L’utopia terrona della colonia di San Leucio

Di Francesco Palmieri

26 maggio 2021

Charles Fourier trascorse gli ultimi dieci anni di vita restando sempre in casa a mezzogiorno, perché nei suoi scritti aveva dato appuntamento a quell’ora all’eventuale mecenate che si fosse presentato per finanziare la sua prima “falange”, comunità produttiva modello con cui avrebbe attuato una profonda riforma sociale e industriale “senza rivoluzione”. Morì nel 1837 sognando l’utopia che in diverso modo, circa cinquant’anni prima, non un pensatore ma un monarca aveva realizzato precedendo lui e il suo connazionale Saint-Simon. Quel re era Ferdinando IV, il quale aveva avverato il progetto alle falde della collina di San Leucio, in prossimità della Reggia di Caserta. La Colonia, cresciuta attorno al nucleo di un Casino reale dal 1776, sarebbe stata dedicata alla manifattura della seta. Ma il sovrano non intese farne solo un sito produttivo d’eccellenza, bensì una comunità regolata da un Codice speciale per il “buon governo”, che promulgò nel 1789. Per un mese lavorò alla bozza che stese di suo pugno, come riferì il pittore di corte Hackert, affidandola ai consiglieri solo per marginali aggiustamenti.
La Rivoluzione francese, l’invasione giacobina del regno e la Repubblica partenopea del 1799, rovesciata con una cruenta repressione, limitarono le ambizioni del piano, che prevedeva la fondazione della città di Ferdinandopoli a complemento di San Leucio. L’effimero regno di Murat e la successiva restaurazione dei Borbone confermeranno il nuovo corso della storia, cui il sovrano – divenuto Ferdinando I delle Due Sicilie – resterà consegnato come “re lazzarone”, secondo la vulgata di un despota arguto ma ignorante, bonario quanto crudele.
La creazione della Colonia di San Leucio appartiene all’età d’oro del regno di Ferdinando, che perpetuava la stagione riformatrice del padre Carlo III assurto al trono di Spagna, ma emancipato finalmente dalla sua influenza. La svolta, in quel 1776, è costituita dalla rimozione del deus ex machina del governo borbonico, il primo ministro Bernardo Tanucci principale elemento di continuità con Carlo. Ferdinando e la consorte asburgica Maria Carolina, che non s’accontenta del ruolo di figurante nelle vicende del regno, recepiscono gli impulsi degli illuministi napoletani ed europei, riconoscendo una presenza a corte a personalità come Ferdinando Galiani e Gaetano Filangieri. Nessuno immagina che la monarchia illuminata si ridurrà solo a un ricordo da lì a qualche anno, quando la testa di Maria Antonietta, sorella prediletta di Maria Carolina, rotolerà sotto la ghigliottina.
L’utopica Colonia sorge col primo nucleo di abitanti che curano il Casino e le terre circostanti, dove Ferdinando ama passare l’inverno finché la morte del primogenito erede al trono Carlo Tito, ucciso dal vaiolo a tre anni, gli spegne la voglia di frequentare un luogo associato a dolorosi ricordi. L’istinto paterno si riversa sui residenti di San Leucio, frattanto cresciuti a 134, e sui «tanti fanciulli e fanciulle, che aumentavansi alla giornata». Premeva a Ferdinando che i ragazzi «non divenissero un giorno, e formassero una pericolosa società di scostumati, e malviventi ». Decide pertanto la trasformazione del Casino in una Casa di educazione «pe’ figliuoli dell’uno, e dell’altro sesso».
L’istruzione non è già finalizzata a un progetto industriale: è questo, al contrario, a germinare da quella. Ferdinando si domanda infatti come si sarebbe impiegata «tutta questa gioventù benché ben educata, giunt’ad un’età tale d’aver terminati tutti quegli studj alla di lor condizione adattati. (…) Sarebbe rimasta senza far nulla; o almeno applicar volendosi a qualche mestiere, avrebbe dovut’altrove portarsi, per ricercars’il sostentamento; non essendomi possibile di situarne, che pochi al mio servizio nel luogo». Il re vuol evitare lo sradicamento e la “gran pena” che avrebbe rappresentato per le rispettive famiglie, e per sé stesso, vedersi privati “di tanta bella gioventù”, perciò matura l’idea di impiantare un’attività “utile allo Stato” e agli abitanti, «introducendo una manifatturia di sete grezze, e lavorate di diverse specie fin ora qui poco, o malamente conosciute, procurando di ridurl’alla miglior perfezione possibile, e tale da poter col tempo servir di modello ad altre più grandi».

(In copertina) Antichi telai per la lavorazione della seta, Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio. Foto di Fulvio Marinelli. (Sopra) Pianta di Ferdinandopoli

È la Colonia, con l’acquisizione di tecnici e macchinari dall’estero per la reintroduzione di un’arte che aveva vantato la massima fioritura nel sud della penisola in epoca aragonese, ma ormai soffriva estrema decadenza. Il processo produttivo della fabbrica reale, notò Giovanni Tescione nel 1938 (“Dalla Stefania al Belvedere di S. Leucio. Bagliori dell’arte serica a Napoli”), può dividersi in tre periodi: dal 1776 al 1789 con l’attuazione dei primi esperimenti di trattura, produzione di veli e stoffe per abbigliamento; il secondo periodo, dalla proclamazione del Codice, coincide con il piano di realizzazione di una città industriale «reso poi vano dalla rivoluzione del 1799», in cui si migliora la tecnica delle stoffe per abbigliamento e s’intraprende quella delle stoffe per tappezzeria; il terzo dal 1799 al 1869, che «segue lo sviluppo di tutti i nuovi tipi col perfezionamento della tessitura alla Jacquard ».
Chi rileggesse “La città del sole” di Tommaso Campanella ne ritroverebbe echi nel Codice ferdinandeo, che regola la “perfetta uguaglianza” degli abitanti fin nel modo di vestire, che colloca “il merito” come solo criterio, stabilisce un autogoverno con la periodica elezione di “seniori” e la prescrizione di doveri di solidarietà e reciproco rispetto tra giovani e anziani, disponendo come pena per le infrazioni gravi l’allontanamento dalla Colonia e il divieto di tornarvi. Una consistente differenza con l’utopia di Campanella riguarda tuttavia la religione – l’impianto ferdinandeo si fonda saldamente sul cattolicesimo – e la centralità dell’istituto matrimoniale anziché la comunione delle donne.
L’istruzione scolastica riverbera la concezione campanelliana di un sapere dall’impronta pratica e operaia in senso umanistico: «(…) pensate – ammoniva il filosofo – che sia dotto chi sa più grammatica e logica d’Aristotile o di questo o quello autore; al che ci vol sol memoria servile, onde l’uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma li libri, e s’avvilisce l’anima in quelle cose morte». È un orientamento ripreso dal Codice leuciano, che sancisce innanzitutto un’istruzione senza differenza di sessi impartita dall’età di sei anni. La “scuola normale”, benché mirata alla formazione di artigiani della seta, comprenderà anche «il leggere, lo scrivere, l’abbaco; il catechismo della Religione; i doveri verso Dio, verso sé, verso gli altri, verso il Principe, verso lo Stato». In più «le regole della civiltà, della decenza, e della polizia; i catechismi di tutte le arti; l’economia domestica». L’ambizione morale si estende all’insegnamento del «buon uso del tempo, e quant’altro si richiede per divenir uom dabbene, ed ottimo Cittadino». Il re decreta inoltre l’obbligo della frequenza e la dotazione di tutti gli strumenti e macchinari su cui gli alunni possano esercitarsi sia nell’arte della seta sia in quelle con essa in “immediato rapporto”. Il parallelo apprendistato è retribuito secondo una tabella fissa, mentre il perfezionamento tecnico viene incentivato con concorsi ed elargizione di premi (da medaglie d’argento e oro al diritto a un “banco del merito” in chiesa). Raggiunto il livello professionale, i manufatti sono pagati «sino al prezzo, che godesi da’ migliori artisti, nazionali e forestieri».
Non va taciuta infine l’attenzione verso la salute, con l’apertura di una Casa degli Infermi e il precetto dell’inoculazione obbligatoria del vaiolo «a tutt’i fanciulli e le fanciulle»: contro una malattia che flagellò l’Europa nel Settecento, l’inoculazione del virus rappresentò una pratica rivoluzionaria finché Edward Jenner non scoprì il vaccino (ma la prima sperimentazione risale al 1796). Ferdinando, nella sua idealità di “sovrano padre”, pensando ai giovani di San Leucio si ricordava sempre del perduto Carlo Tito.