La tragedia, modernità e tecnologia assoluta. Il racconto di Livermore

20 giugno 2022

Di Massimiliano Lussana

Sentire Davide Livermore, il regista numero uno al mondo, quattro prime della Scala consecutive e tanto altro, raccontare la modernità e la tecnologicità della tragedia greca è qualcosa di emozionante e commovente.
Nella scelta delle parole, nella mimica facciale, nei movimenti e nella fisicità in cui si muove sul palco del teatro Ivo Chiesa, l’ammiraglia delle quattro sale del Teatro Nazionale di Genova, Livermore è perfetto nel raccontare la modernità della tragedia e sembra quasi una traduzione vivente di tutti i concetti che stanno alla base di “Civiltà delle macchine”.
Ma andiamo per ordine, visto che c’è tanto del nostro mondo nella nuova stagione del teatro Nazionale di Genova: Leonardo nella squadra degli sponsor, la presenza fra gli spettacoli della “Clitemnestra” del presidente di Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine Luciano Violante.
E dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023 – si parva licet – anche una settimana di doppia programmazione, per le scuole e per il pubblico serale, della versione definitiva, deluxe verrebbe da dire, de “I Mille del ponte”, lo spettacolo che ho avuto la fortuna e l’onore di scrivere, portato in scena da Mario Incudine, Antonio Vasta, Manfredi Tumminello e Pino Ricosta con la regia di Alessio Pizzech e nato dal libro sui lavoratori che hanno costruito il nuovo ponte di Genova, un’idea di Raffaella Luglini e Pietrangelo Buttafuoco che è cresciuto di volta in volta, dalla prima scena al Festival della Letteratura di Camogli, al debutto al Nervi Music Ballet Festival dello scorso anno ai Parchi di Nervi, al Barbablù Festival di Morgantina, alla Smart Week all’Acquario di Genova, fino al Metropolitan di Catania. Stavolta, anche il teatro scelto, il Gustavo Modena di Sampierdarena, unico teatro all’italiana di Genova, racconta tutto questo: è infatti a due passi dal nuovo Ponte.

Insomma, ci sono tutte le caratteristiche per sentirsi a casa nella conferenza stampa di presentazione della stagione del Teatro Nazionale di Genova, con il sindaco neorieletto Marco Bucci e l’assessore regionale alla Cultura Ilaria Cavo, che è anche la numero uno di tutti i suoi omologhi italiani, nonché la fuoriclasse del settore, che si mangiano con gli occhi Livermore, che ha portato il teatro genovese sul gradino più alto del podio dei migliori d’Italia.
Come sempre, la presentazione diventa uno spettacolo nello spettacolo, con i ragazzi della scuola di recitazione, tutti vestiti di rosso, che si muovono come il coro di una tragedia greca declamando alcuni punti del decalogo sull’idea di teatro di Livermore.
E qui arriviamo alla tecnologia, partendo proprio dall’ottavo punto dei comandamenti teatrali del direttore, a cui abbiamo già dedicato un articolo di “Civiltà delle Macchine”, proprio per raccontare quanto può essere importante la tecnologia per le nuove frontiere del teatro. Dice Livermore: “Esiste la Tecnologia”. E usa la maiuscola non a caso: “Si tratta di usare il Teatro come è sempre stato usato, ovvero come luogo di scoperta e sperimentazione di tecnologia e di tecniche (teknè). Il video, l’amplificazione, l’illuminazione, sono strumenti di crescita e qualità della prassi teatrale. Il futuro non è un obiettivo, ma una realtà, un potenziale del presente. Il confronto sistematico con la tecnologia non serve a stupire o a intrattenere, ma a creare ulteriori possibilità drammaturgiche e di narrazione”.
Ma proprio questo, come in un gioco di specchi, è anche ciò che porta Davide Livermore – ribadisco, il maggior regista al mondo, oggi – a una lectio magistralis di sei minuti, intensissimi, su cos’è la tragedia e sul fatto che è quanto di più tecnologico esista.

Ad offrire lo spunto è la presenza in cartellone del Teatro Nazionale dell’intera Orestea, prima Agamennone e poi Coefore-Eumenidi, che verranno proposti anche in due date in una maratona che presenterà l’intero mito, tutto in una giornata.
Per la cronaca, si tratta degli spettacoli – in particolare “Agamennone” in programmazione ancora in questi giorni a Siracusa, ma la stessa presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla prima di “Coefore-Eumenidi” dà il senso del tutto – che hanno fatto più spettatori paganti nella vita di INDA, l’istituto nazionale del dramma antico, nei suoi 107 anni di storia. E non serve aggiungere altro rispetto ai 5000 spettatori che affollano ogni sera lo splendido teatro greco di Siracusa, con un palco meraviglioso e i fenicotteri che passano dietro gli attori, ma che – come ha dimostrato lo stesso Livermore con “Elena” di Euripide – ha la capacità di reggere anche in teatro, persino se c’è da allagare letteralmente l’intero palcoscenico.
La storia dell’Orestea in versione integrale è stata portata in scena da nomi importantissimi: da Pier Paolo Pasolini con Vittorio Gassman a Peter Stein, fino ovviamente a Luca Ronconi e Livermore in questa compagnia ci sta perfettamente.
E qui, per l’appunto, parte la lectio magistralis: “Fare le tragedie oggi ha ancora di più un senso profondissimo. La tragedia non è prosa, questo me lo sono tatuato, idealmente, nell’anima, dopo che ho letto Aristotele la prima volta e dopo che ho cantato per la prima volta tutti i madrigali di Monteverdi e la prima opera”.
E già la citazione di Monteverdi fa tornare in mente anche Franco Battiato, che è uno che si divertirebbe qui oggi: “La tragedia – continua Livermore – non è prosa, la tragedia sono tutte le arti nella simultaneità, nell’accezione antica. L’armonia al servizio della poesia è un dialogo continuo tra le figure retoriche della poesia che vengono sostenute dalla musica. Gli attori non sono solo attori e devono essere naturalmente capaci di sentirsi e di comprendere il loro ruolo di strumenti musicali”.

Davide Livermore

La definizione dell’attore è quindi meravigliosa: “L’attore in una tragedia greca non era fisico, non era corpo, non era viso, era l’involucro di un guscio fatto di coturni alti ottanta centimetri, di maschere di rame che avevano all’interno dei trombini che amplificavano e producevano dei suoni che non erano la naturalezza della loro voce, ma erano la loro voce artefatta e che veniva ulteriormente amplificata. Era lo spettacolo della massima tecnologia possibile al tempo”.
Proprio qui sta il punto: nei coturni come zeppe modernissime, calzature apposite per gli attori della tragedia, e la voce come l’autotune di Madame.
“E c’era l’orchestra, e quando si va sul palcoscenico del teatro di Siracusa, per esempio, o si analizza un teatro greco, la parte davanti al palcoscenico, quella che segue la semicirconferenza della cavea, beh, lo sappiamo che è l’orchestra e significa che lì ci sono gli strumenti. Da un lato c’erano i tamburi con la pelle d’asino, qui (e Davide Livermore si sposta e mostra fisicamente dove stava tutto questo) le lastre di bronzo, qui c’erano le cetre e i flauti e, guarda caso, davanti ad arpe, flauto e cetre le anfore vuote perché dovevano essere amplificati, altrimenti il loro suono sarebbe stato coperto dal suono delle percussioni”.
Su, su fino alla conclusione: “Quindi stiamo parlando di altissima tecnologia al servizio della narrazione, era uno spettacolo sconvolgente per il tempo e dev’esserlo anche oggi per noi, perché soprattutto l’Orestea è il testo imprescindibile per comprendere uno dei fatti fondamentali della nostra esistenza, tendere verso un senso di giustizia, verso l’idea luminosa. E solo tendere verso quel concetto, verso quella luna, vuol dire che abbiamo adempiuto alla nostra responsabilità di esseri umani”.
Sentire parlare così di legge e giustizia, credetemi, emoziona.
Alla fine del discorso, con tutti noi commossi e ammirati, il sindaco di Genova Marco Bucci, che è super tecnologico, alza il pollice in un like e dice: “Il signore se ne intende”. Sì, se ne intende.