Ue, dal 2035 addio al motore a scoppio. Ma la svolta green mette in difficoltà l’Italia

Di Massimo Falcioni

20 luglio 2021

Si rivolteranno nelle tombe Eugenio Barsanti e Felice Matteucci, gli inventori del motore a scoppio brevettato nel 1853 poi sviluppato nel 1875 da Nikolaus August Otto in collaborazione di Gottlieb Daimler e Wilhelm Maybach, dopo la proposta della Commissione europea di abolire dal 2035 i motori termici. Tradotto significa che, se la proposta diventasse operativa dopo l’ok del parlamento europeo, entro 15 anni nel nostro continente sarebbe vietato produrre, immatricolare e utilizzare auto a benzina, diesel, gpl, metano e pure ibride. Le moto, per ora, non sono state formalmente menzionate ma, evidentemente, farebbero la stessa fine dei mezzi a quattro ruote spinti da motori termici. Insomma, dopo poco meno di due secoli da quando il motore a combustione interna ha rivoluzionato il trasporto cambiando totalmente la vita sulla Terra, si chiuderebbe una straordinaria fase storica avviando, non senza interrogativi e contraddizioni, una nuova epopea. Lo stop ai motori termici, per alcuni – fra questi i componenti della Commissione europea e la parte più oltranzista degli ecologisti – è la soluzione ideale e comunque obbligata per contribuire alla salvezza del pianeta sempre più soffocato dall’inquinamento. Per tanti altri è solo una “trovata” integralista di chi spinge per motivi ideologici e/o di business verso un mondo nuovo teoricamente “perfetto” puntando – costi quel che costi sotto ogni aspetto - a ridurre e poi a eliminare tutto quello che viene recepito e indicato come “rischio” per l’umanità, oggi riferito ai mezzi di produzione e di trasporto e domani – perché no? – riferito al pensiero prefigurando l’universo catastrofico di Orwell comandato dal “Grande fratello”. Non si può pensare che la proposta contenuta nel “pacchetto clima” presentato dalla Commissione europea per la riduzione dell’anidrite carbonica (fa parte del pacchetto Fit for 55 di Bruxelles) ottenga sic et simpliciter l’ok del parlamento europeo anche perché in ogni Stato membro della UE questa scelta della Commissione di voler cancellare il motore a scoppio in meno di un quindicennio ha già scatenato polemiche “pro” e “contro” fra le forze politiche, istituzionali e sociali, sollevando interrogativi e mettendo soprattutto in allarme l’opinione pubblica perché non è questione di lana caprina.

E’ una “patata bollente”, una questione complessa e piena di conseguenze economiche e sociali per cui non già si chiedono modifiche anche sostanziali al pacchetto da parte della Commissione stessa e poi del Parlamento europeo. In altre fasi storiche ci si è fatti ammaliare dai canti delle sirene per mettere toppe che si sono dimostrate peggiori del buco e, in particolare nell’energia e nel trasporto, si sono prese “sbornie” con risvegli di cui si pagano ancora le conseguenze. Un esempio fra i tanti riguardo al motore a scoppio e alle rivoluzioni mancate? Negli anni ’50 e ’60 del novecento si voleva puntare tutto sull’energia nucleare intesa come l’unica soluzione per mandare avanti tutta la baracca e salvare il pianeta ipotizzando anche auto, moto, camion, bus a propulsione nucleare. Un bluff. E’ un fatto che oggi si punti giustamente a una decisa svolta green e che il trasporto pubblico e privato sia una componente non secondaria di questa svolta puntando a produrre e a fare circolare veicoli a zero emissioni, di fatto mezzi elettrici ricaricabili oppure alimentati a idrogeno (green) con tecnologia a celle a combustione. Ma cosa accadrà, in pratica, se tale proposta Ue diventasse “regola” nei Paesi europei? Che in meno di 15 anni si darà l’addio ai mezzi alimentati a benzina e diesel: dal 2035, gradualmente, produzione esclusivamente di nuovi mezzi a emissioni inquinanti zero. Da Bruxelles si vuole tirare diritto, senza allungare i tempi e senza mediazioni: “Emissioni zero significa emissioni zero, se si inventerà un motore a combustione interna a emissioni zero, bene, ma fin ora non è stato inventato”. Per raggiungere tale obiettivo la Commissione Europea punta a raddoppiare la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili da qui al 2030: obiettivi specifici verranno proposti per l’uso delle energie rinnovabili nei trasporti, nel riscaldamento, nel condizionamento dell’aria, nell’edilizia e nell’industria. Tutto bene, dunque? Bene agire subito concretamente per contrastare l’emergenza climatica e ambientale mettendo fra le priorità la “rivoluzione” del settore dei trasporti, responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra (in Italia), oltre a essere tra le principali fonti di inquinamento atmosferico nel mondo. Ma, la prima domanda è: quanto costa e chi paga questa transizione ecologica? La seconda: come affrontare e risolvere la questione dell’occupazione dati i milioni di lavoratori impiegati nell’automotive e nell’indotto della meccanica? La terza: come produrre l’energia elettrica necessaria alla rivoluzione (non solo dei trasporti) quando - ad esempio - in Italia in estate c’è il blackout solo per l’uso dei climatizzatori? La quarta: non c’è il rischio – come già successo in altre occasioni – di voler cambiare tutto e subito per poi lasciare tutto (o quasi) come prima o peggio di prima? Serve capacità di decisione, lungimiranza ma anche sano realismo. Nel quadro della transizione ecologica la mobilità automobilistica e motociclistica di serie è in gran movimento ma la rivoluzione annunciata e in via di applicazione del motore elettrico non trova, almeno nell’immediato, una applicazione tecnologicamente valida e numericamente significativa e geograficamente globale tale da sostituire, sic et simpliciter, gli attuali propulsori cosiddetti endotermici. Ciò, soprattutto, per la bassa potenza e la scarsa autonomia del propulsore elettrico e per il problema della formazione e dello smaltimento delle batterie. Tutti d’accordo per ridurre l’inquinamento, ridurre le emissioni, sviluppare la ricerca, produrre motori elettrici (per il trasporto pubblico, per certi tipi di auto, per scooter, ciclomotori, bici ecc.) per un uso selezionato e mirato. C’è però un allarmismo-catastrofismo che vede il motore a benzina e il diesel come causa di tutti i mali. Ci sono anche voci autorevoli fuori dal coro.

La Reitrad, prima motocicletta della storia, inventata da Daimler e Maybach

Uno studio del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche) va infatti controcorrente invitando a un maggior equilibrio sulle reali emissioni dei motori a benzina e diesel rispetto a quelli elettrici. Le auto elettriche hanno un livello di emissioni inferiori alle auto diesel ma solo nell’utilizzo “puro”. Allo stato attuale, considerando invece tutto il ciclo, dalla produzione all’utilizzo, l’auto diesel sarebbe l’opzione più green. Oltre al problema batterie c’è il nodo delle infrastrutture, oggi inesistente e di non facile soluzione come invece si vuol fare intendere: andrebbero rifatte totalmente le connessioni elettriche, un impegno dai costi economici esorbitanti. Allora? Perché non procedere per gradi sviluppando ancora l’ibrido: un gran salto se già si passasse dal tutto a benzina all’ibrido (migliorato) con una transizione meno aggressiva e meno devastante anche sul piano economico? E’ difficile pensare di cancellare oggi il motore a scoppio per auto e moto di serie, anche in previsione dei nuovi studi e ricerche su motori a combustione con doppio carburante (benzina più diesel, miscelati) e con i biocarburanti, una delle tante strade verso la nuova frontiera. L’energia elettrica non arriva come manna dal cielo: si produce con differenti sistemi, dall’eolico al nucleare alle centrali idroelettriche, fino al carbone producendo… inquinamento. Il rischio è che da una parte si riduce (l’inquinamento) e dall’altra si aumenta. Non solo. Niente è gratis. Ci sono ripercussioni di tipo industriale-economico con l’Italia a pagare il conto più salato o fra i più salati in Europa e nel mondo. Qual è il futuro per la produzione di supercar di prestigiosi marchi quali Ferrari, Lamborghini, Maserati, Pagani-Zonda che contribuiscono al prestigio (e al business) internazionale dell’Italia ? Dice il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervenuto al seminario estivo della Fondazione Symbola. “In questi giorni stiamo parlando con il settore automotive ed emerge chiaramente che c'è una grandissima opportunità nell'elettrificazione. Ma adesso è stato comunicato dalla commissione Ue che anche le produzioni di nicchia, come Ferrari, Lamborghini, Maserati, McLaren, dovranno adeguarsi nel 2035 al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante, con l'assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo”. E ancora: “Se noi oggi pensassimo di avere una penetrazione istantanea del 50% di auto elettriche non avremmo neanche le materie prime per farle, né la grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche e supersport si riadattino è impensabile”. Rispetto ale ultime scelte della Commissione Ue e più in generale al “Green deal” dell’Ue si stanno levando sempre più voci critiche e anche stroncature, specie da parte del M5s e della Lega, all’interno dello stesso governo Draghi perché così, con questo modo e con questi tempi,ci sono “alti rischi per l’occupazione e per le aziende, un duro colpo per tutta l’economia” del Made in Italy. Insomma, serve tempo e bisogna sciogliere tutti i nodi che un tale provvedimento comporta, altrimenti il conto da pagare, specie per l’Italia, sarà molto salato. C’è, dunque, alta tensione e forte preoccupazione specie negli operatori (imprenditori e lavoratori) in un settore articolato e fondamentale i Italia. Si tratta di un comparto da oltre 350 miliardi, di una filiera che vale il 20 per cento del Pil e occupa quasi 1,3 milioni di persone. In particolare, la componentistica, che da sola occupa quasi 300 mila addetti, sarebbe travolta, fino al ko totale di tutte le nostre aziende, dato che i nuovi mezzi elettrici hanno propulsori e sistemi frenanti semplificati, meno complessi. Per l’Italia, uno tsunami, dato che da oltre 20 anni la nostra componentistica fa registrare un saldo attivo della bilancia commerciale di oltre 5 miliardi di euro. Insomma, così come è stata presentata dalla Commissione europea si tratta di una proposta miope, un colpo di mano, sacrificando le aziende più competitive e avanzate a livello mondiale sull’altare dell’ideologia green. A pagare il conto, salatissimo, sarebbe tutta l’Italia, con conseguenze imprenditoriali, economiche e sociali devastanti. Tocca al governo Draghi dire “No” chiedendo alla Ue proposte realizzabili, realistiche, non punitive per un settore che può evolversi solo rimanendo competitivo, restando in vita, un settore che se crolla trascina tutto e tutti.