“La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia”

03 novembre 2021
Intervista a Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina presso la Sapienza Università di Roma. Ha scritto di storia e filosofia delle immunoscienze, neuroscienze, biologia molecolare, medicina evoluzionistica e bioetica. Con Alberto Mingardi è autore del libro “La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia” (Marsilio, 2021).

Di Ginevra Leganza

Lei e Alberto Mingardi, nel libro “La società chiusa in casa”, sostenete che il virus non abbia una strategia. La pandemia è darwiniana e non hegeliana. Cosa vuol dire?

Dire che la pandemia è darwiniana significa accantonare un pensiero essenzialista, secondo il quale i virus avrebbero un’essenza precisa con caratteristiche necessarie e sufficienti per spiegare i loro comportamenti futuri. Dovremmo invece sapere che i virus non hanno alcun scopo, se non replicarsi. Quelle dei virus sono popolazioni dinamiche: non ci sono strategie razionali nei patogeni, anche perché non c’è una finalità nell’evoluzione. Il ragionamento più intuitivo è di matrice hegeliana, e infatti sin da subito ci si è chiesti: “come evolverà questo virus? è nel suo interesse diventare innocuo?”. Il fatto è che abbiamo il sogno hegeliano di costruire un bel sistema prevedibile, dove tutto accade per necessità e non per caso, e ci aspettiamo che la pandemia evolva in modo vantaggioso per tutti. Ma già nel 1990 il premio Nobel Joshua Lederberg definiva la storiografia delle malattie epidemiche come l’ultimo rifugio del creazionismo.

Pensa che nel dibattito condotto dagli esperti del virus alligni lo stesso hegelismo che muove il ragionamento più diffuso e intuitivo?

Sì. Non bisogna pensare che gli esperti ragionino diversamente dalle persone comuni. Gli esperti sono semplicemente studiosi che hanno acquisito nozioni utili in certi contesti: le sanno applicare e forniscono indicazioni. Dopodiché, pensare un fenomeno evolutivo come la pandemia implica che qualcuno abbia letto Darwin. E sappiamo che i medici non studiano la teoria dell’evoluzione all’università. Ad ogni modo, abbiamo colto la differenza tra esperti e scienziati.

Ossia?

Gli esperti sono quelli che ritengono di sapere, mentre invece gli scienziati sono quelli che cercano le cose che ancora non sanno. Tirando le somme, diciamo che nella comunicazione abbiamo usato molto gli esperti. Gli scienziati, che hanno sviluppato i vaccini e messo a punto cure farmacologiche, purtroppo li abbiamo ascoltati o usati pochissimo. 

Procedendo oltre Darwin, possiamo affermare che agli esperti sia mancato anche Popper, e dunque quell’idea di una scienza meno arrogante e più propensa a cercare i propri errori per correggerli?

Sì. L’esperto si è rivelato poco popperiano perché, a differenza dello scienziato, ha spesso ritenuto definitive le proprie acquisizioni. La scienza è evolutiva esattamente come le specie che si adattano all’ambiente, e dunque procede per tentativi ed eliminazione degli errori. Sarebbe meglio se ci fosse una certa sobrietà e che non si discutesse sempre di “verità”. Manca la consapevolezza della provvisorietà, e senz’altro manca anche Popper nella formazione della cultura scientifica.


È una mancanza distintamente italiana?

Il nostro è un paese che ha storicamente privilegiato la cultura umanistica. Addirittura nell’articolo 9 della costituzione c’è scritto che la repubblica promuove la cultura da un lato e la ricerca scientifica e tecnica dall’altro: le due aree sono distinte come se la ricerca scientifica non fosse cultura. Una cosa impensabile per un paese anglosassone. Da noi ci sono filosofi che, facendo chiasso nei talk show, chiamano “tecnica” la scienza, portandosi dietro Martin Heidegger (il quale diceva che la tecnica non pensa). Abbiamo avuto Emanuele Severino contro il dominio della tecnica. E abbiamo Umberto Galimberti che, come Martha Nussbaum, pensa che la democrazia occidentale l’abbiano prodotta le discipline umanistiche e non il progresso scientifico. Da notare il paradosso di Galimberti: ha scritto che la tecnica si mangia l’anima eppure è ogni giorno più battagliero contro i no-vax.

Anche l’esibizione mediatica è stata tipicamente italiana?

Da storico della medicina, posso dire che la comunicazione dev’essere capillare durante una pandemia. Ma il servizio pubblico italiano non ha comunicato nulla. Un comunicatore scientifico come Piero Angela sarebbe stato un lenitivo per la paura delle persone chiuse in casa. Noi per settimane abbiamo vissuto livelli di ansia molto elevati. In altri paesi la comunicazione degli scienziati è avvenuta in modo molto sobrio: negli USA ha parlato Anthony Fauci e le polarizzazioni sono state cercata dai politici. Ma sono cose fisiologiche. In Italia si tratta di un aspetto più radicato. Basti pensare che per decenni abbiamo censurato gli OGM: in questo sono state censurate dai politici innovazioni tecnologiche strategiche per l’economia agricola e la qualità dell’ambiente.

La libertà dei moderni è il frutto delle conquiste scientifiche?

Nel libro sosteniamo che non avremmo la libertà di cui andiamo fieri senza la scienza - e viceversa. Dopo i passaggi antichissimi dall’uomo cacciatore all’uomo agricoltore, è avvenuto qualcosa che ha riportato la libertà nel mondo umano. Si è trattato di vari elementi: da una parte la scienza, dall’altra il capitalismo, e con la “scoperta”, anch’essa accidentale, delle istituzioni dello stato di diritto. Oggi abbiamo società che sono progredite controllando molte minacce, incluse quelle dovute agli agenti infettivi. La libertà di noi moderni è quella di uscire senza che nessuno ci chieda conto di dove stiamo andando e perché: cosa molto elementare.

Cosa minaccia questa libertà?

Probabilmente il fatto che le persone, chiuse in casa con Netflix e i social media, questa libertà la diano per scontata.


Quanto la minaccia l’idea del rischio 0? Libertà di uscire è in fondo libertà di rischiare…

Partiamo col dire che noi siamo selezionati per essere avversi al rischio. Lo siamo per natura. La cosa strana è che il rischio 0 venga implementato dai politici nel principio di precauzione o venga predicato dagli scienziati che nei loro esperimenti giocano sempre con tassi di errore. In generale, qualcuno ha inseguito un’idea mistica di Covid 0. Ma i due paesi che hanno puntato più a lungo a questo obiettivo, Nuova Zelanda e Australia, sono rimasti chiusi per 9 mesi.

C’è stata una realtà nazionale che ha agito meglio delle altre?

No. Come raccontiamo, c’è un sito dell’università di Oxford che ha censito le strategie adottate da tutti i paesi: non si può dire che chi ha chiuso abbia fatto meglio e chi ha lasciato aperto abbia fatto peggio. O viceversa. Michele Gelfand dice che i paesi più rilassati (USA, Italia, Brasile) hanno risposto peggio, mentre società chiuse (Cina, in primis) hanno reagito meglio. Però poi ci sono casi di culture liberali che hanno chiuso e hanno risposto bene, tipo la Finlandia. Altre che hanno lasciato aperto e non sono andate male, come la Svezia. Ma sono troppe le variabili in gioco per fare paragoni sensati. È chiaro che se ci chiudiamo tutti in casa, in teoria, funziona. Ma la casa è anche il luogo – abbiamo scoperto – dove il virus si trasmette meglio.

Una società chiusa in casa valuta i benefici della chiusura e sottostima i costi: una tendenza, quella di considerare i benefici e sottostimare i costi, che sembra orientare molte delle scelte politiche.

Specifichiamo: i benefici attesi e realizzabili in tempi ravvicinati. La politica ragiona in tempi brevi, come spieghiamo con Mingardi, cercando di dare risposte che la popolazione possa interpretare come risposta alla sua domanda di protezione. Dire che si stanno salvando vite rende molto di più rispetto a dire che si stanno tenendo in conto anche i costi economici. Durante la pandemia abbiamo sentito dire che prima vengono vita e salute e dopo l’economia o la libertà, ma in una società complessa questi ragionamenti semplicistici servono solo a sedare l’ansia e far credere che si sta agendo in modi eticamente ineccepibili.  Da questo punto di vista, i più sobri sono stati proprio gli svedesi.