“La macchina del gene”, il ribosoma e il viaggio del Nobel Ramakrishnan

27 settembre 2021

Di Ginevra Leganza

Venki Ramakrishnan nasce indiano e cresce fisico teorico. Nel corso degli anni diventa ricercatore americano di biologia molecolare, cittadino britannico, cavaliere, presidente della Royal Society e premio Nobel per la chimica nel 2009. Una parte di questa sua lunga storia è stata raccontata nel corso della Lectio Magistralis tenutasi lo scorso venerdì 24 settembre, ospitata a Roma da NanoInnovation 2021 presso la Facoltà di Ingegneria civile e industriale della Sapienza.

Scientist Venkatraman Ramakrishnan, 2009 Nobel prize winner in chemistry, 2015 portrait. Attribution: The Royal Society 

L’asse attorno cui ruota l’epopea umana e scientifica di Ramakrishnan è la fresca traduzione di Adelphi, “La macchina del gene”. Si tratta di un libro comparso in lingua originale nel 2018, interessante in virtù di un intreccio che lo strappa all’egemonia specialistica. La grande storia personale di transoceanici spostamenti, dall’approdo negli Stati Uniti al conferimento del premio svedese, si avvicenda alla nano-storia dei geni: macrocosmo e microcosmo, traslochi e polimeri, cambi di città e scambi di informazioni genetiche, uomo e scienziato insieme. A caratterizzare l’approccio della sua ricerca e della sua vita è stata la flessibilità di movimento fisico e intellettuale.  In particolare, c’è stata una frase pronunciata durante la lezione di venerdì che ha chiesto di essere appuntata in quanto esprime una legge non scritta della ricerca e della vita: “Se non riesci a convincere un non-scienziato che non stai facendo niente di interessante, non stai facendo niente di interessante”. Lo scienziato indiano transita dalla fisica alla biologia molecolare anche perché – ammette – i problemi della fisica sono orditi cosmici, trame colossali che esigono di essere sciolte o perlomeno interpretate da uomini e donne geniali. I geni del DNA, invece, appartengono a tutti. Non hai bisogno di essere Einstein per studiarli, dice Ramakrishnan: anche un ordinario mortale può accostarvisi. Difficile dire se sia proprio così, ma lo scienziato racconta di come, votatosi alla biologia, fosse diventato persino più facile parlare del suo lavoro con la moglie, che di mestiere fa l’illustratrice… Capire della vita nella sua concretezza e non incaponirsi di formule almeno in apparenza astratte ha agevolato il dialogo fra il giovane scienziato e la sua sposa: la biologia, i discorsi sul DNA, come balsamo di un rapporto fatto appunto di biologiche concretezze. Il salto da una branca scientifica a un’altra e l’assetto mentale dell’individuo – tutt’altro che ordinario – ricordano una distinzione messa a fuoco da Coleridge e ripresa poi da Borges. Gli uomini si dividono in aristotelici e platonici: i primi avvinti alle cose, siano esse le più piccole e apparentemente insignificanti, invisibili ma certamente esistenti; i secondi sedotti da ordini cosmici e delicatissime leggi intangibili. È come se Ramakrishnan nel suo transito dalla fisica alla biologia – materia amatissima da Aristotele, non è un caso – abbia voluto sommare in sé le due torsioni filosofiche, propendendo comunque per lo studio delle aristoteliche piccole cose. Anzi, per lo studio delle piccolissime cose. Venendo alle ragioni del suo successo, infatti, troviamo anni di ricerche scientifiche sui microscopici ribosomi. La macchina del gene che dà nome al viaggio di Ramakrishnan è proprio il Ribosoma, che di ogni cellula assembla le molecole. E se le molecole sono costituite da enzimi, anche questo è frutto dell’azione dei ribosomi. Senza queste nano-macchine, addio vita: sono le proteine che ci permettono di vedere, di muovere i muscoli, e anche di attrezzarci nella quotidiana battaglia contro le malattie. Se la cellula mantiene forma e struttura, lo deve alla meravigliosa macchina del gene. Che il ribosoma, spostando l’RNA messaggero e aiutando il tRNA, fosse lo snodo della vita, era già lampante negli anni ’50, perlomeno agli occhi allenati dei ricercatori. Ma lo sforzo ulteriore è stato quello di intenderne la struttura.


Lo scienziato a tutto tondo, guardandolo nel dettaglio, ci ha visto un mondo meccanico, quasi automobilistico. Insomma, un mondo in movimento. Lo stesso movimento che ha caratterizzato la sua vicenda biografica, slanciata dal Gujarat alla Scandinavia, da Cambridge a Yale. Quella di Ramakrishnan è la storia di chi porta avanti con successo una ricerca i cui presupposti sono nel cuore di un’eredità condivisa, com’è condivisa con due altri scienziati, Thomas Steitz e Ada Yonath, la medaglia del Nobel. Se in letteratura, stando a Baudelaire, è sempre meglio il primo venuto di un comitato, nel caso della scienza si tratta di un coro di teste, magari in contrasto, ma indubbiamente coessenziali l’una all’altra. Si tratta, appunto, di un complesso di ricerca. O, in questo caso, di una macchina di geni.