La Didattica a distanza incontra il Dadaismo

Il 6 politico è vetusto ma la promozione senza valutazione in regime di DAD è il Baffo alla Gioconda provocatorio di Duchamp

Di Daniela Sessa

11 aprile 2020

DAD o DADA? Sul crinale del dilemma Lucia Azzolina, il ministro dell’Istruzione, incontra Tristan Tzara, teorico del Dadaismo. La DAD, ovvero la Didattica A Distanza, è la rottura con il passato. Così secondo il Decreto Scuola dell’8 aprile 2020 che sbarazza quali “vetusti”, il 6 politico e il sistema di aggiornamento delle graduatorie.

DAD o DADA, dunque: “Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola. L’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità.”. La frase sta nel Manifesto DADA del 1918, non nel Decreto Scuola, che però sembra un’opera DADA, cui è stata sottratta una A. L’acronimo DAD è entrato nel nostro respiro insieme al virus con l’indubbio merito di consentire alla scuola di vivere malgrado la malattia e la morte.

Il canale aperto tra docenti e alunni è un dovere del sistema scolastico. Funziona in emergenza, non però nella normalità. Come la ruota di bicicletta di Marcel Duchamp: è bella ma non serve. Non è funzionale alla quotidianità. La DAD – assestata sullo sgabello del dadaismo pedagogico – in emergenza è pratica virtuosa ma fuori dal regime d’eccezione non funzionerebbe.

Il ministro Azzolina ricorda certamente la ruota dada e la DAD questo è: mette insieme due funzionalità destinate ad annullarsi. Non basta, infatti, che le inesauribili risorse dei docenti e la diligenza degli studenti abbiano portato ora a percentuali insperate di connessioni (circa il 67%). Allo stesso ministro non sfugge che la connessione non è garantita a tutti, che il Sud non ha la dimestichezza con la didattica in rete del Nord. Non fosse altro per l’assenza della fibra ottica. E per l’ineluttabile destino “vetusto” del Mezzogiorno.


I dadaisti praticavano il paroliberismo al Cabaret Voltaire. Parole in libertà che la comunicazione istituzionale non può permettersi: vetusto, dunque, non evochi il lampadario della nonna Speranza di Gozzano; scenario, poi, non ricordi “l’abile manipolazione dello scenario” di Lucio Battisti e distanza, infine, rimanga dentro la matematica euclidea.

Incongruenze, incertezze decisionali, ridimensionamento dei problemi fanno della DAD la testa di manichino di Raoul Hausmann; e della pagina di Meet (app di Google Suite per le videolezioni) con la griglia di facce insieme a scorci di cucine, letti, librerie, peluche delle case di docenti e alunni, un ready made.

Il 6 politico è vetusto ma la promozione senza valutazione in regime di DAD è il Baffo alla Gioconda. Se ottocentomila docenti sono riusciti a fare scuola online e l’algoritmo del ministero non riuscirà ad aggiornare in web le graduatorie, dovremmo dare ragione a Duchamp che battezzò un vetusto orinatoio nobile fontana. L’Esame di Stato non può somigliare a “L’occhio cacodilato” di Francis Picabia: una tela in cui i visitatori, su invito dell’artista, a caso apposero firme, scritte e disegni. E così, a caso, saranno inchiodati i diplomi. DAD o DADA.