Svizzera, dopo 63 anni abolito (in nome del business) il divieto delle corse

30 giugno 2022

Di Massimo Falcioni

Fra le sue tante particolarità, la Svizzera aveva fino a pochi giorni fa quella di essere il Paese, insieme ad Israele, in cui le corse di velocità di auto e di moto erano proibite. Il divieto, che durava da 63 anni, è stato revocato poche settimane addietro dal Consiglio nazionale e alla fine di maggio 2022 dalla Camera dei Cantoni  diventando adesso operativo. Sulla questione restano comunque divisioni nello stesso Governo e fra le forze politiche e sociali dove c’è chi punta a un referendum popolare per fare decidere direttamente ai cittadini. Nel dibattito parlamentare la ministra dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni Simonetta Sommaruga ha infatti dichiarato: “La domanda da porsi è se è giusto, nel momento in cui si parla di protezione del clima, di sostenibilità, di inquinamento fonico, autorizzare nuovamente le gare su circuito di veicoli con motore a combustione”. Comunque, la maggioranza dei senatori e delle senatrici si sono espressi chiaramente e per 27 voti a 15 il Consiglio degli Stati ha deciso di stralciare il divieto. "Dal 1955, sia le misure di sicurezza in generale che la tecnologia dei veicoli sono migliorate in modo massiccio, motivo per cui un divieto generale non sarebbe più giustificato", ha osservato a nome della maggioranza della Commissione dei trasporti il consigliere agli Stati liberale radicale Thierry Burkart. "Tuttavia – ha precisato – nessuno nella Commissione dà per scontato che un giorno in Svizzera si svolgerà una gara di Formula 1 classica". E invece, per i grandi ritorni di immagine e di business della Formula Uno (idem per la MotoGP), sono tanti anche in Svizzera i cittadini, gli imprenditori, le organizzazioni sociali e politiche, i media, a premere per tornare a disputare in patria gare nazionali e internazionali di auto e di moto. Dove, se in Svizzera non esistono più autodromi da quasi settant’anni? Ad esempio, su tracciati ricavati da ex aeroporti, oppure, per le auto, addirittura su un circuito cittadino come quello stradale di Montecarlo, perla e simbolo della F1. Ma c’è anche chi ha già in mano bozze di progetti per la realizzazione di un nuovo autodromo “fisso” in grado di ospitare corse internazionali di auto e di moto con l’obiettivo di riportare in Svizzera round iridati di Formula Uno e del Motomondiale.


Comunque la si giri, la questione rischia di essere una patata bollente perché se si fa ruotare tutto attorno alla Formula Uno si entra in una palude, un vero e proprio ginepraio, perché in questa F1 globale e da show-business, niente è scontato. Addirittura pare sia già saltato dal calendario 2023 il GP belga di Spa-Francorchamps, uno dei più iconici, spettacolari, seguiti round della F1, addirittura dopo gli ultimi importanti (e costosi) lavori completati per l’ammodernamento e la messa in sicurezza di numerose curve. Il motivo? La F1 (idem la MotoGP) opera in una logica globale incentrata sul business, poco o per nulla interessata al valore affettivo e culturale dei circuiti storici del vecchio continente. Si punta ai nuovi mercati nel contesto globale, portando le corse in tutti i Continenti e, attraverso le dirette tv e i new media, nelle case di tutto il mondo. Nel calendario F1 2023 sono in programma 24 round, mai così tanti: 19 GP in più di quelli della prima edizione del mondiale 1949. Sedici di queste 24 gare previste nel 2023 sono fuori dall’Europa, privilegiando circuiti in Asia, Usa, Russia, Africa. Già oggi ci sono richieste globali per 30 Gran Premi. La Svizzera è un piccolo Paese ma potrebbe diventare l’eccezione di questa strategia della F1 globale. Perché? Perché la Svizzera è la cassaforte del mondo (custodisce oltre 2000 miliardi di dollari e le banche elvetiche proseguono la loro penetrazione nelle zone che producono più ricchezza quali Asia e Nordamerica) e questo potrebbe essere assai importante, anzi decisivo, anche per affrontare il “nodo corse”, visto non solo e non tanto come sport ma come volano di business, rendendo possibile l’impossibile. Si vedrà.    
La decisione del divieto di corse automobilistiche e motociclistiche era stata presa oltre 60 anni fa dalle autorità istituzionali svizzere dopo i numerosi incidenti, alcuni mortali, che dal dopoguerra funestavano regolarmente ogni Gran Premio, compreso quello svizzero sul circuito del Bremgarten, un affascinante, veloce quanto infido saliscendi di sette chilometri e 280 metri (nei primi anni ’50 si girava con le moto 500 oltre i 160 Kmh di media!) circondato dalla catena montagnosa alpina, alla periferia di Berna, teatro di corse leggendarie sin dal 1931.


Fra gli altri, al Bremgarten persero la vita piloti mitici quali Omobono Tenni (il primo italiano e il primo pilota non inglese a vincere al Tourist Trophy dell’Isola di Man) caduto in prova il 30 giugno 1948 con la sua Guzzi Albatros 250 e finito contro una pianta  e il giorno successivo – 1 luglio 1948 - Achille Varzi, uscito di strada nel rettilineo bagnato con la sua “Alfetta” morendo sul colpo, immortalato nella canzone “Nuvolari” di Lucio Dalla. Il Bremgarten ha fatto parte del Motomondiale negli anni 1949-’51-’52-’53-’54 ospitando cinque edizioni del Gran Premio di Svizzera di Formula 1 (dal 1950 al 1954). Ma sarà l’onda dell’emozione provocata dalla tragedia della 24 Ore di Le Mans dell’11 giugno 1955 (la Mercedes-Benz 300 SLR di Pierre Levegh dopo aver tamponato la Austin-Healey di Lance Macklin volava in tribuna causando la morte del pilota e di 83 spettatori e il ferimento di altre 120 persone ) a portare il Governo svizzero alla decisione di proibire tutte le gare motoristiche sul territorio elvetico obbligando piloti e appassionati ad … emigrare. Con la vittoria di Juan Manuel Fangio su Mercedes davanti a Josè Froilan Gonzales su Ferrari e a Hans Hermann sulla seconda Mercedes,  nel GP di Svizzera del 21 e 22 agosto 1954 (in concomitanza si svolgeva il settimo round del Motomondiale vinto da Fergus Anderson su Guzzi nella 350 e da Geoff Duke su Gilera nella 500) al Brengarten si chiudeva l’era delle corse di velocità sul territorio svizzero. Tale legge che nel dicembre 1958 proibiva tutte le corse di velocità dopo averle sospese nel 1955, sarà poi modificata 57 anni dopo, nel 2015, permettendo le sole competizioni con veicoli elettrici (l’e-prix di Zurigo nel 2018, l’e-prix di Berna nel 2019 e ancora il 10 giugno 2022, sul nuovo circuito cittadino di Zurigo, la Formula E.


L’appetito, si sa, vien mangiando. Con la revoca del divieto, giustificata dalla nuova sicurezza degli autodromi e da quella degli attuali mezzi di competizione, c’è un fermento di contatti e di iniziative per tracciare progetti e trovare investimenti per tornare quanto prima ai fasti del passato. Si vuole procedere per gradi. Intanto “farsi le ossa” riportando in patria, dopo anni di corse all’estero, il campionato nazionale (aperto a piloti esteri) di velocità riservato alle Supermoto, per il quale sarebbero sufficienti poche modifiche ai kartodromi esistenti. La Svizzera ha avuto piloti di gran livello, su tutti Luigi Taveri nel motociclismo e Clay Regazzoni nell’automobilismo, e da sempre, decine di migliaia sono gli svizzeri che ogni volta si recano nei Paesi europei per assistere alle Gare di F1, del Motomondiale e del Wsbk. L’area alpina ha sempre dimostrato grandi potenzialità: basti pensare ai pienoni del Salzburgring (poi cancellato dal Motomondiale per la pericolosità del tracciato) e, oggi, a quelli del GP d’Austria a Zeltweg in occasione dei mondiali di F1 e della MotoGP. Insomma, le corse sono passione e sono un gran volano di business. Chi meglio della Svizzera, peraltro sede della Federazione Motociclistica Internazionale, sa come tradurre la passione in affari e come, tappa dopo tappa, costruire tutti i passaggi necessari perché dai sogni si passi alla realtà?