“Moonlight” chiama terra, telespazio guida il consorzio per comunicare e navigare sulla luna

07 luglio 2021

Di Massimiliano Lussana

C’è la scienza, c’è la fantascienza e c’è la fantascienza che si trasforma in splendida realtà grazie alla scienza.

In una parola, la Luna, come fosse la premessa maggiore. In un’altra parola, Telespazio, come fosse la premessa minore.

E, inevitabilmente, il sillogismo è la storia di “Moonlight” il processo che vede Telespazio - la joint venture fra Leonardo al 67 per cento e Thales al 33 per cento - alla guida di un consorzio selezionato dall’Agenzia Spaziale Europea per lo studio dei servizi di comunicazione e navigazione per la Luna.

Che, detto così, sembra una cosa semplice, ma stiamo parlando di un’infrastruttura ad hoc per rendere possibili sulla Luna comunicazione, connettività e navigazione satellitare, che verranno garantite anche nei luoghi più remoti.

Il “program manager” del progetto si chiama Koen Geurts ed è lui stesso uno spot vivente della capacità di comunicare fra mondi solo apparentemente lontani: olandese, vive in Germania, parla uno straordinario italiano, guida un progetto di Telespazio, che mette insieme l'eccellenza italiana di Leonardo, mantecata della partnership con i francesi di Thales, e guida un team di professionisti che vengono da molti Paesi europei, dalla Germania, alla Spagna, al Regno Unito, a tanti altri.

La domanda delle domande è sostanzialmente una: a che serve comunicare sulla Luna?

La risposta, invece, è multipla ed affascinante da qualsiasi parte la si guardi.

"Ovviamente - spiega Geurts - la comunicazione è fondamentale per l'aspetto scientifico delle missioni, per trasferire i dati e per comprendere a che punto è il sistema e il suo stato. E questo trasferimento di dati avviene ogni giorno e ogni ora, praticamente solo con un piccolissimo ritardo nella comunicazione. Ma è impercettibile, come quello che si vede nelle interviste televisive in collegamento".

Ma ci sono anche aspetti che potrebbero sembrare minori, ma che sono decisivi in una missione: ad esempio, quando Luca Parmitano aveva dell'acqua nel casco o per segnalare in tempo reale a chi segue le missioni sulla Terra eventuali criticità che si manifestano sulla Luna.

E poi c’è un aspetto fondamentale, quello umano: “ad esempio, la possibilità per astronauti che passano sei mesi nello spazio di parlare con le proprie famiglie, con i propri bimbi. E tante altre…”.

Mica finita. Perché questo progetto targato Telespazio ha anche un altro aspetto interessante e rivoluzionario nel suo genere: la possibilità di portarsi dietro sulla Luna un device che traduce i segnali in una posizione, rendendo molto più semplice per gli uomini nello spazio segnalare il proprio posizionamento rispetto al metodo precedente che prevedeva un set di sensori per ottenere lo stesso risultato.

Per studiare tutto questo gli scienziati di Telespazio e delle aziende collegate – anche molte piccole e medie imprese, come sempre in questo settore, con un circolo virtuoso che crea moltissimo indotto e specializzazioni ed eccellenze assolute – si sono spesso trovati a collaborare da remoto, a causa della pandemia.

E, paradossalmente, la comunicazione fra la Terra e la Luna, grazie a “Moonlight”, è più comoda di quella di tante call in balia del wi-fi terrestre non sempre fantastico ovunque.

Con un ulteriore tocco, che rende il tutto ancora più affascinante che Koen Geurtz sottolinea giustamente: il fatto che in questo progetto non sono coinvolti solo ingegneri, ma anche laureati in economia: “Spesso, nel nostro campo, capita di fare progetti bellissimi, ma che non hanno una fattibilità economica solida. Invece, questa volta, le forze sono equilibrate fra l’anima ingegneristica e quella commerciale, con la partecipazione anche di forze diverse da quelle con cui siamo abituati a lavorare sempre, compresi alcuni della Business School dell’Università Bocconi”.

E tutto questo va in direzione delle richieste dell’ESA, l’agenzia spaziale europea, di elaborare un piano in grado di rispondere alle “classiche” esigenze delle agenzie spaziali mondiali, ma anche a quelle delle aziende private e commerciali che, in un futuro non troppo lontano, creeranno una vera e propria “Lunar Economy”. Per questo, il progetto prevede la creazione di diversi standard e modelli di servizio per missioni lunari sulla base dell’analisi del mercato dei prossimi anni e delle necessità degli utenti.

Un vero e proprio turismo lunare.

Insomma, la partita di “Moonlight” è quella di lavorare per migliorare la nostra vita sulla Terra.

“La Luna, infatti, - spiegano gli uomini dell’azienda capofila del progetto che sono guidati da Luigi Pasquali, Coordinatore delle Attività spaziali di Leonardo e Amministratore Delegato di Telespazio, - può fornire risorse che sulla Terra scarseggiano, come il platino o le cosiddette “terre rare”, vitali per le tecnologie emergenti, ma anche per la tecnologia di cui facciamo uso ogni giorno, come smartphone, computer o attrezzature biomedicali. O l’elio-3, un isotopo non radioattivo dell’elio che potrebbe essere utile come fonte di energia. L’energia, addirittura, potrebbe essere prodotta sulla Luna usando le risorse lì disponibili e inviata sulla Terra, riducendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili e le emissioni inquinanti sul nostro Pianeta”.

E poi, come detto, “Moonlight” assicura anche l’attenzione umana, quasi una coccola spaziale agli astronauti, permettendo le videochiamate con le mogli o coi figli o addirittura occasioni di svago, come l’organizzazione di sessioni di giochi di ruolo con gli amici, la possibilità di guardare un film o di postare sui social un selfie georeferenziato dalla Luna per dire che si sta bene, magari con tanto di emoticon.

E poi via coi sogni, splendidamente declinati dai comunicatori di Telespazio: “Moonlight potrebbe significare organizzare attività per le scuole, una DAD all’ennesima potenza. I ragazzi potrebbero addirittura, dai loro banchi o pc a casa, manovrare un rover sulla Luna. Un giorno si potrebbero avere olimpiadi in micro-gravità o il gran premio dei rover sulla Luna, visti comodamente dal divano di casa. O intrattenimento per i futuri turisti spaziali”.

E si potrebbe continuare così, per pagine e pagine, ma con una costante che - persino nel più scientifico e fantascientifico dei progetti che ho avuto la fortuna di raccontare, dove fanta è anche la radice di fantasia – è quella che mi colpisce di più: che alla fine, al centro di tutto questo c’è l’uomo.

Che si parte dal particolare per raccontare l’universale.

E, esattamente, con la semantica che è la più bella delle scienze, si arriva a un punto fermo: fantascienza in questa storia è un nome composto da fantasia e da scienza.

E universale è semplicemente un nome derivato da Universo.