. Un archetipo femminile che è importante e fondamentale nella cultura (non solo) europea. Guerriera e divina, sceglie lei a chi assegnare la vittoria e, dunque, la gloria. Una stupenda dea, ieri dipinta (ancora) da Arbo con spada, elmo e corazza e che oggi, probabilmente, un artista disegnerebbe fasciata in una tuta aggressiva in pelle, senza inutili fronzoli. Alleggerita, come si addice a un’auto che vola con facilità oltre i 300 chilometri orari. Solo potenza, che si fa bellezza nell’armonia necessaria delle forme. In fondo, c’è coerenza nel percorso dell’immaginario a cui la casa inglese è legata, per forza. Anche se la musica è cambiata in Aston Martin o, almeno, adesso è (ancora) più varia. Brunilde, condannata nel mito originario a dormire sempre cinta della sua corazza, quanto sarebbe simile a Ursula Andress che esce splendida, avvolta solo dell’iconico bikini bianco eppure armata, delle acque calde del Mar dei Caraibi per incontrare James Bond in “Licenza di uccidere”?