La storia d'Italia attraverso la storia dei locomotori

22 marzo 2022

Di Massimiliano Lussana

A un certo punto, Raffaella Paita, presidente della Commissione Trasporti di Montecitorio, ricorda quando da bambina veniva qui al deposito delle Fs a Migliarina, un quartiere della Spezia, a trovare il nonno, “macchinista ferroviere” ed è cresciuta qui, in mezzo ai treni, che erano contemporaneamente gioco e vita.
E quello di Lella Paita è il racconto di una generazione, dell’emozione di vedere i treni, della passione che ha portato più di quattordicimila persone in due giorni – moltissimi i bimbi, molti anche gli adolescenti, appassionati ai treni e capaci di spiegare ogni più piccolo particolare tecnico, come nemmeno gli ingegneri ferroviari – qui in questa struttura per salire su locomotive, sentire l’odore del vapore, appassionarsi a ogni minimo particolare tecnico di un’Italia che torna a fare l’Italia, anche in questo.


C’è anche Stefania Pucciarelli, sottosegretario alla Difesa del governo Draghi, con una giacca lunga con gli alamari, che potrebbe essere indifferentemente una divisa militare di un elegantissimo esercito ottocentesco, ma anche proprio un vestito da splendido capostazione, napoleonico o zarista.
E anche le istituzioni - la sottosegretaria e la presidente di commissione, la deputata Manuela Gagliardi, l’eurodeputato Pietro Fiocchi, il presidente del Consiglio regionale della Liguria Gianmarco Medusei, il sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini e il suo assessore Maria Grazia Fria - così come i bimbi, così come gli altri in visita qui, hanno lo sguardo che luccica, la passione di vedere le eccellenze ferroviarie italiane che tornano centrali; i marchi sono quelli che hanno fatto e fanno grande il nostro Paese anche in questo: Ansaldo, Breda e tanti altri, con data e luogo di fabbricazione di carrozze e locomotive stampigliati in rilievo su una targa a fianco del finestrino del macchinista, come la firma di un pittore, come la griffe di una casa di moda.


Il Deposito Officina Rotabili Storici, questo il nome ufficiale, di La Spezia Migliarina non è un museo, ma un luogo vivo, pulsante, emozionante.
Luigi Cantamessa, direttore generale di Fondazione Fs si coccola con gli occhi i suoi cinquanta e più pezzi esposti a cielo aperto e nelle officine, come fossero la vetrina degli oltre 500 vagoni e carrozze di proprietà della Fondazione e li tratta come fossero un po’ suoi figli.
Archeologia industriale, certo, ma archeologia industriale vivente e funzionante, perché ognuno di questi treni va e anzi sta diventando un business turistico con sempre più persone che vengono dall’estero per provare l’esperienza di bordo attraverso il Paese e non è un caso che uno dei capitoli del PNRR sia dedicato proprio al turismo slow, di cui queste locomotive sono la sublimazione, la definizione vivente, l’elevazione a potenza.
Così quando, sotto uno splendido sole e con il mare delle Cinque Terre come sfondo della memoria, la locomotiva a vapore parte sferragliando e con lo sbuffo dal comignolo (o come si chiama, ma a noi così sembra poetico), non è un’immagine da film, è proprio un treno a tutti gli effetti: sbuffante, ansimante, vivo.

E se c’è una fotografia di ciò che aveva in mente Leonardo Sinisgalli parlando di “Civiltà delle macchine” e della capacità di scienze e umanesimo di andare di pari passo, forse il racconto di tutto quello che si vede in questi due giorni è perfetto per riassumerlo compiutamente. Così come gli occhi, i racconti, le traduzioni delle rispettive passioni del popolo dei diecimila che tornano qui dentro dopo due anni di chiusura.  
Vedendo queste macchine a vapore, queste elettromotrici, anche il treno storico Rapido del Tigullio partito da Milano Porta Garibaldi e arrivato fin qui, con un carico di appassionati, con ragazzi che hanno avuto il viaggio come regalo di compleanno, si srotola la storia d’Italia fatta di treni, di particolari sul vapore che sale nella parte alta delle lamiere, perché per un fenomeno fisico c’è un minor tasso di umidità – e si chiama “il duomo” quasi con una metafora religiosa del posto più elevato a disposizione -, di storie di ciascun pezzo che è come quei film dove passa davanti ai protagonisti la Storia attraverso le storie dei protagonisti. 

E poi la prima elettromotrice realizzata nel 1928 quando l’Italia fu all’avanguardia nel capire prima degli altri che a un Paese con una dorsale appenninica ricca di centrali idroelettriche conveniva puntare sull’elettrificazione dei treni e quella locomotiva che andava da Foggia a Benevento racconta tutto questo.
Ma anche la 636002 o la 636164, le locomotive d’anteguerra E626, E428 ed E636, fino ai più recenti E444 “Tartaruga” ed E656 “Caimano”, icone della storia ferroviaria della seconda metà del ‘900.… E il popolo delle squadre rialzo e della passione, ferrovieri ma non solo, le cita come stesse facendo l’appello dei compagni di scuola, come se quei numeri fossero nomi di amici o fratelli.
Addirittura, c’è il magazzino degli introvabili pezzi di ricambio, lavorati con il tornio o a mano. Ma anche citazioni letterarie o cinematografiche: ad esempio, a un certo punto, appare una locomotrice maestosa, massiccia, che trova le sue origini e i suoi padri nel futurismo e in Filippo Tommaso Marinetti. Si chiama 428226 ed è stata protagonista anche ne “Il ferroviere” di Pietro Germi, storie letterarie e cinematografiche che vanno esattamente di pari passo con quelle meccaniche e ferroviarie. 
E poi, in tutto questo e nei racconti degli ex macchinisti, degli operai delle squadre rialzo, dei lavoratori, si respira passione ed emozione.
Ma anche e soprattutto storie di vita.

Un’esperienza unica è salire nella carrozza dove sono esposte le cassette di frutta, verdura, pane, beni da drogheria, che si chiama “La Provvida – Gestione speciale viveri” che nacque per il rifornimento a pagamento dei viveri ai familiari dei ferrovieri, con prezzi convenzionati e calmierati, ma soprattutto la consapevolezza di trovare tutto quello che si cercava, un po’ come un minimarket di prossimità di oggi e la vendita dei viveri e dei beni disponibili era consentita solo al personale dipendente del ministero delle Comunicazioni munito di un’apposita tessera nella quale era riportata la composizione del nucleo familiare che regolava la quantità acquistabile di ciascuna merce. Una storia iniziata nel 1925 e terminata nel 1967, quando ormai il costo di gestione superava il guadagno della Provvida.
Insomma, una giornata, anzi due, di tecnica, anzi di umanesimo. 
E forse in tutto questo c’è anche una colonna sonora imprescindibile:

“Sembrava il treno anch' esso un mito di progresso
Lanciato sopra i continenti”.
(…)
“E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
Che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano:
Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
Sembrava avesse dentro un potere tremendo,
La stessa forza della dinamite”.
(…)
“E sul binario stava la locomotiva,
La macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
Sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
Mordesse la rotaia con muscoli d' acciaio,
Con forza cieca di baleno”.


Ecco, nei due giorni di Migliarina abbiamo visto anche questo, parola per parola.