Imola 50° della "200 Miglia" e della "clinica mobile"

25 maggio 2022
Il 25 maggio 2022 le celebrazioni al “Museo Checco Costa”

Di Massimo Falcioni

Quest’anno, nel week-end del 23-24 aprile scorso, l’autodromo di Imola era impegnato con il round mondiale di Formula Uno e quindi si è dovuta spostare di un mese la celebrazione di un evento che cinquant’anni prima, il 23 aprile 1972, aveva cambiato il volto e i contenuti del motociclismo e del Motorsport internazionale. Così  il 25 maggio 2022 presso il “Museo Checco Costa” dell’Autodromo Enzo&Dino Ferrari di Imola, si terrà l’evento rievocativo della prima edizione della 200 Miglia di Imola, la corsa definita “Daytona d’Europa” che, rivoluzionando immagine e sostanza delle competizioni motoristiche, aprì l’epopea del motociclismo show-business in cui debuttava in pista il nuovo servizio medico per i piloti, la svolta per la sicurezza. Fu, quella di cinquant’anni fa, un’impresa corale di una intera città, di un intero territorio, ideata e gestita da un direttore d’orchestra che definire “geniale” è poco, quel Checco Costa laureato in agraria e sin da ragazzo con la passione de “e mutor” e il pallino delle corse poi da tutti chiamato amichevolmente “Checco”, capace di trasformare i sogni in realtà. In quel contesto straordinario che portò a gareggiare in pista per la prima volta, insieme agli europei, i piloti americani di tutti i attirando sugli spalti del circuito del Santerno più di 100 mila aficionados da mezzo mondo, il figlio maggiore di Checco Costa, Claudio, metteva in pratica il suo sogno di diventare il “dottore dei corridori”. “Ricordo con commozione – dirà poi il “Dottorcosta” - quanti piloti da quella corsa in avanti non abbiamo lasciato morire in nessun morire, a quanti piloti abbiamo donato un sospiro di vita e un battito a un cuore che, attonito, aveva smesso di pulsare, e a quanti piloti abbiamo curato con amore le ferite dell’anima”. Così in quel 23 aprile 1972, il motociclismo in crisi di identità e marcato da inefficienze organizzative e tragedie in pista, riscopre se stesso abbattendo incrostazioni non solo tecnico-agonistiche, cambiando forma e sostanza.


La svolta di Costa, a dirla tutta, la “svolta dei Costa”, con Checco compositore e direttore d’orchestra, apparentemente riguardante la “facciata” e il “colore” delle corse è invece la rivoluzione che scuote dal profondo il mondo delle corse, oltrepassando i confini del Motorsport. Per la prima volta, l’autodromo diventava centro internazionale di show-business, festa di popolo multilingue, festa di musica e di colori, senza barriere. A cominciare dalle moto da corsa, dai piloti, dai meccanici, scompariva il nero e il monocolore lasciando spazio alle bandiere rappresentanti i piloti e ai primi marchi degli sponsor. Anche il motociclismo diventava sport televisivo, ben oltre i confini locali, entrando nelle case delle famiglie, sport di massa. Una vera e propria rivoluzione, sin dai particolari. Il personale di servizio – da quattro gattimilitanti passava a un migliaio di addetti – veniva inquadrato professionalmente presentato con una “divisa” fatta di giacche a vento colorate a seconda delle loro funzioni e del loro livello di responsabilità. Lo stesso servizio medico e paramedico, diretto dal “Dottorcosta”, presente in ogni curva e nei punti critici del tracciato, e i numerosi commissari di pista, indossavano maglie e giacche colorate, ad hock. C’erano slogan, stickers, adesivi, depliant per ogni esigenza, ovunque. Per la prima volta, piloti meccanici e addetti nei box e il pubblico sugli spalti, nessuno, nessuno gettò via a fine giornata il biglietto d’ingresso, il programma, il pass, reliquie e vere e proprie opere d’arte che tanti ancora oggi conservano. Allo start, oltre all’orchestra di gran livello, debuttavano le “veline”, avvenenti ragazze vestite con i colori e i marchi di grandi Sponsor. Prima e dopo ogni partenza, c’era il tour pubblicitario con mezzi di ogni tipo, dalle auto e moto ai trattori ai camion, fra musica colori e cotillon per il pubblico. Non solo. Debutta la Victory Lane, l’angolo VIP per celebrare il rito del podio con la premiazione in diretta animata dallo speaker, il figlio minore di Carlo Costa, l’avvocato Carlo, inventore di un nuovo linguaggio del racconto tecnico con il cuore che fa esplodere le colline della passione. La bandiera a scacchi viene posta sul cupolino del bolide del vincitore mentre sul podio salgono fra gli inni nazionali le bandiere nazionali dei primi tre classificati.

Poi “in diretta” sui primi maxi schermi, il processo a caldo del dopo-gara, con interviste dei giornalisti ai piloti e agli esponenti delle Case e dei Team. Ricorda Carlo Costa: “Checco Costa fece tutto questo e tanto altro per riaccendere e fare rialzare la testa a un motociclismo assopito e oramai privo d’orgoglio, programmando e dando concretamente alle corse di moto un futuro diverso, con nuove idee, nuove motivazioni, un diverso e più attuale modo di organizzare, programmare, impostare per la costruttiva e positiva evoluzione dello sport del motore, salvaguardando sempre e comunque la perfezione e l’evoluzione della componente tecnica e di conseguenza anche agonistica. Così l’inevitabile metamorfosi del motociclismo fu competa: era importante far capire a tutti, pubblico media sponsor, che la moto non è solo una tigre ruggente d’acciaio che mangia denaro ma anche e soprattutto la depositaria di un affetto corale. Così Checco Costa dava spazio vitale al progresso, alle novità, alle evoluzioni; al contempo insegnava di dare spazio anche a chi potesse far da scudo, da lorica, alle naturali esuberanze e agli eccessi di questo modo di interpretare le esigenze dello sport”. La consacrazione fu quando, al termine della trionfale 200 Miglia del 23 aprile 1972, l’organizzatore Rudolf Ludeman, direttore del mitico Nurburgring, volle salire in auto con Checco Costa nel giro di saluto finale al pubblico, abbracciandolo e dicendogli in un italiano teutonico: “Grazie maestro”. Le Colline del batticuore e della passione esplosero all’unisono per l’applauso dei 100 mila.  
Al contempo, in quello stesso week-end, Claudio Marcello Costa – figlio maggiore di Checco – rivoluzionava il concetto e il modo di soccorrere i piloti con una propria squadra d’eccellenza, tutti volontari: un pronto soccorso in pista incentrato sulla figura dell’anestesista rianimatore. Il “Dottorcosta”, così da quel 23 aprile 1972 sarà chiamato da tutti e ovunque Claudio Costa, prima della gara visitava uno a uno tutti i piloti prendendo i loro gruppi sanguigni e verificando il loro stato di salute. Un solo pilota rifiutò: il 21enne cappellone Barry Sheene che disse in inglese, sorridendo con la sigaretta in bocca: “Io non mi faccio visitare perché io sono fantastico”. Il giorno dopo in corsa Barry cadde rovinosamente alla Piratella rompendosi la clavicola e quando portato in ambulanza al Centro medico dell’autodromo si trovò davanti il Dottorcosta gli disse: “Non sono così fantastico come ti ho detto ieri. Da oggi, tu sarai il medico che mi curerà tutte le fratture che mi farò in futuro, perché io non accetto di correre con la ragione, corro con l’emozione, con i rischi conseguenti”.


In una successiva intervista pubblicata su una rivista inglese Barry Sheene elogia il servizio medico di Imola e rivolgendosi ai colleghi corridori dice: “Noi in pista andiamo forte e rischiamo e quindi possiamo cadere e riportare ferite. C’è solo da sperare di cadere a Imola, dove c’è un servizio unico con un medico speciale. Anzi, c’è da sperare che quel servizio sanitario e il Dottorcosta ci accompagnino sempre e ovunque, in ogni corsa mondiale”. E’ la scintilla che porta a mettere in pratica quel che già Claudio Costa aveva in testa per la realizzazione sui circuiti di una nuova struttura sanitaria, poi denominata “Clinica Mobile”. Scriverà il dottore dei piloti: “Questa clinica è la casa che abbiamo donato agli eroi del mondo mitologico del motociclismo”. Così come il pilota tenta e rischia in pista per raggiungere il suo traguardo, puntando alla vittoria, così il Dottorcosta e il suo staff tenteranno e rischieranno per ridare al pilota quello che  vuole di più di ogni altra cosa dopo una caduta: tornare a correre. “Per tornare a risorgere – dice Claudio - per tornare a inseguire il suo sogno che è quello di correre. In quei momenti è l’emozione che diventa la padrona delle decisioni, sia per il pilota sia per il medico che vuole esaudire l’obiettivo di quel pilota”.  Da ciò, anche imprese considerate impossibili diventano possibili alimentando la favola delle corse, con il pilota-eroe supportato dal “suo” dottore-amico che vive le stesse emozioni del corridore ferito. Poi c’è l’ineluttabilità del “fato” avverso, la signora in nero con la sciabola, di fronte alla quale non resta che riportarsi alla caducità della condizione umana. Sarà proprio dopo la tragedia del Mugello del 16 maggio 1976 con gli incidenti mortali di Otello Buscherini e di Paolo Tordi che il progetto Clinica Mobile, intesa come struttura medica permanente presente in ogni circuito, diventa realtà. Il primo “ospedale viaggiante” viene presentato ai piloti e alla stampa il 3 febbraio 1977 a Bendor, sulla Costa Azzurra, in occasione della gara francese del Paul Ricard. Il primo maggio dello stesso anno c’è l’esordio operativo in occasione del GP d’Austria sul velocissimo e pericolosissimo Salzburgring dove i medici della Clinica Mobile guidati da Claudio Costa, si prodigano in pista dopo i numerosi e gravi incidenti salvando la vita al pilota recanatese Franco Uncini.


L’intralcio ai soccorsi causato dalla disorganizzazione del circuito provocò la dura protesta di tutti i corridori che imposero da lì in avanti la presenza ufficiale della Clinica Mobile. Una rivoluzione. Il corridore incidentato veniva immediatamente curato sul posto e solo in casi eccezionali trasportato in ospedale. Specialisti, anestesisti, rianimatori e personale paramedico erano presenti in ogni curva di ogni circuito, così da garantire una efficacia pari a quella di una sala operatoria in ospedale, ma “in tempo reale”, entro poche decine di secondi. L’ospedale viaggiante del Dottorcosta diventava il simbolo della rivoluzione delle corse, una istituzione voluta e amata da tutti i piloti e dal Circus. Migliaia gli interventi in ogni stagione con tante vite umane salvate, tutt’ora il punto di riferimento, non solo sanitario, di tutti i piloti. Sempre attuali le parole del Dottorcosta: “la creazione della Clinica Mobile somiglia ad una forma d’arte, una creazione per ricompensare gli eroi del motociclismo per averci insegnato che il dolore può essere sconfitto, e che al mondo artificiale e senza senso che la società di oggi si impone ci può essere l’alternativa di un mondo che, pur avversato dalle stesse macerie, si distacca da quello quotidiano per avere un senso vero e profondo”. 
Le qualità umane e le capacità professionali, unite alla smisurata passione per le corse e a una genialità esaltata da una dose di sana pazzia, hanno fatto dei Costa, padre e figli, un tris d’assi d’eccellenza cui il motociclismo e il Motorsport italiano e internazionale devono molto. Checco Costa e i figli Claudio e Carlo in pista hanno vissuto di professionalità, di passioni, di emozioni: qualità e valori recepiti e riconosciuti da tutti, in particolare dagli sportivi di ogni bandiera sempre in festa sulle colline del “batticuore” e della “passione” attorno al circuito del placido Santerno.