La Storia non è finita. Dalle origini del capitalismo alle varianti occidentale e orientale. Intervista a Giorgio Arfaras

Di Marco Proietti

19 maggio 2021

Lei è autore del libro "La storia non è finita. Dalle origini del capitalismo alle varianti occidentale e orientale”. Il titolo parte dalla riflessione del politologo hegeliano Francis Fukuyama secondo il quale il processo di evoluzione economica, politica e sociale dell’umanità sia culminato con la fine del XX secolo. È corretto quindi ritenere la nostra epoca come la fine della storia”?

Agli inizi degli anni Novanta a molti sembrava che la "Storia fosse finita". Con la vittoria dell'Ordine liberale sia all'interno degli stati - breviter più Mercato e meno Stato - sia nei rapporti fra questi - breviter la caduta del Muro di Berlino e le riforme cinesi che facevano venir meno "la sfida comunista" - poco sembrava che potesse cambiare, e dunque che la Storia - letta come mutamenti imprevedibili - fosse finita. Invece, fra sfide esterne - il ritorno dei giganti comunisti, ed interne - il populismo - la Storia sembra essersi risvegliata e non proprio entro l'Ordine liberale, come sembrava una trentina di anni prima.

La Cina agisce come un Paese di “capitalismo autoritario” - meglio di “capitalismo politico” - e non più come un Paese comunista. Essa può diventare - per la maggiore dinamicità del capitalismo autoritario rispetto all'economia pianificata - un Secondo Mondo avanzato economicamente ma politicamente illiberale. I capitalismi autoritari del passato – la Germania e il Giappone - sono stati un'alternativa all'Ordine liberale fino al 1945, ma da allora - a causa del loro annichilamento militare - non lo sono più. Si noti che - nonostante le loro caratteristiche illiberali - essi non erano indietro nella produzione manifatturiera e nello sviluppo tecnologico rispetto ai Paesi liberali. Il loro limite era nella media dimensione, da intendere come spazio e popolazione. Il passaggio della Germania e del Giappone all'Ordine liberale è stata il penultimo grande mutamento nei rapporti di forza nel mondo, l'ultimo essendo la perdita da parte dell'Unione Sovietica di metà dei propri territori e delle proprie influenze militari.

Nel suo libro analizza il confronto tra il capitalismo occidentale classico e quello orientale cinese: in questo ultimo caso Lei parla di capitalismo politico, cosa intende con questo termine?

La Cina ormai "risorta" accetta molti degli insegnamenti occidentali in campo economico, ma rigetta quelli politici. Nel partito comunista la Cina ha un modello (moderno) per il suo (antico) sistema di sovranità imperiale e di burocrazia meritocratica. Il Partito è l’Imperatore che controlla tutto. La combinazione del Partito-Imperatore con un'economia di mercato ha un nome: Capitalismo politico. Quest’ultimo possiamo classificarlo come un'ulteriore forma del capitalismo – oltre a quello liberale ottocentesco, quello interventista del Secondo dopoguerra, e quello neo-liberale degli ultimi decenni.

Il comunismo è (stato) un sistema sociale che ha permesso alle società arretrate e colonizzate di abolire il feudalesimo, riguadagnare l'indipendenza politica ed economica, e costruire un capitalismo indigeno. La differenza fra la Cina e l’Unione Sovietica è che quest’ultima non riuscì negli anni Cinquanta, a differenza del Cina negli anni Ottanta, a legarsi allo sviluppo economico occidentale. Come conseguenza, è arrivata al capitalismo solo negli anni Novanta - quello degli oligarchi, ma solo dopo la caduta dell’economia di piano.

Potrà il capitalismo politico funzionare? Una risposta positiva potrebbe essere che questo sistema non solo si adatta alle tradizioni cinesi, ma anche che quei burocrati sono capaci. Una prima risposta negativa potrebbe essere che il partito è al di sopra della legge, ciò che rende il potere senza legge. Una seconda risposta negativa, che è poi un’estensione della prima, è che la corruzione è insita in un sistema privo di controlli dal basso. Altrimenti detto, che la corruzione è endemica al capitalismo politico. Qualsiasi sistema che richiede un processo decisionale discrezionale finisce con il presentare una corruzione endemica.

Quale è stato il punto di flessione del capitalismo occidentale?

La pietra d’inciampo del capitalismo ottocentesco fu la crisi degli anni Trenta, quella del capitalismo interventista novecentesco fu la stagflazione - ossia, una crescita modesta combinata con un'elevata inflazione - degli anni Settanta a sua volta combinata con dei gran debiti pubblici. La reazione ai limiti del capitalismo interventista - detto “keynesiano” - si è perciò manifestata - come capitalismo detto “neo-liberale”, o “liberista” - negli anni Settanta, ma si è dispiegata negli anni Ottanta.

Dagli anni Ottanta vi è stata la sostituzione dell'obiettivo della piena occupazione con quello della stabilità dei prezzi. La stabilità dei prezzi - questa era l'idea - riducendo l'incertezza, avrebbe fatto ripartire gli investimenti e, come conseguenza, l'economia tutta. Le imprese investono, la quota dei profitti aumenta nell'immediato, ma, alla lunga, con la crescita, salgono anche i salari. Nel capitalismo neo-liberale, l'individuo, e non più la dinamica fra le classi sociali, è al centro della costruzione. Funzionale al perseguimento della stabilità dei prezzi era la liberalizzazione finanziaria e la globalizzazione della produzione. I capitali liberi di muoversi, vale a dire non catturati dal potere politico, potevano essere impiegati dove si aveva una maggiore efficienza. La produzione distribuita nel mondo secondo la specialità produttiva dei diversi Paesi avrebbe ampliato la platea della crescita e abbattuto i prezzi di molti beni. Quando il capitalismo post interventista - meglio noto come neo-liberale - fu concepito si pensava che i mercati finanziari avrebbero svolto un ruolo di promozione della disciplina. Disciplina nei confronti dei governi e auto-disciplina dei mercati finanziari e creditizi. L'esperienza successiva - soprattutto la crisi del 2008 - ha mostrato i limiti della virtù della disciplina accreditata ai mercati finanziari.

E poi è arrivato il Coronavirus. Ormai tutti (o quasi) nei Paesi dove prevale l’Ordine liberale, sono a favore dell'intervento pubblico nel combattere il Coronavirus. Lo scopo di queste azioni è il salvataggio delle imprese e la distribuzione di un reddito a chi ne ha necessità. Abbiamo così una combinazione di capitalismo “keynesiano” e “neo-liberale”.

La pandemia ha mostrato alcuni limiti del classico modello di Stato ottocentesco, ove la presenza nella vita quotidiana può essere eccessivamente invasiva e restrittiva delle libertà individuali. Quale futuro per lo Stato così inteso e che ruolo avrà lUomo quale individuo?

Abbiamo avuto in Occidente negli ultimi secoli tre ondate che hanno imposto la “libertà dell'individuo”. Nell'Ottocento la fine della schiavitù, i diritti delle donne, e l'allargamento del suffragio. Nel Novecento abbiamo avuto sia il suffragio universale sia lo Stato Sociale, che è l'affermazione di maggiori libertà materiali per tutti. Negli ultimi decenni, infine, abbiamo avuto l'affermazione dell’individualismo “estremo”, da quello sessuale - noto come LGBT - alla “cancel culture” - che ritaglia per ognuno un recinto (valicabile?) di identità. Per quanto possa materializzarsi l'intervento dello stato nella vita privata, le quattro ondate dovrebbero riuscire a contenerlo.

Il digitale e, più genericamente, linnovazione tecnologica ci ha portato a pieno regime in una globalizzazione immateriale, dominata da colossi iper avanzati, le c.d. Big Tech (Amazon, Facebook, Google, Microsoft, ecc.). In che modo, secondo Lei, questo influisce sul moderno capitalismo e sullevoluzione delle democrazie occidentali?

Le Big Tech di oggi, se messe a confronto con le grandi imprese dinamiche del passato – General Motors, General Electric, IBM, eccetera, mostrano un margine di profitto lordo simile, ma un margine di profitto netto maggiore, perché pagano meno imposte, e un tasso di occupazione sul complesso dell'occupazione decisamente inferiore. Non abbiamo così a che fare con un miracolo economico. Godono però di una fascinazione “demoniaca”, perché sembra che stiano muovendo il mondo. Il che è vero, ma questo è già accaduto con la ferrovia, con la nave a vapore, con il motore a scoppio, e via elencando tutte le innovazioni epocali sorte con il capitalismo. Non sono quindi una novità dal punto di vista dell'economia. Sono però una novità al di fuori dell'economia, perché le Big Tech entrano nell’immaginario collettivo, perché veicoli che influenzano i modi di pensare delle larghe masse.

Unultima domanda: quale evoluzione può avere lautoritarismo nei sistemi di capitalismo politico? Vi è spazio per laffermazione di uno Stato liberale in termini moderni?

Allarghiamo l'analisi oltre la Cina. A seguito della caduta dell’Unione Sovietica si è imposto prima un regime di oligarchie economiche e poi un regime politico autoritario. Dall’eredità industriale sovietica, centrata soprattutto sullo sfruttamento delle risorse naturali, è sorta una classe di proprietari per i quali è cruciale l’acquisizione di posizioni pubbliche per garantire l’estrazione delle rendite. Lo sviluppo economico basato sui livelli alti di istruzione, sulla fondazione di nuove imprese, e sui mercati finanziari trasparenti è qualcosa di estraneo a questa élite. Diventa così difficile intraprendere un percorso verso la modernità.

Cruciale quindi è comprendere il passaggio verso un sistema di autocrazia con caratteristiche nuove. Ciò che non accaduto solo in Russia. Putin, Chávez, ed Erdogan hanno smantellato la democrazia con un passo lento. Sono arrivati al governo con le elezioni. Poi hanno usato lo scontento diffuso per ridurre i vincoli al proprio potere. Lo schema è stato quello di imporre i propri uomini nel sistema giudiziario, nella sicurezza, intanto che si neutralizzava il sistema mediatico. Così non si è avuto un attacco visibile alla democrazia, ma un attacco occulto che ha portato all'autocrazia. Va notato che all'autocrazia sono arrivati con un lavorio entro le istituzioni. Va anche notato che al potere non è andato un partito - come nel modello comunista - o un corpo militare – come con il golpismo classico - ma una personalità - un "uomo forte".

A differenza dei regimi dittatoriali degli anni Trenta quelli autocratici di oggi non spingono alla mobilizzazione delle masse, perché le preferiscono acquiescenti. I sistemi di propaganda degli anni Trenta come la radio aiutavano la diffusione di pochi messaggi che mobilitavano, mentre i media oggi disperdono i messaggi e quindi a creano una sorta di passività (rancorosa).

Giorgio Arfaras

Biografia:

Dal 1982 al 2007 ha lavorato nell'industria e nella finanza: alla Pirelli - ufficio studi, direzione strategie, segreteria della presidenza e direzione finanziaria; alla Prime, una società finanziaria prima della Fiat e poi delle Generali, come analista sui titoli italiani ed europei e poi come gestore; infine, al Credit Suisse come gestore.

Nel 2008 ha scritto "Il grand'ammiraglio Zheng He e l'economia globale". Dal 2009 scrive, insieme ad altri, il "Rapporto sull’economia globale e l’Italia" per il Centro Einaudi di Torino. Dal 2009 e fino al 2020 ha diretto la "Lettera Economica" del Centro Einaudi. Collabora a giornali, riviste e televisioni.