Le ragioni del PIL / L’economia. Intervista a Giulio Tremonti

Di Marco Proietti

26 maggio 2021

Nessuno ha più dubbi: la scuola in questa fase è tra le priorità per far ripartire il paese. Un ruolo cruciale nella crescita dell’economia è svolto proprio dagli istituti tecnici, che dovranno rendere partecipi quelle professionalità schiacciate dalla pandemia e dai suoi effetti devastanti e supportare la sempre maggiore richiesta di maestranze specializzate, non solo nel campo intellettivo ma – evidentemente – anche in quello strettamente pratico.
I nostri partner europei sono già in prima fila. In Francia e in Germania gli ITIS sono considerati un pilastro insostituibile del sistema e contribuiscono in modo strutturale alla crescita del PIL: le Fachschulen tedesche, ad esempio, sono molto radicate nei territori e rappresentano un concreto sostegno allo sviluppo della manifattura e della produzione, con circa un milione di giovani iscritti che vengono formati all’ingresso del mondo del lavoro. Nel PNRR sono stati assegnati 1,5 miliardi agli ITIS, ovvero circa 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia, ma senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, si rischia che quelle risorse vengano sprecate.
Il potenziamento dell’istruzione tecnica superiore, da realizzare mettendo a profitto le migliori esperienze regionali, potrà così contribuire a un duplice obiettivo: in primo luogo, dare una nuova possibilità di vita e di lavoro a tanti giovani, superando anche il divario Nord/Sud, in secondo luogo, immettere sul mercato del lavoro le competenze di cui le imprese hanno davvero bisogno per affrontare – secondo la definizione della Commissione europea – la “duplice transizione, ecologica e digitale”. Ma a che punto si colloca il nostro paese in questo rilancio degli ITIS e nel processo di innovazione tecnologica? Abbiamo intervistato Giulio Tremonti, politico e accademico italiano, già ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Berlusconi II, III e IV.


La pandemia ha rimescolato gli equilibri della nostra società e per il rilancio economico serve visione e competenza. Si parla di valorizzare il ruolo degli ITIS partendo da una nuova idea del lavoro che rafforzi maggiormente competenze tecniche e non solo quelle di profilo intellettuale, cosa ne pensa?

Non mi sembra ci sia una grande originalità nella proposta di sviluppare gli ITIS in quanto proposte simili, in passato, hanno fatto parte del programma anche di altri governi, seppur gli stessi abbiano incontrato un ostacolo insormontabile nel Titolo V della Costituzione, che riserva la materia esclusivamente alla competenza regionale; tale potere è diversamente utilizzato nei territori, poiché la sensibilità politica è diversa, e quindi si sono avuti dei risultati peculiari a seconda del tipo di intervento che è stato posto in essere. A un livello superiore, comunque, abbiamo avuto un caso da prendere come esempio ed è quanto accaduto nel 2003 con l’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova: in quel caso, e per la prima volta, ci si è resi conto di quanto fosse utile introdurre elementi di discontinuità (o, se vogliamo, di novità) nel sistema della formazione e produzione scientifica. Nella Storia abbiamo altri esempi, anche nell’area dell’Unione europea: penso alla university londinese, alle école francesi oppure alle scuole tecniche tedesche, per non dimenticare il Wired, di Sarah Grace CNR italiano degli anni Trenta.

Se prendiamo spunto da quanto riferiva Federico Caffè, l’incontro tra le scienze giuridiche e quelle economiche era assai difficile ma non impossibile.

Quando si guarda all’economia si ragiona in termini di “ciò che è” al momento attuale, trattandosi di una scienza positiva, concreta, ma che fa riferimento anche a “ciò che dovrebbe essere”, a come dovrà modellarsi il mercato nel futuro, ad esempio. La stessa conclusione si può trarre per le scienze giuridiche, poiché non è soltanto la comprensione e la descrizione dei fenomeni a dare luogo alla produzione di regole ma è, al contempo, anche la facoltà di cogliere qual è la direzione che si vuole imprimere all’ordinamento giuridico.

(In copertina) Wired, di Sarah Grace. (Sopra) Schema radiale. Elaborazione grafica di Vertigo Design

Dunque è solo una questione di metodo?

Il modello ideale a cui fare riferimento è quello che si basa sulla cultura istituzionale che combina gli elementi del diritto e quelli dell’economia. Faccio l’esempio della Scuola di Pavia che da inizio Novecento, e fino al dopoguerra, ha rappresentato un vero e proprio laboratorio e modello europeo, cercando di combinare materiali e saperi giuridici ed economici. Sulla lapide che introduce all’Istituto di Finanza troviamo la seguente scritta di Luigi Einaudi: «Nella Sua Scuola di Pavia LUIGI COSSA, sollecito del Risorgimento degli Studi in Italia, iniziò nel 1859 ad anni alterni con la Economia Politica l’insegnamento della Teoria delle Finanze, finché, auspice il Consorzio Universitario Lombardo, fu qui costituita nel 1878 la Prima Cattedra italiana affidata a GIUSEPPE RICCA SALERNO. Sull’esempio insigne di questo Ateneo nel 1886- 87 fu per legge introdotta nell’ordinamento universitario la Cattedra di Scienza delle Finanze e Diritto Finanziario. Qui onorata da ANTONIO DE VITI DE MARCO e da UGO MAZZOLA. Per la ripresa all’antica tradizione nel 1929 per opera di BENVENUTO GRIZIOTTI, concordi l’Università e la Camera di Commercio, sorse l’Istituto di Finanza, Laboratorio e Centro di Studi per il progresso scientifico e per la preparazione di esperti per il pubblico bene. L’Università alla presenza di LUIGI EINAUDI – Q.M.P. [Questa memoria pose] il XIII-IV-MCMLV».
Da alcuni decenni la cultura istituzionale è entrata in crisi ed è parzialmente venuta meno in ragione della separazione tra le discipline giuridiche e quelle economiche, che oggi rappresentano due mondi separati: l’economia si è fatta sempre più matematica e il diritto sempre più formalista e analitico.

Tutto questo quali conseguenze ha sull’economia e sulla crescita economica?

L’esistenza di norme complesse, di difficile comprensione, e suscettibili di molteplici interpretazioni, comporta non solo l’incertezza del diritto ma soprattutto il trionfo del libero arbitrio. È difficile trovare oggi chi sappia leggere e combinare il sapere giuridico con quello economico. Nell’Antica Grecia era nota la questione (che porta alla memoria Pitagora e Aristotele) tra acromatici e acusmatici: chi abilitato a parlare ma non ad ascoltare, e chi ad ascoltare ma non a parlare. Quello che invece serve per il governo è la sintesi di entrambe le visioni: per governare l’economia si devono necessariamente avere anche nozioni di diritto, poiché si deve saper leggere una legge o una circolare, così come per introdurre una riforma giuridica si devono conoscere anche le implicazioni in termini economici.
Oggi abbiamo testi di economia estremamente matematici e complicati, anche per un matematico. Così come abbiamo testi di diritto che sarebbero di difficile comprensione anche per un giurista eccelso. Questo genera un problema non solo comunicativo, ma di vera e propria gestione della cosa pubblica.

All’esito di questa considerazione in che modo il rilancio degli ITIS e l’innovazione tecnologica possono incidere sulla crescita del PIL o, più genericamente, sulla ripresa economica del paese?

Le faccio un esempio. La notte del 3 marzo 2020, ovvero prima che venisse dichiarato il lockdown nazionale, ero ospite in una trasmissione televisiva e spiegai come la questione dovesse ruotare attorno all’articolo 117, 2° comma, lettera Q della Costituzione: ovvero la competenza esclusiva dello Stato nella profilassi internazionale. In seguito, abbiamo avuto il susseguirsi di una serie di provvedimenti che hanno ignorato la norma costituzionale e questo in ragione di un vero e proprio crollo verticale della classe dirigente e politica, con le conseguenze che abbiamo visto nella crisi economica. In altri termini, il Titolo V ha introdotto, e non ha mai superato, il dualismo tra formazione e istruzione professionale separando dal resto dell’istruzione superiore specificatamente l’istruzione professionale: un contesto nel quale le Regioni hanno rivendicato una loro quota di competenza, bloccando ogni ipotesi di riforma.

In che modo inciderebbe sul PIL?

Josif Stalin, a cui non faceva difetto il potere, mai ha attribuito l’andamento dell’economia al merito del Partito: parlava del clima, delle stagioni e degli sforzi delle classi lavoratrici. Quando ero al governo mi capitava di dire che con l’azione di governo al PIL potevi fare molto male ma raramente bene. Per altro ricordo la Legge Tremonti che nel 1994, per la prima volta, ha usato la leva fiscale non per aumentare le entrate ma per spingere sullo sviluppo, detassare gli utili (se reinvestiti) e incentivare le assunzioni: credo che allora abbia funzionato perché era semplice non solo l’articolato delle leggi ma proprio il meccanismo sviluppato in modo che l’imprenditore potesse facilmente capirne il funzionamento. Oggi, al contrario, ci sono moltissimi incentivi ma meccanismi complessi ne rendono impossibile il funzionamento.