La "Great Resignation" e l'era degli scontenti

Di Ginevra Leganza

22 dicembre 2021

Nel XVIII secolo Lord Chesterfield stigmatizzava l’uomo all’alba del contemporaneo: “One yawns, one procrastinates”. L’uomo sbadiglia e dunque procrastina. E nello sbadiglio si qualifica sempre più come “animale abitudinario” – concetto poi ripreso da Giacomo Leopardi, massimo esegeta del mondo moderno – sempre meno come animale politico. Un’incisiva sintesi che di primo acchito torna in mente quando si legge di una tendenza piuttosto fresca, la cui pagina Wikipedia è datata 2021. Si tratta della “Great Resignation”, l’onda anomala dal nome cinematografico, che negli USA ha travolto il mondo del lavoro. Sono le dimissioni volontarie di massa di quanti in epoca post-pandemica non ne hanno potuto più delle frenesie lavoristiche, e in tempo di isolamento coatto hanno cominciato a godere di casa e affetti. Abituandovisi, appunto. L’esito della clausura ha nutrito animali abitudinari che hanno preso a pascersi dei vantaggi di una vita comoda, destreggiandosi fra sempre meno scrivanie e sempre più divani. Dati alla mano, nell’agosto 2021 il numero dei dimissionari statunitensi è stato superiore del 19% rispetto a quello del 2020. Dagli USA al mondo, secondo uno studio McKinsey, il 40% degli occupati a livello globale vuole cambiare lavoro a stretto giro. In Italia fra la primavera e l’estate di quest’anno quasi mezzo milione di persone hanno rassegnato dimissioni spontanee. 
Il dettaglio più importante di questo gran rifiuto collettivo è il fatto che circa un terzo dei rinunciatari non abbia un’alternativa a portata di mano al momento del licenziamento. Oltretutto il grosso degli scontenti non è prossimo al tramonto, non si tratta di uomini e donne affaticati e avanti con gli anni, ma di individui nel pieno turgore della vita. Si parla della Generazione Z e dei Millennial che, pur al di sotto della soglia dei quarant’anni, recidono i legami coi propri datori di lavoro non ritenendo più il contesto all’altezza delle aspettative.


Quello che i dimissionari esigono, se tagliano la corda o si mettono in proprio, è soprattutto un ritmo di vita meno serrato, una qualità esistenziale più alta. Ecco perché si tratta di una tendenza che ha che fare con il valore stesso che si attribuisce al lavoro. Se da un lato torna Lord Chesterfield con l’uomo sbadiglione, l’uomo-ghiro che in smart-working ha riscoperto il divano, dall’altro è offerta comunque una seconda lettura: non si può non ravvisare del coraggio in chi diserta un contesto insoddisfacente. Rifiutare la fatica e abbracciare la vita comoda potrebbe anche voler dire rifiutare un caporal-CEO, chi lo sa. 
Il tema è complesso e le ragioni sono profonde, ancora piuttosto oscure, ma secondo uno studio dell’Institute for Business Value alla base del disagio ci sarebbe spesso la ricerca di un ambiente più flessibile volto a ribilanciare il rapporto casa-lavoro – evidentemente riconfiguratosi in tempo di Covid – e in altri casi si palesa anche l’ambizione di un avanzamento di carriera. Il fenomeno è in atto, in piena fase di sviluppo. Sembrerebbe ambiguo ed è ancora presto per individuare la maggior causa della rinuncia gregaria. Tuttavia è chiaro come l’avvento del Covid sia coinciso con l’accelerazione di cambiamenti su più fronti e come la parola chiave della “Great Resignation” sia “flessibilità”. La stessa che, portata all’estremo, alimenta una serie di fenomeni che via via prendono piede (si pensi a quello del noleggio auto e in generale allo sharing). 
Non si conoscono bene le ragioni delle dimissioni volontarie, ma resta certo un fatto: smettere di lavorare per insoddisfazione è una tendenza che rispecchia nuove abitudini. E l’uomo è appunto un animale che si accostuma presto alla novità … Un animale ch’è oggi sempre meno sociale (complice il distanziamento imposto) sempre più abitudinario, più lasso, a tratti sfaticato (complice il raccomandato divano).