La fabula virtual del Terzo Millenio e il rapporto tra metaverso e multiverso

22 novembre 2021

Di Daniela Sessa

Se la distopia fosse essa stessa distopia, l’umanità Avatar e lo spaziotempo misurato dai visori della Virtual Reality sarebbero il presente e non il futuribile. Soprattutto, non riempirebbe le pagine dei giornali il progetto di Mark Zuckenberg di spostare Facebook nel metaverso. Un’evoluzione quasi darwiniana per il social media che, trasferendo i suoi 2,9 miliardi di utenti (con Instagram se ne aggiungono un miliardo e con Whattsapp altri due miliardi) in un nuovo virtual environment, distrarrebbe in un sol colpo giudici e opinione pubblica dalle inchieste, segnerebbe un punto a favore nella competizione con Jeff Bezos e realizzerebbe nello spazio digitale ciò che i fisici della teoria delle stringhe ipotizzano nello spazio reale: il cosiddetto “paesaggio”, un numero infinito di potenziali universi simili al nostro cosmo. 
Dal 2003 con Second Life -della californiana Linden Lab-, il primo ambiente virtuale in cui la tecnologia 3D permetteva ai visitatori di passeggiare, socializzare, fare giochi di ruolo e soprattutto shopping, il metaverso ha attratto una vasta platea di creatori di videogiochi come Minecraft, Roblox o Fortnite e ambisce a trasformare il cyberspazio in mercato per le criptovalute. Gli utenti soddisfano un bisogno (ma potrebbe essere un desiderio o un incubo) di sdoppiarsi, di vedersi vivere, di farsi attori e spettatori col solo ingombro di dotarsi dei dispositivi wearable.

Il mondo virtuale di "Second Life" è stato ideato dal fisico Philip Rosedale

Visori Oculus e guanto aptico (marchi Zuckenberg, ça va sans dire) porteranno gli utenti, si pensa già entro cinque anni, dentro realtà immersive, in cui le sensazioni tattili e visive aumentate e controllate da remoto li renderebbero replicanti di se stessi. Il video di simulazione presentato da Zuckenberg è rassicurante come un cartone della Pixar e non paventa nemmeno l’ombra del virus omonimo immaginato in Snow Crash di Neal Stephenson, che del multiverso è l’archetipo letterario. Sembra, semmai, trasferire l’utente tramite il proprio Avatar in una realtà a metà tra I love shopping di Sophie Kinsella e i meeting aziendali organizzati nel virtuale: per questi c’è già un software Horizon Workrooms. Niente a che fare, comunque, con la poesia di Pandora, la foresta dei Na’vi inventata da James Cameron dove gli Avatar cattivi vengono cacciati e quelli buoni rinunciano alla loro parte umana per entrare in una dimensione più pura. Ma due domande dovrebbe suscitare il progetto di Zuckenberg, che vanno oltre questo ennesimo investimento di una giant-tech.


La prima riguarda la narrazione del terzo millennio. L’umanità iperconnessa vivrà dentro una realtà mista in cui mondo fisico e mondo digitale non avranno più confini e toccherà con molta probabilità ai nerd e ai geek alimentare la cultura pop digitale: il metaverso si candiderebbe, allora, come superamento della solitudine del cittadino globale di cui scrive Zygmunt Bauman, come prossima agorà in cui individuale e collettivo si incontreranno? 
La seconda riflessione riguarda il rapporto tra metaverso e multiverso. Se guardiamo alla virtualizzazione del nostro mondo, potremmo pensare che il metaverso sia una sorta di Big Bang capace di creare un altro universo, con le sue leggi e la sua energia. Il multiverso è uno dei temi più complessi della fisica da Albert Einstein in poi e infiamma il dibattito tra gli scienziati della teoria delle stringhe. Però, se alla geminazione digitale si dà il nome di multiverso, il linguaggio più che una suggestione diventa un inganno, anche dentro metafora. La domanda si può prendere in prestito da una frase di Stephen Hawking, il teorico dello stato di Hartle-Hawking (teoria dello stato senza confini): “Dovremmo brevettare l’universo e far pagare a ogni vivente i diritti per la sua esistenza”?