Il “convento degli invisibili” a un passo dalle fabbriche e dalla Fondazione Ansaldo

16 maggio 2022

Di Massimiliano Lussana

Proprio di fronte alla mattonata che porta all’Abbazia c’è il cancello di ingresso di Ansaldo Energia. I vicini di casa, a Villa Cattaneo dell’Olmo, sono gli splendidi archivisti della Fondazione Ansaldo, la poesia della capacità di raccontare la storia d’industriale di Genova e dell’Italia. Dalle finestre degli spazi comuni che erano riservati ai monaci si vedono le luci intermittenti che Renzo Piano ha voluto sempre accese per il suo nuovo Ponte.
A poche centinaia di metri ci sono le torri della tecnologia di Leonardo, con il supercalcolatore e tutti gli altri miracoli della tecnologia italiana. E poi, una dopo l’altra, le acciaierie dell’Ilva, i cantieri navali di Fincantieri e tutta la Genova capitale dell’industria.
Ma, per l’appunto, basta fare poche decine di metri di quella mattonata fra ciottoli e mattoni rossi, quasi una creuza - le strade tipiche genovesi ai cui lati sui muretti spunta parietaria come se piovesse, molto poetica, ma anche molto allergenica - per entrare in un altro mondo.
Insomma, a un passo – ma davvero un passo, non è una metafora – dalla Genova industriale, c’è via del Boschetto con la sua Abbazia nata del 1311 che, storicamente, da quando era gestita dai benedettini, finanziati negli anni dalle famiglie nobili genovesi, ha dato sempre accoglienza e aiuto a tutti coloro che ne avevano bisogno.

La città invisibile. Crediti: Max Valle

Oggi, se possibile, la storia è ancora più bella, perché i monaci non ci sono più, ma l’aiuto e la vicinanza a tutti coloro che passano di qui è ancora più forte: oggi l’Abbazia è gestita dalla provincia religiosa San Benedetto di don Orione che ha affidato il tutto a un ingegnere, Marco Pirrotta: “Un giorno mi chiamarono per chiedermi se avessi potuto occuparmene. Ho risposto di sì e sono qui”.
E all’interno di queste antiche celle, nel chiostro, nella chiesa, negli spazi comuni, sembra di vivere nella Repubblica di Utopia, nella filosofia di Tommaso Campanella, nella vita dei primi apostoli raccontata negli Atti, nelle idee dei socialisti utopisti, nei falansteri, nelle opere di Owen e Fourier, nei villaggi industriali di Crespi d’Adda.
Perché qui è nata una comunità, quasi casualmente, e – davvero – sembra di entrare in un altro mondo rispetto a quello industriale che c’è giù sotto, in fondo alla mattonata.
A partire dal silenzio.
Si sente il profumo del silenzio.
La pace.

Caterina Scotti Teatro tascabile di Bergamo danza. Crediti: Max Valle

E poi il sole che filtra dal chiostro e illumina il pozzo e la pianta nel primo cortile dell’Abbazia, che è un mondo a parte anche visivamente: alle finestrelle sono appesi fili e panni stesi, pentole e stoviglie. E si affacciano occhi, a volte sospettosi rispetto a noi foresti che entriamo lì da intrusi, ma che sono occhi sempre vivi, interessanti, “non sono santi, anzi forse più spesso briganti” scrive Corrado d’Elia raccontando queste storie, ma hanno vite difficili e “vive” da raccontare.
C’è Franco, che lavorava nelle Forze dell’ordine, e poi la sua vita è cambiata e oggi gli porta la colazione il suo vicino di porticina, che è agli arresti domiciliari, ma non c’è alcuna differenza fra potenziale carceriere e potenziale carcerato. Anzi, è stato proprio lui ad arrestarlo ogni volta.
C’è Pietro che un giorno ha trovato sua moglie a casa nuda sul letto con uno sconosciuto tornando prima dal lavoro e da lì è cambiata la sua vita.
C’è Ramona che vive qui da sette anni e qui si è innamorata, non ha carta di identità ma ha identità qui dentro, visibile fra gli invisibili.
C’è Giovanni Battista a cui un giorno sua moglie tornando a casa disse “Fra noi è tutto finito” e da quel giorno dicono che è matto, perché la colpì. “Io non credo di averlo fatto”.
C’è Patrizia che fa le pulizie e “una sola cosa non ho mai pulito, una scritta sul muro che diceva: “Se alzo il braccio tocco la luna”, mi sembrava che portasse fortuna”.

La città invisibile, ospite del Boschetto. Crediti: Max Valle

C’è Francesco abbandonato dalla sorella per i soldi, ma che qui ha trovato amici e allora forse il male è quello fuori e non quello dentro.
C’è Jessica che è entrata qui bambina e oggi cucina per tutti.
C’è Jimmy che è di colore, parla pochissimo, ma ti dà lezioni di dignità ad ogni sguardo.
C’è Anna, che ha avuto una vita difficile, è stata picchiata, ha avuto una figlia che chissà dove è, e che “ha una forma strana che la fa sembrare insieme santa, ma anche puttana”.
C’è Stefano che ha perso il lavoro e con il lavoro tutto ed è stato vicino a sua moglie malata e ne va fiero.
C’è Giovanna che è stata una gran signora, ha frequentato feste e jet set, ha avuto soldi, uomini, ville, intellettuali e vip, ma poi ha perso tutto ciò che aveva: “E’ dura la povertà quando nasce dalla ricchezza, sapete? Ma non si recrimina mai sulla mano che ti è stata distribuita, così è nelle carte e così è nella vita”.
C’è Rosa che legge la mano e ha vissuto per sette anni sotto il ponte qui sotto.
C’è Anna che ha dovuto lasciare una figlia al suo Paese.
E insieme a loro ci sono trenta lavoratori trasfertisti, dieci nuclei familiari con trenta bambini, quindici single dai 19 ai 90 anni, quindici mamme sole con i loro bimbi, immigrati senza altro indirizzo, circa 120 persone accomunate solo da vite di paure, povertà, solitudine, malattia e incertezza.

La città invisibile. Crediti: Max Valle

Eppure, nel racconto di Teatro Pubblico Ligure – spesso partner di Fondazione Ansaldo e nulla accade per caso – e a Sergio Maifredi che ha ideato e diretto questo progetto, non c’è nulla di pietistico o di triste.
Anzi, Sergio ha chiamato il suo amico e compagno di viaggio storico Corrado d’Elia (a cui abbiamo rubato alcuni virgolettati dello spettacolo) per scrivere la drammaturgia di queste storie e i suoi attori feticcio: lo stesso d’Elia, Alberto Giusta e Andrea Nicolini. E insieme a loro ha chiamato gli attori-trampolieri del Teatro Tascabile di Bergamo, che hanno regalato a tutto questo un tocco onirico e quasi felliniano, a dare poesia ulteriore a tutte queste storie.
Lo spettacolo che racconta tutto questo si chiama “La città invisibile” ed è andato in scena in questi giorni nel chiostro e nella chiesa dell’Abbazia nell’ambito dei Rolli Days, lo svelamento degli storici palazzi dei Rolli che è il fiore all’occhiello turistico del Comune di Genova, del sindaco Marco Bucci, dell’assessore alla Cultura Barbara Grosso e del suo curatore, lo storico dell’arte Giacomo Montanari, splendido affabulatore.
Tre sere di emozione pura e totale, con tutto esaurito da settimane e le navette speciali dal centro città per arrivare fin qui che i genovesi in genere non sanno nemmeno dove sia.

La città invisibile, ospite del Boschetto. Crediti: Max Valle

Perché è fuori dal mondo.
Perché racconta “La città invisibile”.
Perché racconta storie di invisibili, come quelle cantate da Cristiano De Andrè in una canzone che si intitola proprio così, “Invisibili” ed è parte in italiano, parte in genovese. E c’è una strofa che dice: 
“Tu eri bravissimo a ballare sulle rovine
Io altrettanto a rubare comprensione
Di noi amici, pochi amici, pochissimi amici
Tu eri fortissimo a inventarti la verità
Io liberissimo di crederla o non crederla
Io ho sempre sperato che qualcuno un giorno
Potesse accorgersi di noi
Ma eravamo invisibili, che non ci vedevamo mai”.
Ecco, tutto questo emerge fortissimo dal progetto di Sergio Maifredi e di Teatro Pubblico Ligure, dalla scrittura di Corrado d’Elia, dalle interpretazioni di Alberto Giusta e Andrea Nicolini.

La città invisibile. Da sinistra Sergio Maifredi e Corrado d'Elia. Crediti: Max Valle

Ed è proprio Maifredi a raccontare che si è ispirato all’Odissea e a quando Odisseo arriva nudo e senza identità fra i Feaci. “Lì inizia l’Odissea che conosciamo meglio, quella delle avventure prima di tornare a casa. Ma è la sua storia, non sappiamo se sia quella vera, è la sua. Ecco, anche le storie che abbiamo raccolto sono così, come hanno voluto raccontarsi, con le loro Sirene, i loro Lotofagi e le loro emozioni”.
Alla fine dello spettacolo gli attori sui trampoli del teatro Tascabile di Genova fanno salire verso il cielo un enorme palloncino a cui avevano legato le pergamene con le storie degli invisibili del Boschetto.
Vedere palloncino e storie che volano verso la luna è qualcosa di bellissimo, impossibile non commuoversi.
Poi, domattina, qui a pochi passi, le fabbriche ricominciano a lavorare.