Il lavoro digitale: i controlli occulti tramite i social network

Di Marco Proietti

20 dicembre 2021

L’esigenza di partecipazione, seppur virtuale, alla società, unitamente alla estrema comodità degli strumenti informatici (la cui evoluzione è stata vertiginosa da inizio secolo in poi), ha reso i social network uno strumento oramai insostituibile della nostra vita: è sufficiente un bug o comunque un blocco per poche ore, che ci sembra di essere persi e privati di una parte della nostra vita. Con chi condividere quella foto? Dove scrivere il nostro post o commentare un articolo? Dei novelli Pasquino avviluppati alla necessità di interagire con qualunque cosa.

Ecco, il web 3.0 ovvero l’evoluzione di internet – e dei suoi contenuti – ad opera dei navigatori che scrivono, commentano, pubblicano, e creano uno sconfinato data base fatto di foto, documenti e informazioni di ogni genere: a che ora vado in piscina, come va la mia vita di coppia, come mi trovo sul posto di lavoro. Appunto, il lavoro. I social sono stati in grado di superare i cancelli delle fabbriche, entrare negli uffici e nei luoghi di lavoro, si sono affiancati (invisibili) ai lavoratori e stanno diventando uno strumento aggiuntivo per i controlli a distanza da parte del datore. Si parla, appunto, di controlli occulti.

Tramite l’iscrizione di un social, per qualsiasi ragione avvenga, il lavoratore entra a partecipare in una agorà virtuale i cui dati sono facilmente fruibili a chiunque, a partire dal capo ufficio che può rimanere incuriosito da una bella foto in riva al mare magari scattata durante l’assenza per malattia del lavoratore: il lavoratore entra nel web con un proprio profilo, uscendo dall’anonimato della vita analogica (sembra il paradosso, ma così è) e nella spasmodica ricerca di una propria identità – ancorché virtuale – finisce per mettere a disposizione dell’azienda molti dati sensibili a partire dalle proprie opinioni (politiche, religiose e non solo) ed i propri comportamenti in tempo reale.


Siamo veramente convinti che nella nostra bolla si viva al sicuro? No, si tratta di una coperta non abbastanza lunga da coprire i piedi.
Le innumerevoli opzioni e funzioni tecnologiche che i social mettono a disposizione consentono di controllare, in modo penetrante, l’attività quotidiana del lavoratore. Seppur vi sia una rigida disciplina lasciata all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, l’esistenza di un profilo internet consente al capo ufficio, così come al collega curioso, di conoscere l’orario dell’ultimo accesso al web e il luogo, la presenza di altre persone, l’attività pratica svolta: la rete attua un lavoro oscuro, nascosto, che ha ricadute sul rapporto di lavoro, sulla gestione del personale e sul codice disciplinare. Emblematica, in questo senso, è stata una decisione della Suprema Corte di Cassazione (per chi interessato Cass. 27.5.2015, n. 10955) nella quale è stato considerato legittimo il comportamento del datore di lavoro che – al fine di verificare un illecito all’interno della propria azienda – aveva creato un falso profilo tramite Facebook contattando il dipendente e iniziando una conversazione con il medesimo tramite chat.

Dove si ferma il controllo del datore di lavoro, allora, e dove inizia la sfera inviolabile dell’individuo? Nel web 3.0 si tratta di confini sfumati. Certo il legislatore non ha mancato di definire quali siano i dati sensibili meritevoli di tutela, ma ai fini del controllo di un dipendente la questione assume contorni diversi perché spesso le informazioni arrivano per via indiretta: un commento “postato” su un Social, infatti, può essere condiviso in molti modi, oramai anche tramite la messaggistica o perfino tramite email, ed il datore di lavoro può tenerne conto. Immaginiamo una serie di critiche dure contro l’operato del proprio “capo” magari condite da un vocabolario boccaccesco di prim’ordine, che vengono estratte dal profilo del dipendente: la rilevanza disciplinare è indubbia, le conseguenze sul rapporto di lavoro possono variare perché bisognerà capire che punto del Decameron è stato citato.


Ma la questione resta piuttosto chiara: internet non dimentica e il web 3.0 è un potente alleato per un soggetto controllore. Le caratteristiche dei social, infatti, consentono una verifica pressoché istantanea sul luogo e ora di connessione, ed attribuiscono al datore di incamerare tracce, indizi e prove di un eventuale inadempimento del lavoratore: un controllo che avviene a costo zero, in modo occulto, e senza che questo possa configurarsi come comportamento illecito. In fin dei conti, lo abbiamo già visto proprio sulle pagine di Civiltà delle Macchine, anche l’attività di recruiting oramai si svolge con un importante fase preassuntiva di verifica e indagine sui social network. Nulla di nuovo sotto al sole.

Dunque, i social network finiscono per perdere quella loro originaria funzione “di svago” per essere poi utilizzati dal datore di lavoro, anche in giudizio, per le proprie verifiche e sanzioni contro i dipendenti e collaboratori. Se a questo aggiungiamo l’implementazione della IA, è facile rendersi conto come l’automatismo potrebbe essere ancora più penetrante perché la verifica, in quel caso, non avrebbe neppure il volto umano ma sarebbe frutto di un mero e gelido calcolo algoritmico. E il datore di lavoro digitale è un inflessibile controllore.

“Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano. Per il resto ogni cosa funziona perfettamente”
Giovanni Guareschi