La società palliativa è solo un sogno collettivo

01 agosto 2022
Riflessioni sul dolore tra Byung Chul Han e Junger

Di Francesco Subiaco

Vivere vuol dire soffrire, lottare, sentire pericolosamente, disperatamente, il peso della propria condizione esistenziale, trasformando la propria esistenza non in un feticcio perverso di belle illusioni, bensì in uno strumento per distillare le emozioni e fare germogliare il pensiero, che alla luce del dolore non si corrompe, ma, anzi, trova nella sofferenza l'occasione per scoprire nuovi abissi e dimensioni, acquisendo profondità e sensibilità. Una sensibilità che definisce il modo con cui l'uomo si relaziona col tutto, poiché come afferma Ernst Junger, tra i massimi pensatori del novecento, in un suo saggio: "Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore a esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei!". Il rapporto col dolore ha da sempre caratterizzato l'identità delle società umane, che si sono unite e legate tra loro per affrontare lo spettro della morte e le ombre della sofferenza, affidandosi agli eroi, al sacro, alle tradizioni, per poter reagire ad una esistenza crudele, che veniva riscattata dalla grazia di un sacrificio, dall'estasi del numinoso, dalla gioia di una vita capace di combattere contro le paure degli uomini. Una visione della vita tragica e religiosa che nelle società postmoderne è totalmente declinata, invertendo le logiche dei rapporti sociali che hanno preferito legarsi ed unirsi nella fuga dal dolore, nell'oblio della morte, nel sogno collettivo, che ha invaso l'occidente globalizzato, per cui fosse un diritto universale la possibilità di vivere una esistenza evirata da ogni forma di sofferenza. Una società algofobica (spaventata dal dolore) che è il centro del saggio visionario del filosofo Byung Chul Han pubblicato da Einaudi: "La società senza dolore".


In questo testo B. C . Han, pensatore sudcoreano ispirato da Foucault e Heidegger, la teologia cristiana e Benjamin, continua la sua indagine nelle nevrosi del mondo moderno, che sotto la cappa di un mondo efficiente e tecnicizzato, coltiva il germe dell'ossessione e l'isteria dell'insicurezza. Una società palliativa, che ha eliminato il dolore come costrutto sociale e rituale collettivo ed ha preferito trasformarlo in una fatalità medica e individuale, è la cifra di un mondo atomizzato in cui l'autorità introiettata degrada i rapporti di forza nella società, che sfrutta le paure di masse e il culto del corpo, non più strumento del sacro, bensì feticcio del consumo, per sedare e orchestrare la società che in fuga permanente da ogni eventualità di sofferenza vive una esistenza ridotta a mera sopravvivenza. Dall'abuso degli psicofarmaci al boom delle patologie psichiatriche, questa società di godimento senza piacere, stringe con la vita un rapporto irreale, in cui anche l'arte, non più mezzo di rivolta e santuario dell'eterno, diventa una mera decorazione capace solo di creare emozioni di accompagnamento, che consolano il soggetto, solo e impaurito, con l'illusione di una esistenza perfetta e anestetizzata, che offre antidoti illimitati alla sofferenza, alla morte e alla disperazione, ma nessuna cura.


Come sottolinea B. C. Han, sviluppando le tesi proposte proprio da Junger nel suo saggio "Sul dolore", il dominio della tecnica fa perdere all'uomo tutti i frutti della sofferenza, i vincoli, le differenze e le esperienze, che non vanno glorificate in sé per sé, in quanto più che salvare l'uomo lo completano e lo preparano alla vita. Gli abitanti della società palliativa, sottolinea l'autore, sono come la principessa della fiaba, che dorme su una torre di materassi, ma continua a soffrire i dolori di un piccolissimo pisello, e man mano che la tecnica ci offre materassi (o fughe dalla sofferenza), il dolore si fa lancinante, finché ad un certo punto toglieranno questo piccolo legume e allora non dormiremo più, perché sarà dentro di noi, in quanto lo avremo interiorizzati, come una maledizione. Una maledizione nevrotica che secondo Han, diventerà la chiave di volta di una nuova società della sorveglianza e del controllo in cui il leviatano del domani userà la paura come mezzo di un potere anonimo e impersonale, che non vuole indottrinare, ma consolare, non vuole opprimere, bensì proteggere. Le società moderne hanno quindi trovato un modo tutto nuovo di soffrire, ovvero ammettere tutto tranne che la sofferenza, preferendo al miraggio di una fine spaventosa da affrontare, il castigo di uno spavento senza fine da vivere.