Ocean Race, la regata più estrema, tecnologica e sostenibile

23 novembre 2022

Di Massimiliano Lussana

Estrema, ambientalista, sostenibile, tecnologica, economicamente redditizia, persino umanistica e turistica…
La scelta degli aggettivi per raccontare la Ocean Race è amplissima e la presentazione dell’edizione 2022-2023 nel salone d’onore del Coni di Roma ha schierato l’argenteria di famiglia del mondo politico e sportivo per presentare The Grand Finale, la conclusione prevista a Genova all’inizio della prossima estate, per la prima volta in Italia nella storia della competizione: un ministro, Andrea Abodi, numero uno dello Sport del governo di Giorgia Meloni; un viceministro, Edoardo Rixi, che è il numero due di Matteo Salvini al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; un presidente del Coni, che è quasi un Papa laico visto che è al vertice dello sport italiano da quasi dieci anni, Giovanni Malagò; una presidente di comitati organizzatori doc, Evelina Christillin, che guida anche quello della tappa italiana di Ocean Race; una fascinosa vicepresidente del Coni, Silvia Salis, in doppia veste, quella istituzionale e quella di cittadina genovese; un presidente di Regione, Giovanni Toti, governatore ligure; un sindaco, anzi colui che è diventato sinonimo di sindaco in Italia, il primo cittadino di Genova Marco Bucci accompagnato dalla sua assessora Alessandra Bianchi; il presidente della Federazione Vela Francesco Ettorre, il numero uno della Ocean Race Richard Brisius  e una leggenda della vela, Mauro Pelaschier.


E proprio da Pelaschier partiamo per raccontare la Ocean Race.
Lui, il timoniere nella prima sfida italiana alla Coppa America nel 1983 con Azzurra, poi ripetuta nel 1987, è cresciuto attraverso i mutamenti delle imbarcazioni, da gioiellini quasi artigianali a capolavori tecnologici, in grado di “volare”, ma le virgolette sono quasi uno scrupolo eccessivo, sull’acqua grazie ai foils, le ali che permettono di cogliere in pieno la velocità a pelo d’acqua.
Dalle strutture alla base dei velieri con cilindri, giunti, pompe oleodinamiche, valvole e parti meccaniche in titanio che collegano i foils con lo scafo in carbonio alle apparecchiature metereologiche, tutto a bordo delle barche di Coppa America è supertecnologico. Ma le regate oceaniche, da quelle di Giovanni Soldini a bordo di Maserati a quelle della Ocean Race, non è che siano da meno. Anzi, la parte tecnologica che deve puntare meno alla velocità e alle regate uno contro uno, lascia spazio ad altre soluzioni che invece sono mirate sulle lunghe percorrenze e sulle necessità anche in condizioni estreme.
Insomma, la vela non è (solo) roba da velisti, ma sempre più roba (anche) da ingegneri.  

Credits: Sailing Energy The Ocean Race

Quindi, in questo quadro, ecco Pelaschier: “Sono marinaio, vengo da una famiglia di marinai. Ho fatto tutto quello che si può fare sul mare. Faccio una battuta: in mare si può girare il mondo senza passaporto... Ho cominciato con le barche olimpiche, ho fatto tutte le competizioni di altura, da solo, in equipaggio, ho fatto la Coppa America con Azzurra. Poi c’è l’oceano, puoi conoscere il mare, ma l’oceano lo conosci meno, è molto più impegnativo. E io vado meglio fra le boe. Ho fatto pure io la Ocean Race ma per una rottura importante abbiamo rischiato di naufragare, con Brooksfield nel 1994. Quella volta fu più lotta per la sopravvivenza che agonismo. Era la tappa dall’Uruguay all’Australia, passammo per ghiaccio e venti forti. Comunque chi arriverà a Genova incontrerà altre difficoltà perché pure il Mediterraneo non è così semplice come si crede. Genova merita tutto questo, è una città che basa la sua economia e la sua cultura sul mare».
E il racconto del rischio di naufragio del 1994 è quasi un fermo immagine sulla storia della Ocean Race. Che, srotolando le foto dell’album di famiglia racconta di cinquant’anni di avventura, racconta tantissime storie. Nata nel 1973 con il nome di Whitbread Round The World Race, la sua definizione più classica, da dizionario dei sinonimi è “l'evento sportivo professionistico più lungo e più duro del mondo, la sfida a squadre più difficile”. 

Credits: Sailing Energy The Ocean Race

E’ una storia quasi letteraria, conradiana. Perché per i velisti The Ocean Race è un'ossessione e molti dei migliori al mondo hanno dedicato anni, o addirittura decenni, della loro vita a cercare di vincerla. Come Sir Peter Blake, che ha partecipato alla prima edizione nel 1973-74 e che è tornato più volte fino a quando non ha finalmente trasformato in realtà il suo miraggio, ottenendo una vittoria schiacciante con Steinlager 2 nel 1989-90.
E insieme a lui, e fra gli altri a Torben Grael e Paul Cayard, nomi che sono leggende della vela mondiale, sono circa 2000 i velisti che hanno preso parte a The Ocean Race in questa storia cinquantennale.
L'edizione 2017-18 è stata la più combattuta della storia, con tre squadre praticamente in parità, in prossimità del traguardo. Dopo 126 giorni di regata suddivisi in 11 tappe, il margine di vittoria di Dongfeng Race Team di Charles Caudrelier è stato di soli 16 minuti. E i primi tre team erano separati da soli quattro punti. 

Credits: Sailing Energy The Ocean Race

Insomma, va bene la sostenibilità, va bene la tecnologia, vanno bene le suggestioni letterarie e anche il rischio, ma pure la parte agonistica non è male. 
Per l’edizione che sta per iniziare, le tappe sono: Alicante (7-15 gennaio), Capo Verde (20-25 gennaio), Cape Town (8-26 febbraio), Itajaì (29 marzo-23 aprile), Newport (13-21 maggio), Aarhus (29 maggio-8 giugno), L’Aja (11-15 giugno), Genova (24 giugno-2 luglio). Verranno percorse circa 32.000 miglia, attraverso gli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico, oltre alle profondità ghiacciate dell'Oceano Meridionale che circonda l’area prossima all'Antartide. 
Quella tra Cape Town e Itajaí sarà la tappa più lunga dei 50 anni di storia della regata, una maratona di 12.750 miglia durante la quale le barche passeranno per la prima volta tutti e tre i grandi capi meridionali: Capo di Buona Speranza, Capo Leeuwin e Capo Horn, senza scalo.

Credits: Sailing Energy The Ocean Race

E poi, per l’appunto, c’è la parte ambientale e legata alla sostenibilità. A Genova, ad esempio, c’è già il “Genova Process” con esperti di diritto internazionale, politica, diplomazia e scienze oceaniche per la definizione della bozza di principi della Dichiarazione dei Diritti degli Oceani che verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, nel settembre 2023.  E la sostenibilità vale anche in gara: Ocean Race partecipa all’iniziativa internazionale del mondo dello sport Race to Zero e mira a dimezzare le emissioni di gas a effetto serra (GHG) entro il 2030 e a raggiungere le emissioni zero entro il 2040. Nelle sedi di tappa si organizzano vertici per spingere i decisori mondiali a concentrarsi sulla situazione degli oceani e a bordo delle barche in gara si raccolgono preziosi dati sullo stato dei mari attraverso il programma scientifico di bordo.

Con numeri impressionanti: secondo i dati degli organizzatori “nell’ultima edizione il Villaggio allestito ad Alicante ha totalizzato 345.602 visitatori generando un impatto economico di circa 62 milioni di euro spesi sul territorio con la creazione di circa 1.700 posti di lavoro di durata annuale. L'aumento dell'attività economica e dell'occupazione ha prodotto un effetto positivo per un totale di 96,2 milioni crescita di Pil”.

Credits: Sailing Energy The Ocean Race

Ma le trovate tecnologiche non sono solo a bordo, ma anche sulle banchine. Ad esempio, c’è una camera immersiva che trasporterà i visitatori direttamente nelle aree più belle di Genova, Liguria e Italia. Oppure i vincitori del concorso per idee innovative i progetti che sei giovani aziende italiane, scelte fra una cinquantina di partecipanti, hanno proposto partecipando all’avviso “Verso The Ocean Race - Call For Innovation, lo sport nella Blue Economy” e che verranno finanziate e realizzate dal Comune di Genova che aveva come parole chiave “uso ottimale alle risorse”; “partecipazione degli sportivi alla salvaguardia dell’ambiente” e “uso di energie rinnovabili e riduzione dell’impatto dei materiali utilizzati”.

Ne sono usciti e hanno trovato a casa nel Blue District, una sorta di cattedrale laica con Claudio Oliva come parroco: una rete wireless sottomarina per connettere le mute dei sub durante le manifestazioni sportive; uno scafo che sarà interamente riciclabile a fine vita; l’assistente al nuoto per spiagge inclusive per disabili e percorsi guidati in mare; una barca a vela con i foils per atleti paralimpici con controllo di volo assistito; una piattaforma digitale che seleziona, aggrega e rende fruibili offerte turistiche e prodotti per vivere il mare e la costa in modo sostenibile e la Blue Box OceanHis, uno strumento da installabile a bordo, che permette di rilevare tramite sensori i parametri fondamentali per il monitoraggio dello stato di benessere del mare.
Idee per navigare. Anche nell’oceano sterminato e non sempre calmo delle start up tecnologiche.