Se l’auto è “maledetta”

Di Giovanni Vasso

29 ottobre 2021

Le macchine hanno un’anima? O, meglio ancora, ce l’hanno un cuore? Chiunque sia stato mai alla guida di un’auto o di una moto, chiunque ne abbia mai anche solo subito il fascino, intravedendo nel taglio dei fari uno sguardo malizioso e seducente, risponderà, subito, che sì. Le macchine, con tutti quegli scatti e quei capricci, i pregi e i difetti, ce l’hanno anima e cuore. Eccome.  

Non fu per caso, quando si tratto di sceglierne il nome, se Gabriele d’Annunzio teorizzò la femminilità dell’auto. In una parola nuova, “automobile” tentò di riassumere la sua potente sensualità seducente, che ti fa battere il cuore all’impazzata, che ti può portare all’estasi o alla rovina. Parlò di passione, d’Annunzio. E, chissà poi quanto inconsapevolmente, marchiò a fondo l’immaginario collettivo. Certo, contribuirono (e non poco...) i futuristi letteralmente ammaliati dalla magia dei motori e dal culto della velocità. Fu italiano l’uomo più veloce, Tazio Nuvolari. A cui d’Annunzio – che ancora ritorna – regalò l’animale più lento, cioè una tartaruga. E fu italiano anche il suo rivale più acerrimo: Achille Varzi. 

Nuvolari sulla griglia di partenza del Gran Premio di Monza, 7 settembre 1930

Altrove, però, all’automobile – lessicalmente – non si è arrivati. È bastato “aggiornare” il vocabolario: la macchina ha preso il posto del calesse, giusto che sia “the car”, il carro. In Italia ne rideremmo o, peggio, ne faremmo scongiuri di quest’etimologia: l’unico carro a motore che riconosciamo è il carro funebre. O, a non voler essere tanto definitivi, almeno a Sud: ‘o carrettone. Un’eco cavalleresca sottende la vergogna di salirci, come pure toccò a Lancillotto l’onta della carretta. Ma ‘o carrettone trascinava i poveri pazzi agli ospizi e non tra le braccia, gelide e appassionate, della capricciosissima regina Ginevra. Che fece perdere le staffe persino alla penna, altrimenti mite e paziente, di Chrétien de Troyes.   

Nei Paesi anglosassoni, dove vige la regola della praticità nella lingua, si è imposta la continuità lessicale del “carro”.  E, come ogni “scelta” linguistica, ha avuto un peso. Specialmente sull’immaginario. All’automobile, anzi “the car”, si è collegato il peso mitologico che il “carro” ha sempre avuto per i popoli. Non necessariamente del Nord, non necessariamente europei. Che è quello tremendo e orrorifico del carro che di notte sferraglia tra le strade dei villaggi, dalla Sardegna al Giappone passando per le brughiere e le foreste nere dell’Europa. È insieme divino e infernale.


Una processione di dèi caduti tra i demoni, quasi sempre in armi, spesso e volentieri in missione: prendere qualcuno, tra gli uomini, che persino di loro, padri del peccato, è più “cattivo”.   

L’anima, e il cuore umano, non debbono per forza identificarsi nella bontà, nella generosità o nella passione. Si può avere un’anima nera e un cuore di tenebra. Se si può ipotizzare la potente seduzione di una vettura che col suo borbottio e le sue forme scintillanti può causare sensazioni vicine a quelle dell’innamoramento, allora si può legittimamente credere che ci siano anche auto che quel “potere” lo utilizzino invece per distruggere, uccidere, ammazzare. Ecco, così si arriva alle auto maledette.

Si tratta di un’idea che si è fatta topos letterario contemporaneo, leggenda ultrapop. Anche grazie a uno dei massimi tessitori di orrore, Stephen King, che ha molto frequentato il tema. Gli ha dedicato prima, nel 1983, il romanzo “Christine, la macchina infernale” e poi s’è ripetuto con il racconto breve “Camion” e, dunque, con “Buick 8”, pubblicato nel 2002. Dalla prosa di King al cinema e persino al cartone animato (ricordate, gli special di Halloween dei Simpson?) il passo è stato brevissimo. E non ha fatto che consacrare quel luogo letterario nell’immaginario. È dall’America, che tenta di costruirsi una mitologia nuova senza neanche sospettare di attingere a piene mani a cento tradizioni, che ci arriva il mito ultra-contemporaneo delle “auto maledette”.


Per rintracciare le radici di questo topos è inevitabile evocare una tragedia che ebbe quale suo sfortunato protagonista uno dei simboli dell’immaginario collettivo occidentale: James Dean. Questa storia inizia con la morte del protagonista: il 30 settembre del 1955, il “ribelle” per eccellenza del grande schermo americano si schiantò a bordo della sua Porsche 550 spyder, da lui battezzata Little Bastard per la sua indocilità. Accadde mentre stava raggiungendo il circuito di Salinas, in California, per partecipare a una gara automobilistica come (ancora) facevano decine e decine di gentlemen drivers. Gli fu fatale l’impatto con una Ford guidata da uno studente. Morì nel tardo pomeriggio, poche ore dopo l’incidente. L’auto, ormai un rottame, fu recuperata e venduta a George Barris, un’autentica autorità in fatto di customizzazione e personalizzazione di macchine, spesso per il cinema. Ma Little Bastard era ormai inservibile per le strade. Tuttavia divenne feticcio: la parte meccanica fu fatta a pezzi e questi rivenduti, per la sventura dei loro acquirenti. Un medico, anche lui pilota dilettante, si assicurò il motore della Porsche di Dean e fu coinvolto in un’incidente terrificante in pista, finì ucciso un commissario di gara. Altri accidenti sarebbero accaduti agli incauti acquirenti di parti di quella macchina.


La leggenda nera, però, fu costruita e “confermata” da tutta una serie di incidenti che la riguardarono fino alla fine, quando ormai uscita dalle officine di Barris e affidata a un tour itinerante negli Stati Uniti e guarda caso proprio nella magica e misteriosa New Orleans, terra di Marie Laveau e della magia nuda del vudù. La Porsche, in mostra, cadde dai sostegni e si frantumò in undici pezzi. Da lì in poi non se ne è saputo più nulla. Sparita o forse no?

Little Bastard è l’auto malvagia più famosa, quella che ha imposto la figura della macchina infernale all’immaginario pop contemporaneo. Ma non fu né l’unica né, tantomeno, la prima: perché ce ne furono altre che, per mille ragioni differenti, si conquistarono la nomea di auto malvagie. E c’è un nesso importante, che si chiama Porsche e che si ravvisa risalendo indietro nel tempo, tra Little Bastard e la prima di tutte le vetture assassine: la Tatra 87.

Era, questa, un’automobile semplicemente stupenda per gli standard dell’epoca. Entrò in produzione alla fine degli anni ’30 e ci rimase fino al termine del decennio successivo. Attraversò, in pratica, tutto la Seconda Guerra Mondiale. Diventandone una specie di protagonista. La T87 era prodotta dall’azienda ceca, anzi cecoslovacca, che riprendeva il suo nome dalla catena montuosa che separa la Slovacchia dalla Polonia. Le sue forme sinuose, unite a un motore potente e brillante da 3000 cc con cambio a quattro marce, ne fecero l’oggetto del desiderio di buona parte del corpo ufficiali della Wehrmacht. Persino il generale Erwin Rommel, la celebre “volpe del deserto”, ne ebbe una.


I tedeschi, da sempre appassionati di velocità e motori, letteralmente perdevano la testa per quell’auto. Qualcuno, anzi ben più di qualcuno, la perse sul serio. Perché la Tatra 87 era tanto bella quanto pericolosa. Forse c’era un difetto di fabbrica, di sicuro c’era che spingendo il motore al massimo (e per giunta sulle strade disastrate dell’Europa di quegli anni), il posteriore “partiva” e si finiva a schiantarsi fuori strada. Con conseguenze drammatiche, specialmente a velocità sostenute. La T87 divenne, in poco tempo, la macchina assassina che terrorizzava gli stati maggiori del Terzo Reich. A quanto agitano le leggende, i capi del Reich - qualcuno mormora addirittura che se ne occupò il Fuhrer in persona - si mossero per vietarne l’acquisto ai giovani e appassionati ufficiali. Ma, per i nemici della Germania, la Tatra 87 divenne un’eroina: “la partigiana”.

Alla T87 Ferdinand Porsche s’ispirò (ma i più smaliziati dicono che copiò spudoratamente...) per disegnare, invece, l’auto forse più paciosa di sempre, l’iconico Maggiolino Volkswagen. Fu per caso questo il “ponte” che guidò la “maledizione” della T87 fino alla Porsche 550 spyder che ammazzò James Dean e infiniti addusse danni agli appassionati che incrociarono il loro destino col suo?


Di auto maledette, poi, ce ne sono tante altre. Ci sono quelle che hanno causato autentici disastri. Ma nel campionario di vetture malvagie sono rientrate tutte quelle che hanno potuto vantare, negli anni, possessori controversi se non apertamente individuati quali incarnazioni del male. Non è nulla di granché originale, anzi. Secondo il folklore giapponese, quasi ogni oggetto – invecchiando – diventa uno yokai. Una vecchia teoria dello spiritismo americano “raffina” la teoria e prevede che gli oggetti si impregnino delle qualità dei loro padroni. In pratica, prendono “anima” dai loro proprietari. Esistono miriadi di case e manicomi infestati. Volete che non valga per le auto?

Ecco, tra queste, la più “temuta” di tutte è la Mercedes 770k Grosser Open Tourer, la cui produzione durò per tutti gli anni ’30 e fino ‘43. Fu pensata e costruita per essere l’auto di rappresentanza dei governi. Ne aveva una anche Papa Pio XII. L’imperatore del Giappone Hirohito, dicono, ne ordinò sette. Ma il suo proprietario più sinistramente famoso fu Adolf Hitler. Più maledetta di così.