Riforma del CSM: la valutazione della professionalità del giudice e il dilemma dell’applicazione delle leggi

Di Serena Ricci

21 dicembre 2021

La Commissione giustizia della Camera dei deputati sta esaminando la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, valutando alcuni emendamenti al testo base adottato (disegno di legge dell'ex Guardasigilli Bonafede). Molti gli argomenti di rilievo di discussione e di confronto tra il Ministro della giustizia in carica Marta Cartabia e i gruppi parlamentari: la futura legge elettorale del CSM (un sistema maggioritario con correttivi per rappresentare anche i gruppi più piccoli e che garantisca la parità di genere) che varia a seconda che sia o meno previsto l’aumento dei componenti del Consiglio; un freno alle cosiddette "porte girevoli" costituito dal divieto, per i magistrati in carica, di ricoprire contemporaneamente incarichi elettivi e politici, esteso ai sindaci e agli amministratori locali oltre che ai parlamentari, dal momento che l'articolo 51 della Costituzione prevede che "chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive, ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro". A tale divieto si accompagna quello di candidarsi nel collegio in cui è compreso in tutto o in parte l'ufficio giudiziario in cui la toga ha prestato servizio negli ultimi tre anni. In linea con la riforma della giustizia, finalizzata all’efficienza processuale, viene ridotto il numero massimo dei magistrati fuori ruolo, che attualmente sono duecento, e si riaprono le porte dei concorsi per magistratura ai neolaureati. Un aspetto di rilievo, evidenziato anche dalla commissione tecnica istituita con decreto del Ministro Cartabia a marzo 2021 e presieduta dal professor Massimo Luciani, riguarda le valutazioni di professionalità dei giudici che devono avvenire sulla base di dati oggettivi e con apprezzamenti di merito non rituali: “Esse comprendono il rafforzamento delle garanzie partecipative per l’avvocatura, l’articolazione del giudizio positivo in discreto, buono o ottimo”. Per quanto concerne le capacità organizzative del lavoro del magistrato, è oggetto di valutazione anche quella di stimolare la mediazione e la conciliazione. La valutazione della professionalità dei magistrati è stata presa in considerazione anche nel corso dell’audizione di Unione camere penali del 16 dicembre 2020, in Commissione giustizia della Camera dei deputati, durante la quale si è proposto che al processo di valutazione dei giudici partecipino effettivamente anche le altre professioni giuridiche: l’avvocatura e l’università. 


Chissà se Leonardo Sciascia avrebbe preso parte con vivacità e saggezza al dibattito sull’attuale riforma della giustizia. In un articolo sul Corriere della sera dell’ottobre del 1984 l’autore aveva sottolineato come l’eccessiva professionalità dei giudici, al pari della scarsa professionalità, possa rappresentare un vulnus dell’amministrazione della giustizia, dal momento che la prima rischia di soffocare “la scienza del cuore umano”. Il giudice Rosario Livatino, conterraneo di Sciascia e vicino alle sue idee, considerava i giudici responsabili del “peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perchè il potere è esercitato in libertà ed autonomia”. Cosa può fare un giudice di fronte ad una legge ingiusta in quanto strumentale, fittizia, oppure perché emanata secondo procedure antidemocratiche? Nel romanzo di Sciascia “Porte aperte” del 1987, un piccolo giudice si trova ad applicare una legge ingiusta perché confliggente con le leggi non scritte. Tuttavia spinge la giuria ad evitare la pena di morte per l’imputato, essendo convinto della sua profonda ingiustizia e perché guidato da una scelta di valore, ma si scontra con il procuratore che propugna l’applicazione della pena di morte. Di fronte a una tale fattispecie cosa può fare il giudice? Può dimettersi e non decidere? E la professionalità in questo caso come andrebbe valutata? Il giudice si trova di fronte ad un dilemma morale, alla sua componente tragica: “Le corti e i tribunali hanno il compito di comporre i conflitti (…) non di rado però il diritto non ha risposte chiare  e univoche” (Violante-Cartabia “Giustizia e mito”, Laterza, 2018). Può capitare che il giudice si trovi ad emanare una sentenza eticamente non accettabile. La soluzione dei molteplici problemi che riguardano l’organizzazione della magistratura e il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura richiedono dunque uno sforzo da parte del legislatore per consentire una riforma migliorativa, compatibilmente con i tempi stringenti di attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.