Silicon Saxony, la Sassonia California d’Europa

16 novembre 2021

Di Flaminia Bussotti

Dresda – Durante la Ddr la Sassonia, per la posizione nell’estremo est tagliata fuori dall’informazione della Germania occidentale, veniva derisa come “valle degli ignoranti”. Oggi è la California d’Europa, uno dei Länder più dinamici con una crescita costante del pil e il primato di centro di ricerca tecnologica e di elettronica del continente. È il maggiore cluster di microelettronica in Europa e il quinto al mondo. Un chip su tre in Europa è ‘made in Saxony’, da qui la definizione di ‘Silicon Saxony’ coniata dal giornalista Richard Hornik su Time Magazine nel 1998. Oggi, in un Land di quattro milioni di abitanti (500.000 a Dresda) operano circa 2.300 aziende con 60.000 dipendenti: sviluppano, producono e promuovono circuiti integrati, strumentazione per l’industria dei chip, software, prodotti elettronici. È anche leader della robotica grazie all’interazione fra microelettronica, ingegneria meccanica e sviluppo di software e chip di alta precisione. Anche la Bosch ha investito oltre un miliardo di euro per un impianto con 750 posti di lavoro. 
All’avanguardia anche nella tecnologia per la produzione di cobots, versione per così dire prêt-à-porter dei robot. Il pil del Land è 121,7 miliardi di euro, quello pro capite dei lavoratori 59.262. Il fatturato industriale è 67,4 miliardi, il tasso di esportazione 39,8%. L’americana GlobalFoundries e la tedesca Infineon Technologies hanno qui gli impianti più moderni del mondo di semiconduttori.  
L’industria di software e IT realizza 2,5 miliardi di euro l’anno ed è determinante nello sviluppo di trends di alta tecnologia come il cosiddetto IoT (internet of things), l’industria 4.0 e le Smart Cities. 

(Copertina) Photo credits: Bosch. (Sopra) Photo credits: Infinenon

La chiave del successo è un sistema integrato fra industria, istituti di ricerca e università. La TU, l’università tecnica di Dresda, è dal 2012 fra le 11 università eccellenti in Germania, la sola dei Länder dell’est. Nel Land sono concentrati 15 centri di ricerca, fra cui tre istituti Max Planck, tre centri Leibnitz, istituti Fraunhofer e il centro Helmholtz. 
Le radici di questo sviluppo tecnologico affondano già negli anni della Ddr. La Sassonia era la culla dell’industria meccanica e tutt’oggi Chemnitz è garanzia di qualità per le macchine industriali. Forte presenza anche dell’industria dell’auto con cinque impianti di Volkswagen, BMW e Porsche, più 780 aziende fornitrici con oltre 95.000 dipendenti. Il settore auto vale un quarto del fatturato dell’ industria sassone e più un terzo di quello estero. Un merito di questa storia di successo è anche di Kurt Biedenkopf, il politico Cdu che dal 1990 al 2002 ha governato con maggioranze assolute da sogno: oggi impazza invece l’estrema destra AfD con corollario di neonazi, antisemiti, xenofobi, Pegida e no vax (alle politiche l’AfD è arrivata prima davanti alla Cdu con circa il 25%). 
Un istituto di eccellenza è il Centro Max Bergmann per biomateriali e biotecnologia e il dominus qui è un italiano di Genova, il professor Gianaurelio Cuniberti, titolare della cattedra di Scienza dei materiali e nanotecnologie alla TU di Dresda.

Il Professor Gianaurelio Cuniberti, titolare della cattedra di scienza dei materiali e nanotecnologie alla TU di Dresda. Photo credits: Steffen Füssel.

Insediatosi nel 2007, Cuniberti (51) si muove nel suo istituto con la disinvoltura degli scienziati nei santuari di ricerca più importanti del mondo. La lingua è rigorosamente l’inglese, i ricercatori giovani e internazionali (fra gli altri un messicano, un cinese, un iraniano). Si pratica interdisciplinarietà fra biotecnologia, chimica, nanotecnologia per sviluppare nuovi biomateriali, nano particelle e materiali bioattivi. Una ricerca riguarda la digitalizzazione dell’olfatto: l’e-nose (naso elettronico) che può avere applicazioni nel controllo della qualità del cibo, nella pratica forense e in medicina. Dall’individuazione degli odori, come la pelle o l’alito, si può risalire precocemente alla diagnosi di una patologia anche grave come il Parkinson. I ricercatori hanno impiantato un e-nose anche in una mascherina tipo FFP2 in grado così di captare nell’aria la presenza di Covid-19. 


Cosa lo attrae di Dresda? La risposta di Cuniberti è duplice, scientifica e umanistica: “la vera libertà di fare ricerca”. Ma anche “i miei valori: il bello, il buono e il vero, i valori della tradizione compreso andare all’Opera”. Non a caso alla guida della Staatskapelle ci sono stati anche due direttori italiani: Giuseppe Sinopoli e Fabio Luisi.
Un’altra storia di successo è Wandelbots, nata come start-up quattro anni fa e ora una affermata società di supporto robotico, i cobots (collaboratori robot) che consentono a chiunque di programmare à la carte i robot. Una tecnologia innovativa consente alle imprese artigianali di programmare un robot anche senza conoscenze tecniche. Con una ‘trace pen’ l’utente, ad esempio un panettiere o un saldatore, traccia il movimento che il robot deve imparare, il software trasmette i dati dai sensori a un tablet e questo al robot che saprà poi rifare il movimento. In tempi di scarsa manodopera specializzata, un ausilio importante nella produzione che consente di risparmiare tempo e passaggi inutili (per il panettiere il gesto ripetitivo di spostare i panini da una teglia all’altra).

Photo credits: Wandelbots

Giganti come Microsoft e Siemens hanno investito 26 milioni di euro in Wandelbots. La società conta ora 130 dipendenti di cui la metà programmatori. L’intento è ‘democratizzare’ l’accesso ai robot con una piattaforma universale dove mettere le sue conoscenze robotiche, una specie di robot-windows. La Sassonia ha anche una grande storia culturale (non a caso è detta la Firenze sull’Elba, e Dresda è gemellata con Firenze) con una lunga fila di figli illustri: da Bach a Wagner passando per Schumann. La Semperoper, il complesso museale dello Zwinger, la pinacoteca con le tele di Bellotto detto Canaletto, e nipote dello stesso. Questi giorni ospita due sensazioni: una mostra con una decina di quadri di Vermeer, e una scultura del Bernini, ritenuta scomparsa e rinvenuta nei depositi del museo: un teschio in marmo di Carrara anatomicamente perfetto da sembrare un vero cranio umano. Fu commissionato da Flavio Chigi quando divenne Papa Alessandro VII nel 1655. Il pontefice lo teneva sulla scrivania come memento mori della caducità della vita: “Bernini, il Papa e la Morte” è il titolo della mostra aperta ora al pubblico.