Studiare la storia per curare l’Alzheimer. Nella paleogenomica è la chiave di tutto

Di Alessandra Fassari

15 gennaio 2024

Historia magistra vitae recitava il De Oratore (II, 9, 36), secoli e secoli fa, e senza nulla togliere al senso originale della sentenza ciceroniana che lo contestualizzava in ben altri campi semantici («Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» ovvero «La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell'antichità»), non sbaglieremmo di certo se oggi la riutilizzassimo con nuove e più che mai tangibili valenze di significato. 


È alquanto recente, infatti, la notizia ANSA secondo la quale una ricerca scientifica, avrebbe messo a punto la più grande banca genetica umana dell’antichità tramite l’analisi di ossa e denti appartenuti ad antiche popolazioni migrate dall'Asia circa 5.000 anni fa.
I risultati, pubblicati sulla rivista Nature, attestano studi coordinati dall’Università danese di Copenaghen, con la collaborazione delle Università di Cambridge della California a Berkeley, e delle Università Sapienza e Tor Vergata di Roma, dell'Università di Siena, delle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bari e Cosenza e della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche.


Archeologi che diventano scienziati e scienziati che diventano storici, dunque, una collaborazione assolutamente fruttifera, che parte da lontano. Già a settembre scorso un articolo del National Geographic evidenziava -infatti- che nel 2010 alcuni genetisti danesi erano riusciti ad ottenere frammenti di DNA da ciocche di capelli risalenti alla Groenlandia di 4.000 anni fa e custoditi per decenni in un museo di Copenaghen. Lo scorso anno, il ricercatore Svante Pääbo, genetista dell’Istituto Max Planck per l’Antropologia evolutiva di Lipsia, è stato il vincitore del premio Nobel con un lavoro sui geni di Neanderthal estinti. Dall’identificazione di nuove specie umane dipenderebbe -dunque- l'evoluzione di alcune malattie e la capacità di ricostruire antichi genomi. Lo studio dei materiali è frutto di anni di studio di ricercatori di tutto il mondo ed ha subito un incremento veloce e inaspettato, tanto che nel settembre scorso è stato pubblicato il 10.000° genoma umano antico. 

Foto di Natasha Connell su Unsplash

Ma come funziona l’intero processo per il recupero del DNA antico dai campioni? I ricercatori prelevano minuscoli pezzetti da ossa, denti o capelli da uno scheletro usando un trapano da dentista o strumenti simili, poi una volta estratti e duplicati più e più volte i frammenti di DNA si procede agli abbinamenti per riassemblarne i filamenti e ricostruire i genomi.  
Tale percorso alla ricerca del DNA ha condotto genetisti ed archeologi non solo a seguire quei movimenti di masse che da sempre fanno parte della storia dell’uomo, ma anche a risalire ad eventuali trasmissioni di malattie all’interno di queste dinamiche migratorie. Ecco come, analizzando i Dna antichi conservati nelle collezioni museali di tutta Europa e dell'Asia occidentale, i ricercatori sono riusciti a coprire un periodo che risale addirittura a 34.000 anni fa, per arrivare poi fino al periodo vichingo e al Medioevo. Questi dati – continua l’ANSA- sono stati poi confrontati con il Dna moderno di 400.000 persone che vivono in Gran Bretagna, conservati nella grande banca dati britannica Uk Biobank. Eureka: i geni che aumentano il rischio di sviluppare la sclerosi multipla furono introdotti nell'Europa Nord-occidentale, circa 5.000 anni fa, da allevatori che migravano da Est (da una regione pressappoco corrispondente a quella che oggi si estende tra Ucraina, Russia Sud-occidentale e Kazakistan occidentale). Si è scoperto, inoltre, che geni noti per aumentare il rischio di malattie come l'Alzheimer e il diabete di tipo 2 sembrano risalire ad antiche popolazioni di cacciatori-raccoglitori.

«Questo lavoro rappresenta il futuro delle ricerche di questo tipo, visti anche gli ingenti investimenti che sono necessari per portarle avanti, ormai si lavora su numeri molto grandi, poiché le nuove tecnologie hanno permesso un grosso abbattimento dei costi che un tempo sarebbe stato impensabile», così ha detto all'ANSA Alfredo Coppa, professore ordinario di Antropologia all'Università di Roma.
E se il DNA antico è diventato uno strumento che ci consente di capire meglio da dove veniamo e dove stiamo andando, ecco che il motto ciceroniano vivrebbe una nuova vita e la paleogenomica potrebbe essere la trovata archeologica più esaltante dopo il metodo di datazione al Carbonio-14, messo a punto negli anni Cinquanta.