Noi uomini pronti a navigare in riva all'infinito

14 dicembre 2021
In occasione della partecipazione di Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine alla "Giornata Nazionale dello Spazio" del 16 dicembre, una serie di articoli per sottolineare il contributo dell'arte, della letteratura e della filosofia alla narrazione dello Spazio.

Di Alessandra Fassari

Diatomee errabonde fluiscono come stelle, nel mare del Nord, dove l’orizzonte non esiste e l’oceano fa l’amore col cielo, dove nel rinnovamento si compie il miracolo che salva il pianeta. Ed è il plancton ([plànc-ton] n.m. invar, dal gr. planktón, neutro di planktós ‘vagabondo -appunto- errante’. Dizionario Garzanti online), un mondo sotto di noi, quasi invisibile, ma fondamentale per la nostra esistenza, tal quale l’infinito che sta sopra di noi, ove l’iperuranio è un universo parallelo di vita, essente, ma incommensurabilmente indefinibile. 
Microrganismi e costellazioni luccicano, come «girasoli lanciano bagliori di luce, nella foschia tinta di viola» di Vincent (Don McLean, American Pie 1971) sotto e sopra di noi, opprimono le nostre menti, ma non ci schiacciano, fra «sovrumani silenzi e profondissima quiete» fingiamo di sapere e di andare oltre, ma sono sempre stelle e diatomee, ed è sempre inaccessibile l’ “Infinito” leopardiano (Giacomo Leopardi, L'infinito, 1819 - Canti , XII), incomprensibile tanto per lui, quanto per noi.


Notte stellata (De sterrennacht) Vincent van Gogh, 1889, Museum of Modern Art di New York

«Nel corso della storia -spiega il matematico Piergiorgio Odifreddi (Ritratti dell’infinito. Dodici primi piani e tre foto di gruppo, Rizzoli 2020)- la parola “infinito” è stata declinata in moltissime accezioni, e solo raramente ci si è chiesti che cosa essa significasse… Accanto all’idea di non terminato, noi siamo più propensi a pensare l’infinito come qualcosa di qualitativamente più grande del finito». 
Vicini al quell’ «immensité profonde» di baudelariana memoria (Charles Baudelaire, Élévation, Le fleurs du mal, 1857) o a quello «spazio» così leopardianamente «indeterminato» che ci cattura, fino al superamento di ogni limite, ma poi ci «spaura» e ci sbatte in faccia la meschinità della nostra minuta esistenza.
Anche per Carlo Rovelli, creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica, nonché fisico teorico attento alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica, superare certi limiti diventa una necessità dell’essere umano e la fisica serve ad «aprire le finestre e guardare lontano» alla ricerca di qualcosa che vada oltre. (Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina Editore, 2014).


Ma, nonostante questa tanto ineffabile quanto a volte labirintica sensazione che l’immensità sia oltre, che non sia tangibile né definibile, nonostante nel tempo l’infinito sia divenuto il Santo Graal di matematici e pensatori di ogni epoca e dove, questione di proporzioni da Archimede a Galileo, diletto dei poeti e sfida degli scienziati, nonostante abbia umiliato le nostre menti, evidenziato i limiti del nostro pensiero, ci abbia reso naufraghe diatomee erranti nel mare magnum dell’incertezza, bulimici di scienza e anoressici di fede, secondo Rovelli, Platone docet, ancora «siamo tutti in fondo a una caverna legati alla catena della nostra ignoranza, dei nostri pregiudizi … e cercare di vedere più lontano spesso ci confonde: non siamo abituati. Ma ci proviamo» perché la scienza è proprio questo «un’esplorazione continua di forme e di pensiero… capacità visionaria di far crollare idee preconcette, svelare territori nuovi del reale e costruire nuove e più efficaci immagini del mondo».