La trasformazione digitale impressa dalla pandemia e le sue conseguenze. Conversazione con Adriano Fabris

Di Edoardo Dallari

02 luglio 2021

13 luglio 2021

Adriano Fabris, filosofo morale e della comunicazione, invita a fare i conti con le conseguenze radicali che l’accelerazione della trasformazione digitale impressa dalla pandemia comporta. E mette in guardia dal fideismo cieco nella scienza. “Il Covid ha mostrato che la scienza non è esatta, ma probabilistica. Gli scienziati lo sanno benissimo, e nelle loro ricerche procedono per tentativi ed errori”.

 

La pandemia ha accelerato in maniera drastica la digitalizzazione della società. Questo fatto modifica solo le modalità o anche la qualità delle relazioni umane?

Assistiamo a una disincarnazione delle nostre relazioni, il che le rende tanto più fluide, facili, immediate, quanto più complicate perché caratterizzate da un minor spessore. Ci trasformiamo in immagini, nelle immagini piatte dello schermo delle piattaforme digitali dove vengono sollecitati continuamente i sensi della vista e dell’udito, ma non del tatto e dell’olfatto.

 

Siamo quindi sempre più virtuali. Come muta la percezione che abbiamo del nostro sé?

Diventiamo le immagini che diamo di noi stessi attraverso i profili social. Se c’è una cosa in questa pandemia di cui ci accorgiamo è che ci manca la fisicità. Possiamo distinguere tra il corpo, qualcosa che occupa uno spazio fisico, e la carne, ciò attraverso cui noi sentiamo il mondo. Con il corpo noi “ci siamo”, anche se abbiamo davanti un computer e ci trasformiamo in uno schermo, ma la carne è insostituibile perché è quella paticità che ci fa essere umani, quel sentir di sentire che la macchina non ha. Il robot ha un corpo, ma non ha carne. È per questo che non vediamo l’ora di uscire di casa e ritrovare le nostre relazioni.

 

Quella umana è un’esperienza legata alla temporalità. Rischia di venire meno anche questa dimensione?

L’idea tradizionale del tempo caratterizzata da passato-memoria, presente –percezione e futuro-aspettativa era già in crisi, e ora prende il sopravvento il momento dell’istante, il godimento immediato, l’immersione nel presente. Questo si vede anche nell’esperienza degli ultimi anni del turismo: conta rappresentare il momento attraverso la foto da postare online. Oggi si vuol dire: “io sono qui in questo istante”. Interessa ripetere l’attimo di cui siamo prigionieri. Da una parte il tempo si fa quantitativo: il ritmo degli appuntamenti e delle relazioni è dettato dalle piattaforme. Dall’altra siamo tutti nel tempo spazializzato di cui parlava Henry Bergson, quello costituito da istanti tutti uguali che si susseguono indifferentemente, spesso scollegati gli uni dagli altri. Non importa la durata qualitativa delle nostre esperienze, ma l’istante che cerchiamo di godere il più possibile. Siamo in un eterno presente perché il tempo che viviamo non è un tempo nostro.

 

Cosa resta dunque dell’umano nell’epoca della tecnica?

La tecnologia può sfuggire al controllo umano perché i dispositivi sono dotati di Intelligenza Artificiale e hanno un crescente grado di autonomia. Da una parte sono costruiti dall’essere umano che è il modello, ma siccome svolgono determinate attività in maniera più performante diventano loro i modelli. La sfida è quella di non uniformare l’umano a modelli artificiali, mantenerne il margine specifico: la riflessività. Le macchine possono eseguire le procedure, gli essere umani possono cambiare i criteri e i princìpi da cui dipendono le procedure. Se semplicemente seguiamo le regole ci trasformiamo in macchine.