Il Sogno di Scipione. Quando gli ecosistemi politici restano appesi a un filo, il viaggio interstellare è il codice d’accesso alla virtù

29 novembre 2022

Di Ginevra Leganza

Si è insinuato nei sogni degli uomini. E per molti secoli ha chiesto loro di guardare insù. Di volgere il pensiero alle stelle, immaginando di fissare la Terra dal cielo. Scipione l’Africano sopraggiunge nel teatro delle nostre menti, ci riconcilia col cosmo e quasi orchestra la sua melodia. Accorda i nostri tumulti alle note che suona l’universo intero.
È dunque il Sogno di Scipione il testo scelto dalla Fondazione Leonardo, tradotto da Luciano Violante e pubblicato da De Piante Editore per celebrare il prossimo Natale. Proprio quel racconto che Cicerone pone a suggello del De Republica e che oggi ravviva una morale antica. 
Quando le cose di quaggiù si imbevono di vizio, l’uomo non può che ripartire da sé. Quando gli ecosistemi politici restano appesi a un filo, ecco che il viaggio interstellare è il codice d’accesso alla virtù. 
Sono gli anni dei triumviri, fra il 54 e il 51 a.C., quelli in cui Cicerone immagina i due Scipioni discorrere per la Via Lattea. Nipote e nonno scambiano chiacchiere solenni nella galassia; sulla Terra, invece, Pompeo, Crasso e Cesare s’accapigliano alla vigilia di una dittatura. E sullo scricchiolante ponte fra vecchio e nuovo mondo s’incammina infine Cicerone, che afferra con mano la radice del pensiero politico greco. E riprende così la più radicale e irrisolta fra le questioni: qual è la miglior forma di governo? È questo il bandolo di ogni riflessione sulla cosa pubblica. Soprattutto quando il ponte fra vecchio e nuovo mondo cigola. 

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“È come se il Somnium fosse stato scritto all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro”, dice Luciano Violante intervallato dall’incrocio di letture fra Pietrangelo Buttafuoco e Giancarlo Marinelli. Siamo nel Teatro Comunale di Vicenza, e qui s’intrecciano dottrina e attualità, analisi delle cose e viaggi fra satelliti e soli. 
Quando accade d’aprire conflitti senza saper bene come chiuderli, il sistema si ritrova appeso a un punto interrogativo. E nei momenti più aspri l’uomo torna dentro di sé. Nel suo sonno. Nel profondo dei sogni dove gli antenati – i padri e i maestri – lo riportano alle sue qualità. 
È quel che accade a più riprese da secoli. Ed è quanto avviene adesso coi nuovi intermediari digitali che scavano nel tessuto sociale e danno scossoni al corpo politico. 
Quando come oggi si sospetta del sistema democratico, della sua tenuta e del suo arrancare nella giostra del contemporaneo, quando poi si appanna il legame fra democrazia e valori, ecco che dal piano di una morale azzoppata e non più condivisa, si torna a quello della virtù. E cioè della felicità che cresce nella cura del carattere. Nell’esercizio del buon demone più che del buon costume. 
La degenerazione del sistema, il suo sottrarsi a un antico patto di valori, impone all’individuo di ritessere i legami fra sé stesso e il mondo. “Conviene che siano solo le conquiste della virtù / a guidarti verso la vera gloria”, intima l’Africano al suo Emiliano, e ancora: “Solo chi è motore di sé stesso non muore / perché non può separarsi da sé stesso”. 
Mentre l’homo digitalis quasi diventa “animale multiplanetario” e le cose di quaggiù si muovono veloci come la luce, c’è chi scava nel sogno di sé fra gli astri. Non certo per sistemarsi in un abisso o per sostare sui confini del tempo. Ma per essere motore di sé, per non morire d’inconsapevolezza. Per cogliere la qualità nuova su cui innestare i valori di un mondo che corre, non ci aspetta, ma nel quale si crede ancora.