Sagittarius A*: spettatore preistorico dell’evoluzione terrestre

19 maggio 2022

Di Serena Ricci

Siamo in ritardo di 26.000 anni rispetto ai nostri antenati di fronte a Sagittarius A*, il buco nero al centro della nostra galassia, ma almeno oggi siamo riusciti a catturarlo in un'“istantanea”. Dopo tre anni dalla prima “foto” di un buco nero distante 55 milioni di anni luce dalla Terra (Messier 87*), una rete di otto osservatori radioastronomici posizionati in diversi Paesi del mondo (Event Horizon Telescope, Eht) grande quanto il nostro pianeta, è riuscita a fotografare questo nuovo buco nero, di dimensioni molto più piccole del Messier 87*, ma che ci consente di studiare i comportamenti dei corpi celesti che gli ruotano intorno e del gas intorno ai buchi neri “supermassicci”, anche al fine di comprendere l’evoluzione delle galassie.
Ma ciò che noi vediamo è il disco di accrescimento di Sagittarius A*, ovvero il limite al di là del quale la luce non può più tornare indietro, luce emessa circa 26.000 anni fa e che ha impiegato tutti questi anni per arrivare fino a noi. Quando sulla terra si stava estinguendo l’uomo di Neanderthal e faceva il suo ingresso l’Homo sapiens, durante il Paleolitico superiore, Sagittarius A* emanava una luce distorta dalla sua potente gravità nella nostra galassia. Siamo nel periodo Aurignaziano, durante il quale si stavano sviluppando le facoltà cerebrali dell’uomo, che portarono allo sviluppo del linguaggio articolato e delle capacità cognitive, consentendo la trasmissione per via non genetica del patrimonio di conoscenze. Tra i 28.000 e i 20.000 anni fa sulla terra, si assistette all'emersione di ampi territori, come quelli corrispondenti all'Adriatico settentrionale e al canale della Manica fino a culminare nell’acme glaciale. 

(Copertina) Mosaico delle simulazioni di buchi neri realizzate dalla EHT Collaboration per confrontare diversi modelli teorici con le osservazioni. Crediti: EHT Theory Working Group. (Sopra) la prima foto del buco nero supermassiccio Sagittarius A* (Sgr A*) al centro della Via Lattea. Credits: EHT Collaboration

Il buco nero che ha assistito alla trasformazione del nostro pianeta e dei suoi abitanti, è stato un soggetto difficile da fotografare in quanto si trova più vicino a noi, ma dietro a polveri e gas ed è sempre in movimento. Per tale motivo le immagini catturate sono diverse l’una dall’altra e, il risultato finale ottenuto dall’Eht, è il frutto del lavoro di più radiotelescopi tra i quali ALMA, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, che dal deserto di Atacama, in Cile, scruta il cosmo in banda radio a lunghezze d’onda millimetriche e submillimetriche. Importante è stato il contributo dei ricercatori italiani che hanno partecipato all’elaborazione delle immagini attraverso lo European Southern Observatory (ESO), che ospita il nodo italiano del Centro regionale europeo ALMA, presso la sede dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Bologna, coinvolgendo anche l’Università Federico II di Napoli e l’Università di Cagliari. 
È purtroppo impossibile per noi raggiungere Sagittarius A* dal momento che, qualora riuscissimo a trovare il modo di viaggiare (almeno) alla velocità della luce, impiegheremmo circa 25.640 anni luce. Basti pensare che per raggiungere il pianeta blu Nettuno, l'ottavo e più lontano pianeta del Sistema solare, a "soli" 4 miliardi di km da noi, la sonda Voyager 2 ha impiegato ben 12 anni e mezzo. Dovendo limitarci all’osservazione di questi “oggetti” celesti, è però fondamentale imparare dagli errori: il telescopio Hubble, che nel 2017 tracciò il movimento dei gas che, in seguito all'espulsione dal buco nero, formavano immense strutture (bolle di Fermi), quando venne mandato in orbita produceva immagini sfocate. Tuttavia, le tecniche di elaborazione per migliorarle sono state poi utilizzate in ambito medico, per l’elaborazione delle mammografie, facendo diagnosi più precoci e salvando vite. Nulla vieta che le tecniche di elaborazione applicate per produrre le immagini dei buchi neri siano utilizzate in altri ambiti della scienza.