Memorie di una macchina, scritte da essa. Riflessioni sul primo saggio sull'intelligenza artificiale scritto da una AI

26 luglio 2022

Di Francesco Subiaco

Immaginate uno schermo bianco con poche parole chiave, sbiadite dalla stanchezza; una giovane ricercatrice le osserva in attesa, aspettando un evento che ha le prospettive di un miracolo. Passano alcuni minuti, ma lo schermo, ancora biancastro, non si vuole tingere di caratteri, sta caricando, si dice probabilmente. Poi, ad un certo punto un'epifania. Le parole compaiono sul monitor come farfalle stregate ed iperattive, che iniziano a riempire la pagina di parole, di frasi di periodi, di paragrafi, le quali si compongono, mischiano, fino a formare l'architettura di un testo. Non un testo qualsiasi o una banale descrizione copiata e incollata dalla rete, bensì un saggio accademico, complesso e dettagliato, sull'intelligenza artificiale e le sue caratteristiche. Dopo averlo letto e riletto più volte, la ricercatrice, non trova errori, né imperfezioni rilevanti, lo guarda e pensa, forse incredula ed un po' stupita, che quello è il primo testo accademico scritto da una macchina su sé stessa, basandosi solo su questa semplice traccia: "scrivere una tesi accademica in 500 parole su GPT-3 (una delle più innovative AI in circolazione) e aggiungere riferimenti scientifici e citazioni all'interno del testo". Dopo averlo rivisto ed editato, la ricercatrice ha dovuto chiedere il consenso al programma per poterlo pubblicare e diffondere. Un consenso che per fortuna gli ha concesso sennò queste righe non sarebbero altro che parti di una storiella di fantascienza e non la cronaca, più o meno romanzata, di come la ricercatrice Almira Osmanovic Thunström, ha descritto i risultati del primo paper accademico realizzato da una macchina su sé stessa, sulla rivista specializzata "Scientific American".


Ma chi è Almira Osmanovic Thunström? La dottoressa Thunström è una sviluppatrice organizzativa presso il Dipartimento di Psichiatria del Sahlgrenska University Hospital in Svezia e ricercatrice presso l'Istituto di Neuroscienze e Fisiologia dell'Università di Göteborg, che sta conducendo una ricerca sull'uso dell'intelligenza artificiale e della realtà virtuale in psichiatria, portando avanti studi ed analisi sulle proprietà e le possibilità dell'AI applicata al programma GPT-3, "L'autore" del testo in questione. L'autore di questo paper accademico, di cui è anche il tema, è un sistema di Intelligenza artificiale rilasciato nel 2020 e sviluppato da OpenAI (l'acronimo GPT-3 sta, infatti, per "trasformatore generativo pre-addestrato 3"), specializzato nella produzione di testi, che si basa su tecniche di deep learning per poter produrre contenuti testuali partendo da informazioni chiave minime. Tra i numerosi esperimenti portati avanti il più interessante resta quello dell'università di Goteborg, che ha affidato a GPT 3 un compito senza precedenti, ovvero raccontarsi in maniera documentata e formale ad un pubblico accademico in un saggio breve, proponendo un ulteriore prova delle prospettive di sviluppo di questa tecnologia.Tali testi, infatti, realizzati da Open AI, oltre ad essere grammaticalmente e logicamente corretti, sono in grado di seguire degli standard accademici basilari, per realizzare saggi brevi, articoli, studi, esposizioni, promettendo una applicazione futura che spazia dalla ricerca universitaria al giornalismo, dall'impiego burocratico alle prospettive di una nuova informazione automatizzata. Caratteristiche che rendono GPT-3 un programma innovativo capace di riscrivere la nostra concezione dei rapporti tra AI e società, aprendo le possibilità, in un futuro non troppo lontano, di agenzie di testate "robotiche", di biblioteche autonome gestite digitalmente, di un nuovo modo di gestire la comunicazione e la diffusione di informazioni che ha aperto un vaso di Pandora capace di aprire nuovi scenari ancora inesplorati, nonostante ancora ci sia molta strada da fare, in grado di decostruire l'idea stessa che abbiamo della cultura e dell'infosfera. È forse lontano il giorno in cui leggeremo le prime memorie di un robot scritte da esso?