Per un 2022 di conflitto sociale

Di Oriano Giovanelli

23 dicembre 2021

Cos’è la democrazia? “l’unico sistema per ora inventato di cambiare il capo senza doverlo uccidere”. La democrazia probabilmente nella sua storia ci ha consegnato anche altre possibili definizioni, oltre averci mostrato la sua imperfezione, approssimazione, fallibilità. Ma quella definizione rimane molto importante. La democrazia senza conflitto non esiste. Il conflitto nella società e nei livelli del potere politico, nell’ambito della struttura e della sovrastruttura. Da anni viviamo una democrazia senza conflitto politico e sociale. Prima l’onda giustizialista poi quella populista hanno finito per coprire le grandi trasformazioni che nel frattempo avvenivano nei rapporti di forza fra capitale e lavoro, fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, fra chi padroneggia le tecnologie e chi ne è escluso, fra territori sempre in balia di una desertificazione demografica e produttiva e la volatilità degli investimenti nel mondo globale. L’assenza di conflitto ha finito per far passare come ineluttabili scelte che seguivano una precisa logica di interessi materiali definiti. L’assenza di conflitto ha svuotato la politica da quel dovere di prendere parte schierarsi portandola in un indistinto bordeggiare senza valori senza passione e senza compassione. Una serie di capi (buona parte di chi sia autodefinisce classe dirigente nella sua immutabilità), cortigiani e sudditi plaudenti ora dell’uno ritenuto il messia ora dell’altro nuovo messia che ha trasformato il precedente in reietto. Tutti sostanzialmente uguali perché tutti fuori da una radicale presa di posizione per cui apertamente confliggere. Un popolo di rassegnati e una politica di galleggianti può avere come effetto solo la morte della democrazia e la nascita di qualcos’altro che ancora non riusciamo bene ad intravedere in tutti i sui dettagli.


Ma il conflitto deve avere un ancoraggio. La vita materiale e quotidiana delle persone. Chi compra biologico e chi deve comprare nei supermercati no logo, chi “siamo tutti sommelier” e chi beve nei cartoni, chi non ha più spazio negli armadi e chi deve pagare a rate un cappotto per il figlio. Chi può fregarsene dell’aumento delle bollette e chi aspetta con terrore il costo della transizione ecologica. Chi è licenziato con una mail chi il lavoro non lo cerca neppure più , chi si lamenta del lockdown che gli impedisce di viaggiare e chi a causa del lockdown ha chiuso la sua attività. E potrei andare avanti a lungo. In tutto questo il problema è il sindacato? È chiaro dove può arrivare la lotta dei ricchi contro i poveri? Il sindacato confederale è l’ultimo soggetto che è rimasto abbastanza ancorato alla realtà senza doversi piegare ad una visione puramente settoriale. Tutti gli studiosi che hanno analizzato gli effetti devastanti del neoliberismo manifestatisi nella crisi del 2008 e poi, ora, nella pandemia concordano nel dire che la marginalizzazione dei sindacati e delle loro rivendicazioni ha concorso all’aumento delle disuguaglianze e a tutti glia altri effetti deteriori dello strapotere del capitale. Si invoca la pace sociale, ma di chi, per chi? Si invoca un nuovo compromesso, ma come si può raggiungere un compromesso se ad una parte è lasciato il campo libero di spadroneggiare e all’altra si mette il bavaglio? Senza una conflittualità sociale aperta e determinata che aggredisca i punti drammatici di produzione della disuguaglianza, senza una azione fortissima di redistribuzione della ricchezza, non accadrà nessun compromesso accettabile e  non accadrà nulla che ci possa far dire: siamo usciti migliori dalla grande crisi del 2008 e dalla pandemia. Tutto il resto è noia.