L’arte sopra la linea di Kármán

15 dicembre 2021
In occasione della partecipazione di Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine alla "Giornata Nazionale dello Spazio" del 16 dicembre, una serie di articoli per sottolineare il contributo dell'arte, della letteratura e della filosofia alla narrazione dello Spazio.

Di Elisa Albanesi

«My God there is a man in that», bisbiglia come fosse una rivelazione un artista rimasto anonimo all’orecchio di Lester Cooke, il curatore del NASA Art Program e della Nation Gallery of Art di Washintgon, mentre assistono increduli al ritorno a terra dell’astronauta Gordon Cooper durante una delle prime missioni del progetto Mercury. Siamo al principio degli anni Sessanta, al tempo in cui le altezze dei grattacieli non sono più sufficienti a soddisfare i desideri verniani dell’uomo postmoderno e dalle piattaforme si assiste al precipitoso tonfo di queste nuove, miracolose, comete meccaniche. Gli orologi Bulova Accutron cominciano a ticchettare l’ora più precisa dell’universo e non più, come recitava lo slogan precedente, solamente quella “del mondo”; esattezza che tuttavia non fu sufficiente per superare i test del primo sbarco sulla Luna dove arrivò al polso di Buzz Aldrin il modello Omega Speedmaster Professional. 
Ogni cosa va in effetti sincronizzata con la nuova dilatazione spaziale, non solo il tempo: nessun termine o campo sfugge all’apertura del cielo, mentre la Terra diventa sempre più piccola, l’isola blu dell’atollo solare, attorno a cui orbita quella roccia inerme, creduta la casa dei seleniti. Al primo piolo della scala di Giacobbe, avrebbe detto Gianni Rodari e, similmente, lo scrittore di fantascienza A. E. van Vogt, si era giunti calibrando l’evoluzione tecnologica, nonostante il balzo impressionante, ed è questa, in effetti, l’eccezionalità del nostro arcipelago cosmico: permette una crescita costante, isola dopo isola, e non uno strappo, perché le distanze, per quanto enormi, tra i diversi obiettivi non sono mai realmente impossibili. 

(Copertina) Interior view looking out through large windows. Art work: Rick Guidice. Credit: NASA. (Sopra)  Cassini’s Pale Blue Dot © NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute

È sempre stato il corpo, e non il mezzo, il problema principale delle missioni spaziali. Come l’ittiostega che milioni di anni fa decise di affacciarsi goffamente alla terra, facciamo capolino nello spazio, animali ibridi, mandando avanti la parte di noi in grado di sopravvivere a quell’ambiente ostile, la macchina. A lei abbiamo delegato il compito di dare quel primo vertiginoso sguardo che avrebbe cambiato la storia. 
Così, prima ancora delle fotografie scattate dal Lunar Orbiter I nel 1966 che tanto spaventarono Heidegger, altri occhi meccanici vennero inviati per registrare quel panorama inedito, seppure familiare: il cosmonauta German Stepanovič Titov portò con sé una telecamera all’interno della Vostok 2, rubando nuovamente un primato alla controparte americana. Dopo aver sorvolato città e paesi lanciando messaggi di pace, puntò la camera sulla Terra proprio nell’attimo in cui si trovava a sorvolare Mosca, mentre l’evento veniva mandato in diretta televisiva. Un cortocircuito non da poco, un impressionante gioco di dislocazione e doppia presenza – o doppio sguardo, per citare Alberto Boatto. Quelle immagini verranno successivamente incluse ne La rabbia (1963) di Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi, e contrapposte, significativamente, ad alcune opere d’arte: l’apparizione dei dipinti di Pontorno, Braque e Pollock, avviene nel momento esatto in cui Pasolini pronuncia il nome di tre città, Firenze, Parigi e New York, usando così le opere come strumento di orientamento in un pianeta che ora, visto da così lontano, immerso nel nero petrolio, sembra aver perso i suoi punti cardinali. 


Ma quello sguardo freddo e asciutto non è sufficiente a registrare l’emozione e la vista. Se ne accorge per primo Aleksej Leonov, che durante il suo storico volo porta con sé dei pastelli con cui disegna un piccolo schizzo di un’alba. Per ovviare alla difficoltà di disegnare in condizione di assenza di gravità, la scatola delle matite venne dotata di un piccolo braccialetto di gomma da infilare al polso, mentre i singoli pastelli erano provvisti di un filo ciascuno. Giunto a casa, il cosmonauta realizzerà poi una serie di quadri successivamente esposti nel Padiglione dell’URSS della Biennale di Venezia del 1968. 
Fu invece forse Michael Collins, tra gli astronauti statunitensi, ad accorgersi per primo della necessità di coinvolgere gli artisti nelle missioni. Rimane infatti deluso dalle fotografie che non colgono i colori vividi e le sfumature viste dall’occhio, così come l’eccitazione per la partenza, la violenza dell’accensione e, racconta, persino l’odore del cherosene. In occasione della mostra celebrativa dei cinquant’anni dall’inizio dell’era spaziale, nel 2007, rievocò la sensazione percepita già negli anni Sessanta, dichiarando: «Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui agli artisti sarà possibile guardare dalla finestra dell’astronauta e vedere quella vista mozzafiato. Avere la possibilità di vedere fuori e sotto, non solo sopra. Di esperire l’assenza di gravità, non solo sentirla raccontare in termini tecnici». Collins, d’altronde, si presterà sempre al dialogo con loro, persino la mattina della partenza per il viaggio sulla Luna. Quel giorno, infatti, insieme agli astronauti, c’è Paul Calle, illustratore per riviste di fantascienza quali “Galaxy”, “Super Science Stories” e “Amazing Stories”, tra i primi a partecipare all’Art Program lanciato dalla NASA nel 1962, e l’unico a ricevere l’onore di documentare le attività di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e, appunto, Micheal Collins quel 16 luglio del 1969. Durante la colazione, quindi, mentre Calle cercava di documentare ogni attimo, Collins si alzò e andò da lui: «Smise di mangiare e venne a guardare i miei schizzi. Rimasi stupito. Lui si stava per recare sulla Luna e si era fermato a guardare i miei disegni». 

Francobollo disegnato da Calle per commemorare il primo sbarco sulla luna ed emesso il 9 settembre 1969.

Tra gli artisti che in quegli anni si candidano a viaggiare nello spazio, c’è l’amatissimo Robert McCall, l’autore dell’immagine della locandina di 2001: Odissea nello spazio, che Isaac Asimov definiva come «la cosa più vicina che abbiamo a un artista residente nell’esosfera». Le speranze di McCall di partire si infransero nel 1986 con l’esplosione dello Space Shuttle Challenger che portò alla sospensione dei voli con equipaggio fino al 1988. Oltre a perdere la vita le sette persone a bordo, con il veicolo si disintegrò anche l’opera installata a bordo: l’artista Lowry Burgess, infatti, aveva collaborato con la NASA dal 1970 al 1984, cercando di convincere l’agenzia a inviare materiale non scientifico al di fuori dell’atmosfera terrestre. Dopo il drammatico epilogo, l’impresa venne porta a compimento nel 1989, con il lancio del Boundless Cubic Lunar Aperture. Parte di un’opera molto più complessa iniziata nel 1966 e denominata Quiet Axis, si sviluppava in sette “aspetti” o “zone” principali, e si riproponeva di mettere in comunicazione gli elementi della Terra con quelli dello Spazio. Il cubo aveva quindi due scompartimenti: quello più interno conteneva una soluzione di acqua proveniente dai diciotto fiumi più noti al mondo, da ghiacciai, geyser, laghetti e pozzi, nonché dell’acqua distillata del Mar Morto. Successivamente il liquido era stato lavorato chimicamente in modo da includere tutti gli elementi della tavola periodica. Questa sintesi di tutta la materia terrestre presente nel nucleo del cubo era avvolta da uno spazio lasciato vuoto proprio con lo scopo di rappresentare questi due opposti. Le pareti interne, inoltre, presentavano degli ologrammi capaci di rendere visibili, a seguito di un’intensa esposizione a radiazioni luminose, due poesie di Henry David Thoreau dedicate alla luce e al buio. 

Lowry Burgess

È la prima di una lunga serie di opere spedite nello spazio: il primato assoluto, lo detiene in realtà un wafer di ceramica placcato in iridio simile per dimensioni e forma a una comune scheda telefonica, il Moon Museum. Progettato da Forrest Meyers con la collaborazione di Robert Rauschenberg, David Novros, John Chamberlain, Claes Oldenburg, venne posto segretamente da un ingegnere sul modulo Intrepid, partì con l’Apollo 12 e venne lasciato sull’Oceano delle Tempeste il 19 novembre 1969; nel 2015 venne invece ritrovato il dipinto di Damien Hirst partito alla volta di Marte insieme alla sonda Beagle 2 nel lontano 2003, e di cui si erano perse le tracce; fu invece l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, sempre nel 2015, a pubblicare una fotografia in cui veniva mostrato un mosaico dello street artist francese Invaders all’interno della Stazione Spaziale Internazionale. 

Chissà se la nuova era spaziale si ricorderà dei sogni della prima, portando un artista lassù dove spariscono i confini e tutto è blu.